Archivi categoria: Meditazioni

Forza e bisogno

FORZA E BISOGNO — La maggior parte degli esseri ha bisogno di noi a seconda della sua debolezza: è avida di colmare sé stessa. Ma qualcuno ha bisogno di noi secondo la sua forza: ha sete di prodigarsi, di condividere i suoi tesori. Questi ultimi sono forse i più deboli nel loro amore, perché nulla è più debole della forza, quando ama.
Il bisogno di dare è più imperioso di quello di ricevere, per questa ragione Dio è così debole, di quella debolezza suprema della pienezza che straripa, che non può fare a meno di straripare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 109)

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La vischiosità del bene

Un uomo è invischiato nel male o nell’abbiezione. Prima di compiangerlo o di dargli addosso, bisognerebbe sapere in quale misura egli emerga, col suo desiderio, dal fango. Ci son dei disgraziati le cui membra sono immerse nella melma, ma lo sguardo impotente e torturato resta levato verso il cielo. Ed è forse meglio, agli occhi di Dio, quest’essere parzialmente affondato nel fango che non il seppellimento totale in una materia più nobile agli occhi degli uomini, come la verità sociale, il senso della dignità e delle convenienze… Preferisco il peccato, che pur legandomi le membra mi lascia almeno liberi gli occhi per guardare verso il cielo e piangere sulla mia misera, alla virtù che mi accieca e mi soddisfa; il male che non è per me altro che piacere, debolezza o tormento al bene che è idolo…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 181-182)

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Vivere e sopravvivere

portigrigiVivere e sopravvivere. – Ci sono virtù che permettono di vivere (il lavoro, l’onestà, la moderazione e tutte le forme di rispetto del Codice sociale); ce ne sono altre che permettono di sopravvivere (la grandezza d’animo, il distacco, e tutti i sentimenti che si richiamano all’eroismo ed alla nobiltà). Ma è più opportuno valutare la parola «sopravvivere» nel senso di vivere al di sopra piuttosto che in quello di vivere dopo. È più importante guadagnare in altezza che preoccuparsi d’immortalità personale. Per troppi «credenti» l’immortalità dell’anima non è altro che un indefinito prolungamento della vita temporale, senza la minima mutazione di livello. Evita questa confusione: pensa a salire piuttosto che a durare e sappi assumerti i rischi che ti aspettano sulle vette. L’immortalità ti sarà data in sovrappiù alla fine della tua ascesa, ma non abbandonerai mai la pianura se penserai troppo alla ricompensa che ti attende sulle cime.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 73)

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Redenzione del sociale

holyfamilyGrandeur, gloire, ô néant! Calme de la nature! Les aigles qui passaient ne le connaissaient pas.

Così Hugo parla di Napoleone a Sant’Elena. La natura ignora le differenze sociali, e l’individuo non è per lei che un rappresentante anonimo ed intercambiabile della specie:

Elle égalise tout dans la tombe et confond
Avec les bouviers morts la poussière que font
Les Césars et les Alexandres…

Anche Dio ignora i personaggi e le maschere della com­media sociale. Ma, a differenza della natura che non co­nosce che la specie, egli vede la persona sotto il perso­naggio. Tu non sei quel che credi di essere, ci dice la na­tura. Tu sei infinitamente più di quel che credi, ci dice Dio. Ed è per questo che il contatto con la natura ed il contatto con Dio ci liberano parimenti dalle vanità sociali, l’uno rivelandoci il nostro nulla, l’altro elevandoci fino al­l’infinito. Continua a leggere

