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Vera e falsa amicizia

pane-di-ogni-giornoIn augustiis amici apparent (Gli amici si rivelano nelle difficoltà). Direi piuttosto, per i veri amici, in felicitate… L’amico sincero non è colui che sa interessarsi al nostro dolore con pietà, ma colui che sa guardare, senza invidia, la nostra felicità. Gli amici che più ci circondano nei giorni della desolazione sono spesso gli stessi che si inaspriscono e rabbuiano per la nostra felicità. La nostra gioia forma la pietra di paragone della loro pietà. Per tali consolatori, non v’ê peggior delusione della nostra consolazione. Pure l’amicizia è un convivium perfetto. Chi pretende dividere i nostri dolori, dovrebbe anche saper partecipare alle nostre gioie. Ma non condivide il nostro dolore! Questo gli procura una gioia (la sola gioia possibile per l’invidioso è quella di sentirci poveri e vuoti come lui), e la sua compassione apparente non è che una forma molto meschina della gratitudine. Viceversa, la nostra felicità, infrangendo questo rapporto di eguaglianza nel nulla, gli procura un dispiacere e il suo inasprimento, il suo «malocchio», non sono che una manifestazione molto vile del suo rancore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 105)

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Dovere e piacere

maddalena-ai-piedi-della-croceDovere e piacere. – Le persone serie ci insegnano che il dovere conduce a Dio ed il piacere al Diavolo. In realtà – a parte il criterio dell’utilità sociale – gli uomini di dovere non mi sembrano granché più vicini a Dio degli uomini di piacere. Il motivo? Che essi non vedono niente al di là del dovere, così come gli altri non vedono niente al di là del piacere. Ci si attacca al piacere perché il piacere è dolce e facile a cogliersi. Ma allo stesso modo ci si attacca al dovere perché il dovere è amaro e difficile: i sacrifici che esige sono così contrari alla natura che bisogna pur colorarli d’assoluta per aver la forza di compierli (così le madri, per far trangugiare l’olio di fegato di merluzzo ai loro bambini, lo presentano come una panacea: «Bevi se vuoi diventare grande e forte – e tanto peggio per te se non lo bevi!»). Il piacere ed il dovere si volgono in idolatria nella misura in cui chiedono all’uomo, il primo un eccesso di sforzi per staccarsene, ed il secondo altrettanti sforzi eccessivi per rimanervi. Basta amare per sfuggire a questa duplice idolatria: il piacere è vissuto allora come un dono dell’amore, e il dovere come un dono all’amore, ma l’uno e l’altro restano dei mezzi: il fine è l’amore.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 37-38)

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L’unione e l’unità

stfrancisembrace« Affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei in me e io in te; affinche anch’essi siano uno in noi » (Giovanni, XVII, 21). L’unione non mi basta: è verso l’unità che aspiro. L’unione è sempre più o meno esteriore; essa non abolisce la separazione tra gli esseri, ma li unisce con le­gami che possono sempre sia rompersi come trasformarsi in catene. Essa è imperfetta e parziale, si regge su gusti, interessi o doveri soggetti a mutamenti, certe volte persino sui peggiori elementi della nostra natura: una complicità è anche una unione! L’unità è tutt’altra cosa: tocca il fondo eterno degli esseri, dominando in tal modo le vicissitu­dini dei bisogni e delle passioni. Dio è uno, i santi sono uno con Dio. E il Cristo, nella preghiera sacerdotale, non dice: « Affinche siano uniti », ma: « Affinche siano uno ». Questa unità è riservata all’amore trascendente: Dio solo è uno, e le unioni umane si avvicinano o si allontanano dal­l’unità a seconda della loro partecipazione più o meno intensa all’amore divino.
Non si puo neppure parlare di legami tra l’uomo e Dio. La formula dell’unione è: essere con, quella dell’unità: essere in. « Restate in me ed io in voi ». Non si tratta più di alleanza, ma di ritorno all’identità originale: « Io sono il ceppo e voi i tralci ». E mentre l’unione con le creature limita sempre più o meno la nostra libertà (ogni legame ha per contrapposto una catena…), l’unione nel Cristo la dilata, perché ci fa partecipare alla libertà infinita di Dio.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 64-65)

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L’eroe e il giurista

achilletrascinaettoreVico vedeva, nell’avvento del diritto, la fine della vita e della politica eroiche.
Concordo. L’epoca moderna si caratterizza per l’ascesa dell’homo juridicus: l’uomo che ha diritti, che non pensa ad altro che ai propri diritti, l’uomo dall’orgogliosa banalità elevata a regina dell’universo, che ha disappreso, forse per sempre, quell’estasi eroica dell’essere che riceve o che conquista qualcosa di gratuito, di misterioso e di vergine. Questo istinto del diritto uccide l’amore prosciugandone la fonte più profonda: la gratitudine. Non soltanto: avvilisce anche la guerra. Le nazioni e le classi sono oggi in lotta per quel che chiamano il loro dovuto, cioè un bene conosciuto, catalogato (e deflorato) in anticipo: esse non marciano più, come i guerrieri d’un tempo, inseguendo qualche favore inatteso e carico di rischi dispensato da un destino superiore all’uomo, che può donare qualunque cosa a ciascuno ma che non deve niente a nessuno. Oh! quanta florida umiltà nell’orgoglio degli antichi eroi!

