Gustave Thibon, un contadino filosofo del pensiero forte

Diagnosidi Giuseppe Valente

Il libro “Diagnosi” di Gustave Thibon, il cd. filosofo contadino, curato da Emiliano Fumaneri, consiste in una raccolta di saggi composti tra il 1934 ed il 1939, e pubblicati in varie riviste dell’epoca, offre al lettore numerosi spunti di riflessione, anche riferibili all’attualità.

Per quanto concerne il contesto storico/politico in cui tale libro veniva realizzato, anche importante per comprendere le posizioni politologiche dell’autore, si osserva come esso sia stato molto ben descritto da Emiliano Fumaneri nella presentazione, con dovizia di particolari sul quale per ciò non indugio.

Con riguardo, invece, ai contenuti di pensiero espressi dall’autore, va in primo luogo evidenziato come egli in generale esprima una severa e decisa polemica contro il relativismo modernista, in cui tutto appare diventato indistinto, secondo una filosofia che, negando ogni punto di vista stabile delle cose come ogni certezza teorico/pratica, affermi la via del nichilismo, qui inteso quale processo variegato ma di distruzione dei valori e degli ideali tradizionalisti, quindi, volta a determinare sotto il profilo etico una concezione per cui non potrebbe determinarsi, poiché assente, alcunché di assoluto che sia capace di orientare il corso delle cose ed anche l’agire morale dell’uomo, quale conseguenza per cui la realtà sarebbe destinata a divenire nel nulla. Non vi sarebbe, cioè, alcuna realtà sostanziale sottesa a fenomeni percepibili dalla coscienza e di cui si è coscienti, con esiti sfociati spesso in forme di esasperato individualismo, di anarchismo, di materialismo ed anche di immoralismo. In un ambito siffatto, pare che sia stato sotto gli occhi di tutti i pensatori più autorevoli, sia pure con orientamenti differenti od opposti, il fatto che nel Novecento ci si sia barcamenati tra forme di totalitarismo estremo (es. nazismo e comunismo) quanto di relativismo estremo. Continua a leggere

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Ritorno alla casa del Padre

die-heimkehr-des-verlohrenen-sohnesGli idoli hanno dimostrato la loro negatività: siamo arrivati al punto in cui il Figliol prodigo rovinato ed affamato invidia la sorte dei guardiani di porci. Tre strade sono davanti a noi – due senza sbocco; morire di fame e di disperazione, come ci invitano a fare l’esistenzialismo ateo e la letteratura nera; diventare una bestia del gregge cedendo ai richiami della Circe totalitaria – oppure ritornare alla casa del Padre e ritrovare, col Bene assoluto, il vero uso dei beni relativi. Abbiamo bevuto il veleno dell’idolatria: dopo la fase dell’ubriachezza, eccoci allo stadio della nausea, e questa nausea può diventare liberazione – a condizione che prepari il nostro ritorno al vero nutrimento.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, pp. 40-41)

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Il bene e la forza

Rilettura di Simone Weil sui rapporti tra la forza (più o meno tinta di violenza) e il bene. Nell’educazione, in politica e in una certa misura nella religione, il bene che si vuole salvare o diffondere ha sempre più o meno bisogno, per non soccombere, di scendere a patti con la forza (e in ciò è necessariamente contaminato da quest’ultima e ridotto allo stato di male minore: il contagio dell’hitlerismo nei nemici di Hitler ne è un esempio insigne) e la forza ha sempre bisogno, per giustificarsi dinanzi allo sguardo velato e mai spento della coscienza, di scendere a patti con il bene. «Non potendo fare in modo che ciò che è giusto sia forte, si fa in modo che ciò che è forte sia giusto», dice Pascal. Non si esce da questa contraddizione: o il bene, se vuole conservarsi puro, è schiacciato dalla forza (cosa avrebbe potuto la non–violenza dinanzi a un Hitler?), o esso si degrada legandosi alla forza. In altri termini, deve o rinunciare all’esistenza, o sopravvivere tradendo la sua essenza. Bisognerebbe che questa alleanza fosse riconosciuta e ammessa come una necessità, senza confusione, né illusione, né ipocrisia e che non diventasse mai una lega. O ancora che l’inevitabile compromesso con la forza non comportasse la compromissione dell’anima…

(Gustave Thibon, Il velo e la maschera, in L’ignoranza stellata. Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2019, p. 360)

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Del martirio politico

99b4370b4953d7a06ff2284a8df1dbd3Del martirio politico. – Ogni fazione, ogni partito ha i suoi martiri. Ma tutti questi martiri sono colmi fino alla gola, intrisi di menzogne; essi muoiono colorando d’assoluto e d’eternità una cosa limitata e fugace; non si sacrificano che a degli idoli. Quale nullità nella loro testimonianza! Il solo modo valido di martirio politico sarebbe invece quello di morire nella coscienza della relatività e dell’impurità di tutte le cose del mondo, di morire, non per ciò che falsamente viene identificato col bene supremo, ma per ciò che lealmente si considera come un male minore, di morire senza illusioni sulla causa per la quale si muore.
Un martirio lucido: è possibile? Sì, a condizione che nella partita ci sia anche il vero Dio. Solo la presenza nel suo intimo del bene assoluto può dare all’uomo la forza di morire per il male minore conosciuto come tale e di realizzare l’unione, impossibile sul piano terrestre, della chiaroveggenza e del sacrificio. Al di fuori di questo, non c’è che la scelta tra lo scetticismo che crea i vili e la menzogna che crea gli pseudo-martiri.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, p. 40)

