Archivi del mese: maggio 2016

L’illusione dell’illimitato

portoneNell’uomo il peggior nemico dell’infinito è l’illimitato che dà l’illusione dell’infinito e che lo nasconde. Finché un essere può andare avanti, finché il limite della sua potenza, del suo amore o della sua libertà indietreggia davanti a lui, egli ignora l’infinito e non sa niente di Dio. Solo urtando contro il suo limite, egli scopre l’infinito. Dio sta sempre dietro la porta che non si può varcare.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 36)

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Profondità e superficie

oceanL’altezza e la profondità, la sommità e l’abisso si corrispondono: forse, chi lo sa?, si identificano. Ma ciò che vien detto i bassifondi dell’anima non è altro che una superficie. Un essere basso è sempre superficiale. L’acquitrino non è né alto né profondo: ha lo spessore giusto per andarvi a fondo. È l’oceano ad essere profondo — profondo come le montagne sono eccelse, e vergine nei suoi abissi come le montagne sulle loro vette.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 182-183)

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Vita e morte

cyborgVITA E MORTE — Tra la vita terrestre e quell’altra vita che ha inizio con la morte, il contrasto, per l’uomo normale, è meno violento di quanto si creda. Il timore della morte non può rappresentare un assoluto per chi ama la vita in modo sano. L’essere che preferisce tutto alla morte, non sa vivere. Ha paura della morte, perche porta già in sé la morte, questa morte eterna che comincia già nel tempo. Teme la morte, si aggrappa, disperato, a tutte le apparenze moribonde e morte della vita e della felicità, perché ha perso ogni fiducia nella vita, nella forza e nell’eternità della vita. Del resto, le forme di civiltà nelle quali l’uomo si accanisce a difendere la vita con i mezzi più artificiali e spesso più sacrileghi, sono anche quelle dove il suicidio si diffonde maggiormente. Questi due fenomeni sono della medesima essenza: il suicidio implica soltanto un grado di più o di meno, secondo i casi, della non-possibilità di vivere.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 103)

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Dissimulazione

le-pain-de-chaque-jourDISSIMULAZIONE — Manchiamo così spesso di «franchezza» e di chiarezza, dissimuliamo molte verità e spesso anche mentiamo positivamente, non per interesse o viltà ma soltanto per pudore. Il tatto, la discrezione, la delicatezza, il timore di offendere e quello di non esser compresi, ci inducono a deformare, sfuggire, occultare mille verità. Sopprimete tutte queste barriere, create tra gli uomini una specie di schiettezza barbara, e renderete libere tali verità, ma a prezzo di quale avvilimento, di quale prostituzione dei sentimenti!

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 149, pp. 141-142)

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La stessa mano che massacra guasta di carezze

pro-choice_childI nostri antenati avevano meno morale di noi, ma avevano più costumi; noi abbiamo più morale e meno costumi. Non è necessario d’altra parte risalire fino al Medioevo per stabilire tale confronto. I contadini di cento anni fa erano nel complesso più duri, più astuti, più meschini e più cavillosi dei contadini di oggi, erano meno aperti alla morale e all’amore che ne è la base. I loro nipoti hanno il cuore più sensibile e lo spirito più largo; le dispute, i processi, gli imbrogli sono più rari nei villaggi. Ma quei vecchi contadini possedevano, malgrado la strettezza quasi “immorale” della loro anima, un profondo capitale di tradizioni religiose e familiari e di saggezza istintiva: i loro figli hanno dilapidato quel capitale. Essi si incorporavano, personalmente ed ereditariamente, con la terra che coltivavano, e coprivano una funzione organica nella società: i loro figli, non più attaccati al suolo natale, non aspirano che a diventare funzionari anonimi e parassiti. Essi erano talora brutali coi loro figli, ma ne avevano: i loro figli circondano i propri di maggior tenerezza e maggiori cure, ma non ne hanno quasi più. Ancor peggio – e questo permette di misurare l’ampiezza mostruosa del divorzio fra la sensibilità morale e i costumi profondi – precisamente in questa Francia ove la maggior parte della gente è diventata così dolce, così umana e, in particolare, così tenera per i figli e così incapace di vederli soffrire, si contano, a dir poco, 500.000 aborti all’anno, vale a dire 500.000 bimbi assassinati! Da una parte, si viziano i bambini, dall’altra si uccidono: la stessa mano massacra gli innocenti e li guasta di carezze. E’ necessario che gli uni muoiano perché gli altri siano più coccolati e adorati: si fanno sacrifici umani a questi piccoli dei! Abbiamo conosciuto una persona che aveva ucciso quattro bambini nel proprio seno (non per malizia, ma per debolezza, per mancanza di istinti solidi e di cardini sociali) e che trovava mostruoso che si potesse battere un bambino per correggerlo… La distanza fra il bambino assassinato e il bambino viziato ci offre la misura dello stacco fra la sensibilità e i costumi profondi.

(Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, Effedieffe, Milano 1998, pp. 114-115)

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Dovere e desiderio

gth_animauxFa’ delle tue inclinazioni dei doveri. Spingi innanzi a te il tuo destino, come una pietra; solo abbi cura di far salire questa pietra per la stessa via che essa seguirebbe se tu la lasciassi scendere. Così soltanto si uniranno in te la necessità e la libertà, e tu sarai ad un tempo il figlio e il padre del tuo destino, come un buon re è ad un tempo l’emanazione e la guida del suo popolo.
Cristo ha posto il desiderio e il dovere dalla stessa parte. Fuori di Cristo, tutto tende a separarli.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947 (ed. or. 1942), p. 98 e 113)

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L’uccello e la selvaggina

blackbirdL’uccello e la selvaggina. — Guardo il merlo rubacchiare nel giardino. Un verso di Victor Hugo, letto macchinalmente in passato, mi ritorna alla mente: «Dio che fa gli uccelli non ha fatto la selvaggina». E penso alle prime emozioni di caccia, quando — appiattito dietro un sipario di foglie — tiravo ai merli attratti dalle bacche del ginepro. Allora non vedevo nell’uccello vivo che la possibilità dell’uccello morto: la preda, la conquista che stringevo in mano e portavo trionfante a casa. E quando, dopo la mia fucilata, il merlo prendeva il largo, provavo una sensazione di delusione, quasi di ingiustizia, come se l’uccello si fosse sottratto al suo destino naturale. Adesso, tirare sul merlo che svolazza leggero nei viali mi sembrerebbe un gioco puerile, più assurdo ancora che crudele. Sarei io il maggiormente punito se, invece di seguire con lo sguardo un uccello vivo, tenessi tra le mani un uccello morto.

Questa semplice riflessione mi fa misurare tutta la limitatezza e tutta la volgarità della passione conquistatrice e possessiva. In amore, in amicizia, in politica, quanti esseri vedono, nei loro simili, non più l’uccello vivo creato dall’amore di Dio, ma la selvaggina morta adocchiata dalla cupidigia umana! «Vittorie esteriori», diceva Napoleone, al quale risponderà Simone Weil: «Si ama come si mangia». Questo «amore» poggia su un assassinio: l’assassinio invisibile dell’anima e della sua liberta, meno totale ma più profondo della strage del cacciatore. E l’assassinio è duplice: come si uccide prima di tutto l’uccello trasformandolo in selvaggina, così, sotto un altro significato, si uccide se stessi riducendo il proprio desiderio alla cosa morta che si può tenere in mano.

Il dramma dell’amore umano è che vorrebbe ad un tempo contemplare l’uccello e mangiare la selvaggina. È impossibile. Bisogna scegliere tra la sazietà immediata delle viscere e l’ebbrezza lontana dello sguardo. L’intimità vera non è una assimilazione, ma uno scambio tra due libertà che si contemplano l’un l’altra — e questo scambio implica prima di tutto una distanza.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 112-113)

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