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, p. 60; traduzione redazionale)

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I due scandali del cristianesimo

gesu-adulteraI mediocri dispregiatori del cristianesimo lo attaccano in quanto religione disumana. Ma i suoi grandi denigratori (uno Spinoza, un Nietzsche) disprezzano i suoi eccessi di umanità. Il cristianesimo assegna all’uomo un’importanza centrale, definitiva (i dogmi dell’Incarnazione, dell’immortalità dell’anima, ecc.); non permette di «mettere in discussione» l’uomo. Qui ha sede lo scoglio per gli spiriti più alti e il solo movente capace di allontanarli da Cristo: il loro profondo disprezzo per l’uomo  li fa levare contro questo Dio così attento all’uomo al punto da invischiare la propria essenza nella palude umana. Quel che scandalizza i piccoli — coloro che si saziano di gioia nella banalità e nel peccato — è un Dio tanto duro per l’uomo; quel che scandalizza i grandi è un Dio così interessato all’uomo!
Eppure, da una parte e dall’altra, è uguale l’incomprensione dell’amore — dell’amore che castiga e dell’amore che discende. Non c’è uomo tanto puro ché l’amore divino non abbia bisogno di frantumarlo; ma non vi è neanche un uomo troppo miserabile da impedire all’amore divino di assediare e mendicare la sua anima. E in questo amore che ci dà la caccia fino all’inferno e che ci solleva fino al cielo sbiadisce il duplice scandalo del valore infinito dell’uomo e dalla sofferenza umana. Agli occhi di Dio nessun uomo si trova abbastanza in alto e nessun uomo si trova troppo in basso: qui risiede tutto il segreto dell’umanesimo cristiano…

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, pp. 61-62; traduzione redazionale)

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Debolezza e crudeltà

algeriaDebolezza e crudeltà. — A proposito dei fatti d’Algeria: torture, brutalità esercitate dai francesi sugli arabi, ecc.  — Questi atti sono quasi sempre un segno di deboleza: debolezza materiale, debolezza morale soprattutto, perdita di autorità, perdita di prestigio. Una certa qualità della forza impone il rispetto e l’obbedienza con il minimo di ricorso alla violenza. È la debolezza ad essere condannata alla crudeltà, e l’esercizio della crudeltà indebolisce ancora. I francesi hanno fatto conoscenza di questo in Spagna sotto Napoleone, i tedeschi in Francia alla fine dell’occupazione. Viene un’ora in cui non vi è più che un’alternativa: essere mostruosi oppure andarsene. I due rami dell’alternativa finiscono però per riunirsi: dopo essere stati atroci bisogna comunque finire con l’andarsene.
Ciò che si potrebbe rimproverare a coloro che dichiarano la loro indignazione davanti agli eccessi dei propri compatrioti è di non risalire a sufficienza nella scala delle cause e di non denunciare anche gli uomini e il regime che hanno reso quasi inevitabile l’atrocità. Invece di accusare esclusivamente l’ultima ruota di questo meccanismo di fatalità occorrerebbe vedere come si è costruita, nel suo insieme, la macchina infernale…
Quando un carro scivola lungo il bordo dell’abisso senza poterlo sganciare né allegerire il più colpevole non è chi sferza a morte i cavalli per evitare la catastrofe, ma colui che li ha imboccati lungo un cattivo cammino. (C. XXVI — 13.4.57)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 125-126; traduzione redazionale)

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Sancta mater Ecclesia

Virgo_LactansSancta mater Ecclesia. — Questo prodigioso edificio che infigge le proprie fondamenta nei millenni, e la sommità del quale si perde nel cielo, questa opera del tempo che anima e corona l’eternità, io non posso — quali che siano le sue parti caduche, i recessi oscuri e polverosi presso i quali alligna segretamente la menzogna —, giammai io potrò rifiutare di vederne l’equilibrio profondo e la grandezza unica. È qui — e da nessun altra parte — che ho trovato, uniti e inseparabili, l’ordine e l’assoluto che altrove si oppongono e si divorano a vicenda. I dogmi, i sacramenti, la liturgia hanno segnato la mia anima di un’impronta che mai alcuna abiura potrà cancellare. Se dovessi un giorno separarmi dalla Chiesa, ciò avverrebbe in nome delle esigenze che essa ha fatto nascere in me. Potrei colpirla con le mie mani, ma non trarrei la forza stessa di queste mani se non dal nutrimento che essa mi ha dispensato. La mia rivolta sarà sempre meno profonda della mia fede — ed essa sarà ancora un atto di fede.
Un tale edificio non può essere che la dimora di un Dio. Perché occorre dunque, pure senza potermene distaccare, che io retroceda sempre più dall’Altare verso la soglia? È che così tanto ordine, così tanta armonia, così tante pienezze terrene, una tale capacità di adattarsi all’umano mi fanno paura nello stesso tempo in cui colmano. Vi intravedo con chiarezza la dimora del Dio che ha creato la terra. Ma è il Dio che la terra ha crocifisso nel nome dell’ordine, il Dio il cui Regno non è di questo mondo. Sento che questa dimora è umanamente troppo bella e troppo perfetta per Lui, e non posso impedirmi di cercarLo in parte al di fuori, nell’innocenza delle piante, delle bestie, dei figli che obbediscono docilmente a leggi non scritte, e soprattutto nel cuore degli uomini — si chiamino essi il Figliol prodigo, il Buon Ladrone, Giobbe o Prometeo — che la sorte ha reso troppo forti o troppo deboli per inserirsi nell’ordine terreno, e la cui miseria, disperazione o rivolta lanciano il proprio grido cieco verso un Dio ignoto. (C. XVIII. — 25.9.49)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 146-147; traduzione redazionale)

