Archivi categoria: Aforismi

L’ideale e l’azione

L’ideale e l’azione – Penso alle illusioni dei fidanzati, dei giovani preti, dei giovani professori, ecc. L’esperienza della vita disperderà senza dubbio tutto ciò, tuttavia queste illusioni resteranno egualmente feconde come punto di partenza. Bisogna procedere dall’assoluto nel pensiero per realizzare il relativo nell’azione. Colui che, dal principio, credesse soltanto al relativo, giungerebbe praticamente al nulla. Il dislivello tra l’ideale e l’azione essendo un fatto ineluttabile, occorre che l’ideale sia molto elevato. Senza dimenticare, anche in questo caso, le leggi della gravità e della traiettoria. L’ideale compie la funzione di alzo: coloro che hanno maneggiato armi da fuoco sanno che per colpire lontano sulla terra, bisogna mirare alto verso il cielo.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 28)

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Preghiera

Preghiera. Che la mia fede cristiana e tutti i valori divini non divengano mai il travestimento della mia miseria! Che la denudino anziché dissimularla! Che mai io mi ricavi una maschera dalla luce! Perché la vera e la falsa religione si distinguono in questo: che nella prima l’uomo si sente giudicato mentre nella seconda si sente giustificato dal suo Dio.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, p. 47; traduzione redazionale)

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L’infinito tra mutilazione e prostituzione

Moralismo religioso e, all’estremo opposto, romanticismo sotto tutte le sue forme. Da un lato proiettiamo nel cielo e nell’eternità i costumi, le leggi e le sanzioni che regolano la vita terrena; dall’altro imitiamo in maniera fraudolenta quaggiù sulla terra la libertà dei costumi divini. E l’umanità oscilla così tra l’idolatria della lettera e l’indecenza dello spirito, tra la mutilazione dell’infinito per mezzo della regola e la sua prostituzione attraverso la dismisura…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 101; traduzione redazionale)

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Semper fidelis

Realismo, buon senso di Marta davanti a Lazzaro nella tomba: jam foetet. – Risposta della follia divina: Surge Lazare. È anche vero che al medesimo grido lanciato da altri Cristo non risuscita le morti fisiche – e poco più vale per le morti spirituali. Fa niente: la resurrezione di Lazzaro è il segno sensibile della fecondità invisibile della follia e tutti i Lazzaro chiamati al di fuori delle loro tombe con fede e amore a sufficienza sono promessi a una resurrezione misteriosa. Ed è normale che questa resurrezione sia incontrollabile. Dove sarebbe infatti la follia eroica dell’appello se la risposta fosse automatica o semplicemente frequente? La fedeltà nel fallimento è il segno della preghiera soprannaturale: è il silenzio di Dio che divinizza il grido dell’uomo.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, pp. 85-86; traduzione redazionale)

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Tra sogno e realtà

La bellezza, la purezza, la profondità si trovano al di là dell’esistenza. Donde quell’impressione di irrealtà che sperimentiamo nelle esperienze supreme e la parentela, che arriva a esprimersi nel vocabolario familiare, tra il sogno e l’ideale. Il sentimento di «realtà» quaggiù sulla terra è legato alla pesantezza e alla permanenza. Quando palpitano le ali dell’anima una parte di noi sfugge al reale. Il reale è il peso del vascello e l’ancora – punto di attracco e di riferimento – che lo collega al porto; il sogno è il vento che soffia nelle vele.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, p. 129; traduzione redazionale)

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Progredire. Ma verso dove?

Da posse quantum volunt (Seneca). L’uomo protetto ieri dalla sua impotenza, l’uomo esposto oggi dalla sua potenza al rischio supremo. «Non si arresta il progresso». E se l’ascesa verso gli astri coincidesse con la discesa agl’inferi?

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 102; traduzione redazionale)

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Patria e frontiere

Patria e frontiere – L’uomo ha bisogno d’una patria. Ma ha orrore delle frontiere. Dio solo gli offre una patria senza frontiere – la sintesi paradossale del radicamento e della libertà.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 33)

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Cosificazione della natura

Potere tecnico. – Abbiamo acquisito il dominio sulla natura a spese del dialogo interiore con la natura. Materialismo che consiste nel trasformare la materia, velo trasparente dell’invisibile, in materiale utilizzabile per ogni fine pratico, ma opaco a riguardo dell’anima. La natura «cosificata» obbedisce ai nostri ordini e non ci fa più confidenze: siamo serviti da uno schiavo sordomuto…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque, Fayard, Paris 1985, p. 211; traduzione redazionale)

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Vita in dimenticanza

Non morire è una cosa. Vivere ne è un’altra. Entriamo in un’era nella quale l’uomo coltiva e moltiplica tutti i mezzi per non morire (medicina, confort, sicurezza, distrazioni) – tutto ciò che permette di dilatare o di puntellare l’esistenza nel tempo, ma non di vivere, dal momento che l’unica sorgente della vita vera sta al di là del tempo e contiene anche la morte nella sua unità. Vediamo spuntare l’ala dubbia e bastarda d’una civiltà in cui la preoccupazione sterilizzante di sfuggire alla morte porterà gli uomini a dimenticare la vita.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 76)

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Fondamento divino della morale

Fondamento divino della morale. Non è un uomo chi non ha praticato quelle dure virtù – continenza, economia, perseveranza nello sforzo, ecc. – che consistono nel subordinare il piacere al dovere, il presente all’avvenire, e che assolvono, nell’ordine della psiche, il ruolo degli investimenti nel campo dell’economia politica. Ma non è altro che un uomo chi non sa rinunciare a queste virtù di investimento per ritrovare, di fronte a Dio, la spensieratezza degli uccelli del cielo e dei fiori del campo. Resta il fatto che occorre cominciare dal costruire in noi l’uomo: il possesso di sé è la prima condizione dell’offerta di se stessi. Ed senza dubbio in questo senso che la morale trova la propria giustificazione sovrannaturale.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 124; traduzione redazionale)

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