Cosificazione della natura

Potere tecnico. – Abbiamo acquisito il dominio sulla natura a spese del dialogo interiore con la natura. Materialismo che consiste nel trasformare la materia, velo trasparente dell’invisibile, in materiale utilizzabile per ogni fine pratico, ma opaco a riguardo dell’anima. La natura «cosificata» obbedisce ai nostri ordini e non ci fa più confidenze: siamo serviti da uno schiavo sordomuto…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque, Fayard, Paris 1985, p. 211; traduzione redazionale)

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Thibon legge Victor Hugo

Il grande amore di Gustave Thibon per la poesia affonda le radici nella più tenera infanzia. Fu il padre ad iniziarlo alla poesia. È stato lo stesso Thibon a raccontare, in più di una occasione, come il genitore recitasse quasi senza sosta dei versi poetici. Così il piccolo Gustave cominciò ad assimilare quella vena lirica che ne influenzerà la scrittura.

A Victor Hugo spetta un posto particolare tra gli autori prediletti di Thibon. Durante un’intervista televisiva col giornalista Jacques Chancel lo vediamo recitare a memoria una delle più belle poesie di Hugo: Le pont, un poema del 1852 apparso nella raccolta Les Contemplations. In Le pont temi come la preghiera e la trascendenza di Dio sono evocati in maniera così sublime da spingere Thibon a raccomandare alle scuole cattoliche l’insegnamento della poesia di Hugo (molto amata anche da don Luigi Giussani).

Proponiamo la visione del video dell’intervista (fino al minuto 7:39), al quale facciamo seguire la poesia di Hugo e la traduzione italiana a cura di Lionello Sozzi.

Le pont

J’avais devant les yeux les ténèbres. L’abîme
Qui n’a pas de rivage et qui n’a pas de cime,
Était là, morne, immense ; et rien n’y remuait.
Je me sentais perdu dans l’infini muet.
Au fond, à travers l’ombre, impénétrable voile,
On apercevait Dieu comme une sombre étoile.
Je m’écriai : — Mon âme, ô mon âme ! il faudrait,
Pour traverser ce gouffre où nul bord n’apparaît,
Et pour qu’en cette nuit jusqu’à ton Dieu tu marches,
Bâtir un pont géant sur des millions d’arches.
Qui le pourra jamais ! Personne ! ô deuil ! effroi !
Pleure ! — Un fantôme blanc se dressa devant moi
Pendant que je jetai sur l’ombre un œil d’alarme,
Et ce fantôme avait la forme d’une larme ;
C’était un front de vierge avec des mains d’enfant ;
Il ressemblait au lys que la blancheur défend ;
Ses mains en se joignant faisaient de la lumière.
Il me montra l’abîme où va toute poussière,
Si profond, que jamais un écho n’y répond ;
Et me dit : — Si tu veux je bâtirai le pont.
Vers ce pâle inconnu je levai ma paupière.
— Quel est ton nom ? lui dis-je. Il me dit : — La prière.

Jersey, décembre 1852.

Il ponte

Avevo innazi agli occhi le tenebre. L’abisso
Che non ha rive, l’abisso che non ha vette,
Era lì, tetro, immenso, e nulla si moveva.
Mi sentivo perduto in quel muto infinito.
Nel fondo, nell’ombra, velo impenetrabile,
si intravedeva Dio come una buia stella.
Gridai: «Anima mia! o anima! bisogna,
Per traversare il baratro che non ha sponda alcuna,
E perché questa notte fino al tuo Dio ti innalzi,
Costruire un ponte immenso, con milioni di arcate!
Chi mai potrà? Nessuno! O dolore, o spavento!
Piangi!» Un fantasma candido si rizzò accanto a me
Mentre gettavo nell’ombra uno sguardo sgomento
Aveva, quel fantasma, la forma di una lacrima
E una fronte virginea e mani di bambina;
Rassomigliava al giglio, che il candore protegge
Le mani, congiungendosi, emanavano luce.
L’abisso mi additò, in cui tutto va in polvere,
Abisso così fondo che mai vi risponde l’eco,
E mi disse: «Se vuoi, costruirò io quel ponte».
Verso quell’ombra pallida alzai trepido il viso.
«Il tuo nome?» le chiesi. Rispose: «La preghiera».