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Senso del peccato

forestabrucSENSO DEL PECCATO – Nemici della vita quelli che credono al peccato? Senza dubbio se il loro sentimento non procede dall’amore. Ma la vera dottrina del peccato è figlia del più profondo rispetto della vita. Peccare non è trasgredire una regola morta, è sciupare qualche cosa di indicibilmente profondo, vergine e fragile. L’ordine, in effetti, è un abisso vivo, l’ordine è Dio. Le cose che profaniamo con il peccato sono tutte vibranti, sono tutte calde dell’amore infinito che ce le presenta. Il santo fervore della mano divina è in loro. Quando avaramente le distogliano dal loro scopo, noi contaminiamo, noi votiamo al vuoto e al diavolo delle briciole di Dio. Colui che ha il concetto più vivo del peccato è proprio colui che crede di più nella santità della vita.
Gli altri – coloro che negano il peccato della vita – non prendono la vita sul serio, la trattano come una prostituta. Non tutti i gesti sono permessi con una sposa! Ma niente è proibito per colui per cui niente è sacro…
Il senso del peccato ha dunque due fonti opposte che è necessario distinguere rigorosamente: esso può procedere sia dalla miseria vitale, dalla paura o dal «malocchio», cioè dalla povertà del soggetto (La Rochefoucauld, Nietzsche e tanti altri hanno fatto giustizia di questa specie di virtù) sia dalla venerazione del soggetto, cioè dalla ricchezza del soggetto.

(Gistave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, pp. 74-75)

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Vera e falsa amicizia

pane-di-ogni-giornoIn augustiis amici apparent (Gli amici si rivelano nelle difficoltà). Direi piuttosto, per i veri amici, in felicitate… L’amico sincero non è colui che sa interessarsi al nostro dolore con pietà, ma colui che sa guardare, senza invidia, la nostra felicità. Gli amici che più ci circondano nei giorni della desolazione sono spesso gli stessi che si inaspriscono e rabbuiano per la nostra felicità. La nostra gioia forma la pietra di paragone della loro pietà. Per tali consolatori, non v’ê peggior delusione della nostra consolazione. Pure l’amicizia è un convivium perfetto. Chi pretende dividere i nostri dolori, dovrebbe anche saper partecipare alle nostre gioie. Ma non condivide il nostro dolore! Questo gli procura una gioia (la sola gioia possibile per l’invidioso è quella di sentirci poveri e vuoti come lui), e la sua compassione apparente non è che una forma molto meschina della gratitudine. Viceversa, la nostra felicità, infrangendo questo rapporto di eguaglianza nel nulla, gli procura un dispiacere e il suo inasprimento, il suo «malocchio», non sono che una manifestazione molto vile del suo rancore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 105)

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Dovere e piacere

maddalena-ai-piedi-della-croceDovere e piacere. – Le persone serie ci insegnano che il dovere conduce a Dio ed il piacere al Diavolo. In realtà – a parte il criterio dell’utilità sociale – gli uomini di dovere non mi sembrano granché più vicini a Dio degli uomini di piacere. Il motivo? Che essi non vedono niente al di là del dovere, così come gli altri non vedono niente al di là del piacere. Ci si attacca al piacere perché il piacere è dolce e facile a cogliersi. Ma allo stesso modo ci si attacca al dovere perché il dovere è amaro e difficile: i sacrifici che esige sono così contrari alla natura che bisogna pur colorarli d’assoluta per aver la forza di compierli (così le madri, per far trangugiare l’olio di fegato di merluzzo ai loro bambini, lo presentano come una panacea: «Bevi se vuoi diventare grande e forte – e tanto peggio per te se non lo bevi!»). Il piacere ed il dovere si volgono in idolatria nella misura in cui chiedono all’uomo, il primo un eccesso di sforzi per staccarsene, ed il secondo altrettanti sforzi eccessivi per rimanervi. Basta amare per sfuggire a questa duplice idolatria: il piacere è vissuto allora come un dono dell’amore, e il dovere come un dono all’amore, ma l’uno e l’altro restano dei mezzi: il fine è l’amore.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 37-38)