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Il martirio dell’imparzialità

guelfi-e-ghibellini11Guelfo contro ghibellini, ghibellino contro guelfi. L’imparzialità ha i suoi martiri. Nei conflitti più impuri – travestiti da guerre sante – chi si rifiuta di prendere partito per l’una o l’altra branca della tenaglia sarà stritolato dall’una e dall’altra…

(Gustave Thibon, Il velo e la maschera, in L’ignoranza stellata -Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2019, p. 380)

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Privilegio divino dei disarmati

tumblr_ouyy54icda1vfb6glo1_500Tenerezza e pietà soprannaturali per l’innocenza esposta alla durata e alle sozzure del mondo. Privilegio divino dei bambini, dei poveri, dei malati, dei vecchi – di tutti gli esseri disarmati di suscitare quell’attenzione divorante, sorella della preghiera. Non si può che pregare dinanzi a ciò che si è impotenti a proteggere. «Dirsi che anche i nostri nemici sono mortali» (Valéry). – Ma perché bisogna che l’apprendistato della vita, con la sua durezza, le sue abilità, le sue ipocrisie, consista in larga parte nell’introdurre nell’anima delle miscele impure che diminuiscono questa fragilità dell’innocenza? – Maturare, diventare uomo, è altro che conformarsi alla massima: meglio fare invidia che pietà, cioè irritare l’io degli altri invece di intenerire la loro anima?

(Gustave Thibon, Il velo e la maschera, in L’ignoranza stellata – Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2019, pp. 384-385)

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La guerra, fuga da Dio

soldiers-7031831__340I conflitti che devastano l’umanità presi in sé non meritano di catturare la nostra attenzione e il nostro dolore. Essi non sono che la maschera – una maschera da squarciare – di un’altra scissione, la sola che sia reale e che abbia importanza: la fuga da Dio e dall’attrazione del suo amore. Il guaio non sta nel fatto che due menzogne si strazino a vicenda, ma che lottino sopra il corpo di una verità assassinata. I gesti con cui due idoli si offendono reciprocamente mi toccano assai poco: a spaventarmi è il fatto che compiano entrambi un identico gesto di offesa a Dio! La tragedia non sta nella lotta dei frammenti tra di loro, sta nell’unità disgregata. Quando due idoli si battono, Dio è tra di loro a sanguinare per ogni colpo! Quando vedo due fratelli snaturati che si fanno la guerra, la mia tristezza non si arresta a quei miserabili, essa risale verso il Padre comune che hanno dovuto rinnegare prima di battersi.

(Gustave Thibon, Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale, trad. it. Fede & Cultura, Verona 2021, p. 100)

Vanità della guerra. – Tu odi tuo fratello e sguaini la spada contro di lui. Ma non sai di essere uno solo col tuo fratello? Colpendolo, tu tagli prima di tutto l’arteria che ti unisce a lui e che vi nutrisce entrambi. Tu uccidi Dio tra di voi. E l’emorragia è comune: la vittima si vuota del suo sangue e l’assassino della sua anima.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, p. 69)

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Il peccato di dare male

605px-pieter_brueghel_de_jonge_-_parels_voor_de_zwijnen«Nolite mittere margaritas ante porcos». – Ed ecco che il mio grande peccato contro lo spirito – questa così spregevole modestia, questo bisogno di comunione senza preoccuparmi dell’altezza, coi quali ho profanato i doni più puri di Dio condividendoli con tanti esseri superficiali e mediocri – mi appare finalmente in una sorta di angoscia nauseante. Tante ore prostituite, tanti tesori scialacquati, tutto il segreto della mia anima – questo povero granello di senape che ho gettato nella polvere o nel fango della strada invece di lasciarlo germinare nella mia solitudine o seminarlo su terreno vergine: evocando tanto tradimento, i rimorsi mi soffocano. Ho commesso il peccato, e merito il castigo del cattivo ricco – non quello che tiene tutto per sé, ma quello che dilapida al vento i suoi tesori. Perché chi dà male è altrettanto colpevole di chi non dà niente.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, pp. 39-40)

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Salvare le cose della terra

img_2850A nome del cielo, salviamo le cose della terra! Tale è il senso del nostro realismo (del nostro materialismo, se vogliamo). Non sono le cose di quaggiù in sé che difendiamo: ciò che vogliamo salvare difendendole, è il basamento, l’arco e il pilastro della realtà suprema. – Queste povere cose non sono tutto, ma supportano tutto, cominciano tutto… Cosa potrà intuire del cielo l’uomo artificiale, esaurito, viziato da un cattivo clima terrestre? (C. V)

(Gustave Thibon, Aux ailes de la lettre. Pensées inédites 1932-1982, Editions du Rocher, Paris 2006, pp. 336-337; traduzione di Antonella Fasoli)

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Aborto dell’amore

ite_missaAborto dell’amore. – Dà più soddisfazione mangiare che assimilare, perché l’assimilazione è un fenomeno oscuro ed insensibile. Così, l’individuo attaccato al solo piacere di mangiare (il che, nell’ordine psicologico, equivale alla ricerca incessante del nuovo ed all’ubriacatura della conquista) si preoccupa più di scegliere i manicaretti che di assicurarsi una tranquilla digestione. La nostra sete di «sensazioni» è tale che preferiamo ciò che solletica esteriormente il palato a ciò che passa nel sangue e s’incorpora oscuramente alla nostra sostanza.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, trad. it. SEI, Torino 1971, p. 39)

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