Archivi del mese: luglio 2016

I due scandali del cristianesimo

gesu-adulteraI mediocri dispregiatori del cristianesimo lo attaccano in quanto religione disumana. Ma i suoi grandi denigratori (uno Spinoza, un Nietzsche) disprezzano i suoi eccessi di umanità. Il cristianesimo assegna all’uomo un’importanza centrale, definitiva (i dogmi dell’Incarnazione, dell’immortalità dell’anima, ecc.); non permette di «mettere in discussione» l’uomo. Qui ha sede lo scoglio per gli spiriti più alti e il solo movente capace di allontanarli da Cristo: il loro profondo disprezzo per l’uomo  li fa levare contro questo Dio così attento all’uomo al punto da invischiare la propria essenza nella palude umana. Quel che scandalizza i piccoli — coloro che si saziano di gioia nella banalità e nel peccato — è un Dio tanto duro per l’uomo; quel che scandalizza i grandi è un Dio così interessato all’uomo!
Eppure, da una parte e dall’altra, è uguale l’incomprensione dell’amore — dell’amore che castiga e dell’amore che discende. Non c’è uomo tanto puro ché l’amore divino non abbia bisogno di frantumarlo; ma non vi è neanche un uomo troppo miserabile da impedire all’amore divino di assediare e mendicare la sua anima. E in questo amore che ci dà la caccia fino all’inferno e che ci solleva fino al cielo sbiadisce il duplice scandalo del valore infinito dell’uomo e dalla sofferenza umana. Agli occhi di Dio nessun uomo si trova abbastanza in alto e nessun uomo si trova troppo in basso: qui risiede tutto il segreto dell’umanesimo cristiano…

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, pp. 61-62; traduzione redazionale)

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Servitus peccati

fers_esclaveNon si sfugge all’obbedienza che per cadere nella schiavitù. Ti affliggi nel vedere di che cosa gli uomini si sono resi schiavi. Per avere la chiave di un simile mistero d’abiezione cerca dunque di chi hanno rifiutato d’essere i servitori.

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, p. 9; traduzione redazionale)

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Debolezza e crudeltà

algeriaDebolezza e crudeltà. — A proposito dei fatti d’Algeria: torture, brutalità esercitate dai francesi sugli arabi, ecc.  — Questi atti sono quasi sempre un segno di deboleza: debolezza materiale, debolezza morale soprattutto, perdita di autorità, perdita di prestigio. Una certa qualità della forza impone il rispetto e l’obbedienza con il minimo di ricorso alla violenza. È la debolezza ad essere condannata alla crudeltà, e l’esercizio della crudeltà indebolisce ancora. I francesi hanno fatto conoscenza di questo in Spagna sotto Napoleone, i tedeschi in Francia alla fine dell’occupazione. Viene un’ora in cui non vi è più che un’alternativa: essere mostruosi oppure andarsene. I due rami dell’alternativa finiscono però per riunirsi: dopo essere stati atroci bisogna comunque finire con l’andarsene.
Ciò che si potrebbe rimproverare a coloro che dichiarano la loro indignazione davanti agli eccessi dei propri compatrioti è di non risalire a sufficienza nella scala delle cause e di non denunciare anche gli uomini e il regime che hanno reso quasi inevitabile l’atrocità. Invece di accusare esclusivamente l’ultima ruota di questo meccanismo di fatalità occorrerebbe vedere come si è costruita, nel suo insieme, la macchina infernale…
Quando un carro scivola lungo il bordo dell’abisso senza poterlo sganciare né allegerire il più colpevole non è chi sferza a morte i cavalli per evitare la catastrofe, ma colui che li ha imboccati lungo un cattivo cammino. (C. XXVI — 13.4.57)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 125-126; traduzione redazionale)

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Sancta mater Ecclesia

Virgo_LactansSancta mater Ecclesia. — Questo prodigioso edificio che infigge le proprie fondamenta nei millenni, e la sommità del quale si perde nel cielo, questa opera del tempo che anima e corona l’eternità, io non posso — quali che siano le sue parti caduche, i recessi oscuri e polverosi presso i quali alligna segretamente la menzogna —, giammai io potrò rifiutare di vederne l’equilibrio profondo e la grandezza unica. È qui — e da nessun’altra parte — che ho trovato, uniti e inseparabili, l’ordine e l’assoluto che altrove si oppongono e si divorano a vicenda. I dogmi, i sacramenti, la liturgia hanno segnato la mia anima di un’impronta che mai alcuna abiura potrà cancellare. Se dovessi un giorno separarmi dalla Chiesa, ciò avverrebbe in nome delle esigenze che essa ha fatto nascere in me. Potrei colpirla con le mie mani, ma non trarrei la forza stessa di queste mani se non dal nutrimento che essa mi ha dispensato. La mia rivolta sarà sempre meno profonda della mia fede — ed essa sarà ancora un atto di fede.
Un tale edificio non può essere che la dimora di un Dio. Perché occorre dunque, pure senza potermene distaccare, che io retroceda sempre più dall’Altare verso la soglia? È che così tanto ordine, così tanta armonia, così tante pienezze terrene, una tale capacità di adattarsi all’umano mi fanno paura nello stesso tempo in cui colmano. Vi intravedo con chiarezza la dimora del Dio che ha creato la terra. Ma è il Dio che la terra ha crocifisso nel nome dell’ordine, il Dio il cui Regno non è di questo mondo. Sento che questa dimora è umanamente troppo bella e troppo perfetta per Lui, e non posso impedirmi di cercarLo in parte al di fuori, nell’innocenza delle piante, delle bestie, dei figli che obbediscono docilmente a leggi non scritte, e soprattutto nel cuore degli uomini — si chiamino essi il Figliol prodigo, il Buon Ladrone, Giobbe o Prometeo — che la sorte ha reso troppo forti o troppo deboli per inserirsi nell’ordine terreno, e la cui miseria, disperazione o rivolta lanciano il proprio grido cieco verso un Dio ignoto. (C. XVIII. — 25.9.49)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 146-147; traduzione redazionale)

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Dall’enigma al mistero

illusionfecondeDi un moralista ignoto: «Senza Dio non sappiamo nulla, con lui sappiamo ancor meno.» — Passaggio dall’enigma al mistero, l’insondabile più profondo dell’insolubile…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 55; traduzione redazionale)

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