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L’unione e l’unità

stfrancisembrace« Affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei in me e io in te; affinche anch’essi siano uno in noi » (Giovanni, XVII, 21). L’unione non mi basta: è verso l’unità che aspiro. L’unione è sempre più o meno esteriore; essa non abolisce la separazione tra gli esseri, ma li unisce con le­gami che possono sempre sia rompersi come trasformarsi in catene. Essa è imperfetta e parziale, si regge su gusti, interessi o doveri soggetti a mutamenti, certe volte persino sui peggiori elementi della nostra natura: una complicità è anche una unione! L’unità è tutt’altra cosa: tocca il fondo eterno degli esseri, dominando in tal modo le vicissitu­dini dei bisogni e delle passioni. Dio è uno, i santi sono uno con Dio. E il Cristo, nella preghiera sacerdotale, non dice: « Affinche siano uniti », ma: « Affinche siano uno ». Questa unità è riservata all’amore trascendente: Dio solo è uno, e le unioni umane si avvicinano o si allontanano dal­l’unità a seconda della loro partecipazione più o meno intensa all’amore divino.
Non si puo neppure parlare di legami tra l’uomo e Dio. La formula dell’unione è: essere con, quella dell’unità: essere in. « Restate in me ed io in voi ». Non si tratta più di alleanza, ma di ritorno all’identità originale: « Io sono il ceppo e voi i tralci ». E mentre l’unione con le creature limita sempre più o meno la nostra libertà (ogni legame ha per contrapposto una catena…), l’unione nel Cristo la dilata, perché ci fa partecipare alla libertà infinita di Dio.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 64-65)

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L’eroe e il giurista

achilletrascinaettoreVico vedeva, nell’avvento del diritto, la fine della vita e della politica eroiche.
Concordo. L’epoca moderna si caratterizza per l’ascesa dell’homo juridicus: l’uomo che ha diritti, che non pensa ad altro che ai propri diritti, l’uomo dall’orgogliosa banalità elevata a regina dell’universo, che ha disappreso, forse per sempre, quell’estasi eroica dell’essere che riceve o che conquista qualcosa di gratuito, di misterioso e di vergine. Questo istinto del diritto uccide l’amore prosciugandone la fonte più profonda: la gratitudine. Non soltanto: avvilisce anche la guerra. Le nazioni e le classi sono oggi in lotta per quel che chiamano il loro dovuto, cioè un bene conosciuto, catalogato (e deflorato) in anticipo: esse non marciano più, come i guerrieri d’un tempo, inseguendo qualche favore inatteso e carico di rischi dispensato da un destino superiore all’uomo, che può donare qualunque cosa a ciascuno ma che non deve niente a nessuno. Oh! quanta florida umiltà nell’orgoglio degli antichi eroi!

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, p. 60; traduzione redazionale)

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I due scandali del cristianesimo

gesu-adulteraI mediocri dispregiatori del cristianesimo lo attaccano in quanto religione disumana. Ma i suoi grandi denigratori (uno Spinoza, un Nietzsche) disprezzano i suoi eccessi di umanità. Il cristianesimo assegna all’uomo un’importanza centrale, definitiva (i dogmi dell’Incarnazione, dell’immortalità dell’anima, ecc.); non permette di «mettere in discussione» l’uomo. Qui ha sede lo scoglio per gli spiriti più alti e il solo movente capace di allontanarli da Cristo: il loro profondo disprezzo per l’uomo  li fa levare contro questo Dio così attento all’uomo al punto da invischiare la propria essenza nella palude umana. Quel che scandalizza i piccoli — coloro che si saziano di gioia nella banalità e nel peccato — è un Dio tanto duro per l’uomo; quel che scandalizza i grandi è un Dio così interessato all’uomo!
Eppure, da una parte e dall’altra, è uguale l’incomprensione dell’amore — dell’amore che castiga e dell’amore che discende. Non c’è uomo tanto puro ché l’amore divino non abbia bisogno di frantumarlo; ma non vi è neanche un uomo troppo miserabile da impedire all’amore divino di assediare e mendicare la sua anima. E in questo amore che ci dà la caccia fino all’inferno e che ci solleva fino al cielo sbiadisce il duplice scandalo del valore infinito dell’uomo e dalla sofferenza umana. Agli occhi di Dio nessun uomo si trova abbastanza in alto e nessun uomo si trova troppo in basso: qui risiede tutto il segreto dell’umanesimo cristiano…

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, pp. 61-62; traduzione redazionale)

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