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Equivalenza dei fanatismi

sweilRisposta stereotipata dei cattolici quando si evoca in loro presenza il rifiuto del battesimo di Simone Weil: «Ah! l’orgoglio… ».
— In realtà, a indignarsi in loro è la manifestazione dell’orgoglio del noi contrapposto all’orgoglio — vero o presunto — dell’io.
«Ha rifiutato la verità», mi dice qualcuno.
— Credo piuttosto che abbia rifiutato la menzogna di una conversione per cui non era interiormente pronta.
­— «Ha dunque preferito la sua verità alla verità», prosegue il mio interlocutore.
— Ma come posso aderire a la verità sulla base della semplice affermazione di un organismo sociale che pretende di possederla se essa non mi si impone, fosse anche in un lampo, come la mia più alta verità? È l’appello personale di Dio a dover muovere la mia fede, oppure dovrei inchinarmi senza riflettere davanti allo sfoggio delle vostre pretese di infallibilità? A tale riguardo tutti i fanatismi si equivalgono: ciascuno crede di rappresentare l’assoluto ed esige sottomissione incondizionata. Dovrei dunque abbandonarmi, con le mani legate e gli occhi bendati, a chi mi grida più forte, o da più vicino, giacché costui non può ingannarsi? Bisogna riconoscere che su questa via il marxismo si sostituisce magnificamente al cattolicesimo…
E per quale ragione i cattolici, così pronti a spiegare il rifiuto di convertirsi con intenzioni maligne (l’orgoglio invece che la lealtà intellettuale, ad esempio) si astengono dal ricercare i moventi impuri (pigrizia di spirito, bisogno di protezione o di dominio sociale…) che possono dissimularsi in una conversione? La parzialità di un simile atteggiamento fa emergere a pieno giorno la loro idolatria del sociale e del foro esteriore… (C. XXXII. — 29.4.62)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 159-160; traduzione redazionale)

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Dualità maligne

voilemasqueSfogliato un articolo su «Il rumore, cancro del simbolo». Civiltà decomposta in cui ogni organo è sostituito da un cancro. Lista senza fine:
il moralismo, cancro della virtù;
la licenza, cancro della libertà;
la tirannia, cancro della libertà;
l’erotismo, cancro dell’amore;
la massa, cancro del popolo;
la media, cancro della norma;
la burocrazia, cancro dell’organizzazione;
la moda, cancro del rito;
il progresso, cancro dell’eterno;
il naturismo, cancro dell’amore per la natura;
il culto dell’uomo, cancro della religione.
In questa maniera lo slogan della lotta contro il cancro può estendersi a tutte le zone dell’esistenza. Con questa circostanza aggravante; che, quando si tratta di cancri morali e spirituali, l’ablazione del tumore equivale all’innesto del tumore opposto: «L’elisione dei contrari»: passaggio dal puritanesimo alla licenza, dalla tirannia all’anarchia, ecc.

(Gustave Thibon, Le voile et le masque,  Fayard, Paris 1985, p. 186; traduzione redazionale)

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Vita e morte

cyborgVITA E MORTE — Tra la vita terrestre e quell’altra vita che ha inizio con la morte, il contrasto, per l’uomo normale, è meno violento di quanto si creda. Il timore della morte non può rappresentare un assoluto per chi ama la vita in modo sano. L’essere che preferisce tutto alla morte, non sa vivere. Ha paura della morte, perche porta già in sé la morte, questa morte eterna che comincia già nel tempo. Teme la morte, si aggrappa, disperato, a tutte le apparenze moribonde e morte della vita e della felicità, perché ha perso ogni fiducia nella vita, nella forza e nell’eternità della vita. Del resto, le forme di civiltà nelle quali l’uomo si accanisce a difendere la vita con i mezzi più artificiali e spesso più sacrileghi, sono anche quelle dove il suicidio si diffonde maggiormente. Questi due fenomeni sono della medesima essenza: il suicidio implica soltanto un grado di più o di meno, secondo i casi, della non-possibilità di vivere.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 103)

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