Jersey, dicembre 1852

(Victor Hugo, Poesie, a cura di Lionello Sozzi, Mondadori, Milano 2002, pp. 330-331)

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Vita in dimenticanza

Non morire è una cosa. Vivere ne è un’altra. Entriamo in un’era nella quale l’uomo coltiva e moltiplica tutti i mezzi per non morire (medicina, confort, sicurezza, distrazioni) – tutto ciò che permette di dilatare o di puntellare l’esistenza nel tempo, ma non di vivere, dal momento che l’unica sorgente della vita vera sta al di là del tempo e contiene anche la morte nella sua unità. Vediamo spuntare l’ala dubbia e bastarda d’una civiltà in cui la preoccupazione sterilizzante di sfuggire alla morte porterà gli uomini a dimenticare la vita.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 76)

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Gustave Thibon, una consonanza ideale con la Lumen Fidei

di Giuseppe Brienza

(Formiche, 18 agosto 2013)

Pochi hanno colto come, nella sua prima Enciclica, Lumen Fidei, pubblicata il 29 giugno 2013, Papa Francesco sia intervenuto nel modo più chiaro sul tema del “gender” e delle proposte volte a relativizzare quella che Bergoglio ribadisce invece essere la «bontà della differenza sessuale» (n. 52). In un paragrafo molto interessante dell’enciclica, intitolato La fede e la famiglia, in perfetta continuità rispetto al Magistero dei suoi due predecessori, Francesco addita nella progressiva demolizione della famiglia ad opera di autorità e media la definitiva impossibilità per la Fede cattolica di divenire “lievito” della società. Infatti scrive come «Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore» (n. 52). Continua a leggere

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Fondamento divino della morale

Fondamento divino della morale. Non è un uomo chi non ha praticato quelle dure virtù – continenza, economia, perseveranza nello sforzo, ecc. – che consistono nel subordinare il piacere al dovere, il presente all’avvenire, e che assolvono, nell’ordine della psiche, il ruolo degli investimenti nel campo dell’economia politica. Ma non è altro che un uomo chi non sa rinunciare a queste virtù di investimento per ritrovare, di fronte a Dio, la spensieratezza degli uccelli del cielo e dei fiori del campo. Resta il fatto che occorre cominciare dal costruire in noi l’uomo: il possesso di sé è la prima condizione dell’offerta di se stessi. Ed senza dubbio in questo senso che la morale trova la propria giustificazione sovrannaturale.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 124; traduzione redazionale)

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Ai «convertiti»

Ai «convertiti». – Non ci si libera da un eccesso passando nell’eccesso contrario. Due errori opposti e successivi non si annullano, si sommano.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 193)

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Tradizione e assimilazione

Tradizione e assimilazione. – Il passato, integrato dal presente e filtrato alla luce dell’eterno. Mobilità delle acque, ma fedeltà alla fonte da cui discendono e al mare verso cui si dirigono…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 101; traduzione redazionale)

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Eternità o caducità della bellezza

davantiallospecchioA una bella donna. – Tremate davanti al vostro specchio: questa bellezza di cui vi riflette l’immagine non è un vostro bene (nel senso di proprietà): è un dono immeritato della bellezza eterna e, per la vostra anima, un modello del quale dover imitare la grazia e l’armonia. Ma se, orgogliosa di questo dono, ve ne servite come di uno strumento di conquista sarete indegna d’averlo ricevuto. E questa bellezza che oggi rendete vostra complice sarà domani vostro giudice…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 131; traduzione redazionale)

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Le due debolezze

boromirLa Chiesa è così debole oggi di fronte agli uomini e agli stati… Come potremmo non prenderne le parti? Ma una cosa è il debole che muore la spada alla mano e gli occhi rivolti verso il cielo, altra cosa è il debole che vive d’indugi, di concessioni, di diplomazia rancida e caduca.

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, p. 144; traduzione redazionale)

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Vivere e sopravvivere

portigrigiVivere e sopravvivere. – Ci sono virtù che permettono di vivere (il lavoro, l’onestà, la moderazione e tutte le forme di rispetto del Codice sociale); ce ne sono altre che permettono di sopravvivere (la grandezza d’animo, il distacco, e tutti i sentimenti che si richiamano all’eroismo ed alla nobiltà). Ma è più opportuno valutare la parola «sopravvivere» nel senso di vivere al di sopra piuttosto che in quello di vivere dopo. È più importante guadagnare in altezza che preoccuparsi d’immortalità personale. Per troppi «credenti» l’immortalità dell’anima non è altro che un indefinito prolungamento della vita temporale, senza la minima mutazione di livello. Evita questa confusione: pensa a salire piuttosto che a durare e sappi assumerti i rischi che ti aspettano sulle vette. L’immortalità ti sarà data in sovrappiù alla fine della tua ascesa, ma non abbandonerai mai la pianura se penserai troppo alla ricompensa che ti attende sulle cime.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 73)

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