Seminare l’amore

campodigranoAi pessimisti. Questa luce ideale che ci permette di constatare che il mondo è malvagio o assurdo è anche lo strumento consegnatoci per rendere il mondo migliore. Soffrendo per la sua assenza, mostri di portare in te il seme di quella perfezione che non trovi attorno a te. E il campo incolto su cui stai camminando non si attende che tu pianga sulla sua cattiva vegetazione, ma che lo dissodi per seminarvi il buon grano. «Dove non c’è amore, metti amore ed otterrai amore».

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 28; traduzione redazionale)

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Il privilegio dei santi

mother-teresa«Si metta nei miei panni». Espressione stupida. Come se dipendesse da me di vivere quel che tu vivi, di essere te! Non ci si mette al posto di un altro; si può al massimo esservi messo da circostanze esteriori od interiori che non dipendono dalla volontà. Oppure dalla grazia divina che ci fa penetrare il segreto delle anime. È il privilegio dei santi: essi possono mettersi al posto di chiunque perché non vivono più in loro stessi: la perfetta accettazione esige il vuoto assoluto.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 136)

 

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L’infinito della menzogna

mascheraCi sono due cose infinite nell’uomo: il suo orgoglio e la sua miseria. Questi due infiniti si fanno guerra. La miseria, totalmente riconosciuta ed accettata. può uccidere l’orgoglio. Ma l’orgoglio non può mai uccidere la miseria. Allora, la maschera. Donde la secrezione di un nuovo infinito che concilia illusoriamente gli altri due: l’infinito della menzogna.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 215)

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Vera e falsa amicizia

pane-di-ogni-giornoIn augustiis amici apparent (Gli amici si rivelano nelle difficoltà). Direi piuttosto, per i veri amici, in felicitate… L’amico sincero non è colui che sa interessarsi al nostro dolore con pietà, ma colui che sa guardare, senza invidia, la nostra felicità. Gli amici che più ci circondano nei giorni della desolazione sono spesso gli stessi che si inaspriscono e rabbuiano per la nostra felicità. La nostra gioia forma la pietra di paragone della loro pietà. Per tali consolatori, non v’ê peggior delusione della nostra consolazione. Pure l’amicizia è un convivium perfetto. Chi pretende dividere i nostri dolori, dovrebbe anche saper partecipare alle nostre gioie. Ma non condivide il nostro dolore! Questo gli procura una gioia (la sola gioia possibile per l’invidioso è quella di sentirci poveri e vuoti come lui), e la sua compassione apparente non è che una forma molto meschina della gratitudine. Viceversa, la nostra felicità, infrangendo questo rapporto di eguaglianza nel nulla, gli procura un dispiacere e il suo inasprimento, il suo «malocchio», non sono che una manifestazione molto vile del suo rancore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 105)

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Libertà

caravaggio-san-francesco-di-assisi-in-estasiLibertà. – Niente è più instabile e più provvisorio di questa incredibile facoltà. Essa ci viene data perché muoia, perché sia uccisa. Tutto dipende dal livello al quale soccombe: in basso, la schiavitù; in alto, l’amore. I santi si affrettano a metterla nelle mani di Dio perché gli idoli non la portino via.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 55)

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Pascal e Thibon: Membres pensants e reductio ad Unum

giovannivitaliRiflessioni su La libertà dell’ordine

di Giovanni Vitali

Se i piedi e le mani avessero una volontà autonoma, non resterebbero nell’ordine loro che assoggettando questa volontà particolare a quella volontà prima che governa il corpo intero. Al di fuori di questo modo, cadrebbero nel disordine e nell’infelicità; ma, volendo solo il bene del corpo, fanno il loro proprio bene” (1). Continua a leggere

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Dovere e piacere

maddalena-ai-piedi-della-croceDovere e piacere. – Le persone serie ci insegnano che il dovere conduce a Dio ed il piacere al Diavolo. In realtà – a parte il criterio dell’utilità sociale – gli uomini di dovere non mi sembrano granché più vicini a Dio degli uomini di piacere. Il motivo? Che essi non vedono niente al di là del dovere, così come gli altri non vedono niente al di là del piacere. Ci si attacca al piacere perché il piacere è dolce e facile a cogliersi. Ma allo stesso modo ci si attacca al dovere perché il dovere è amaro e difficile: i sacrifici che esige sono così contrari alla natura che bisogna pur colorarli d’assoluta per aver la forza di compierli (così le madri, per far trangugiare l’olio di fegato di merluzzo ai loro bambini, lo presentano come una panacea: «Bevi se vuoi diventare grande e forte – e tanto peggio per te se non lo bevi!»). Il piacere ed il dovere si volgono in idolatria nella misura in cui chiedono all’uomo, il primo un eccesso di sforzi per staccarsene, ed il secondo altrettanti sforzi eccessivi per rimanervi. Basta amare per sfuggire a questa duplice idolatria: il piacere è vissuto allora come un dono dell’amore, e il dovere come un dono all’amore, ma l’uno e l’altro restano dei mezzi: il fine è l’amore.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 37-38)

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L’unione e l’unità

stfrancisembrace« Affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei in me e io in te; affinche anch’essi siano uno in noi » (Giovanni, XVII, 21). L’unione non mi basta: è verso l’unità che aspiro. L’unione è sempre più o meno esteriore; essa non abolisce la separazione tra gli esseri, ma li unisce con le­gami che possono sempre sia rompersi come trasformarsi in catene. Essa è imperfetta e parziale, si regge su gusti, interessi o doveri soggetti a mutamenti, certe volte persino sui peggiori elementi della nostra natura: una complicità è anche una unione! L’unità è tutt’altra cosa: tocca il fondo eterno degli esseri, dominando in tal modo le vicissitu­dini dei bisogni e delle passioni. Dio è uno, i santi sono uno con Dio. E il Cristo, nella preghiera sacerdotale, non dice: « Affinche siano uniti », ma: « Affinche siano uno ». Questa unità è riservata all’amore trascendente: Dio solo è uno, e le unioni umane si avvicinano o si allontanano dal­l’unità a seconda della loro partecipazione più o meno intensa all’amore divino.
Non si puo neppure parlare di legami tra l’uomo e Dio. La formula dell’unione è: essere con, quella dell’unità: essere in. « Restate in me ed io in voi ». Non si tratta più di alleanza, ma di ritorno all’identità originale: « Io sono il ceppo e voi i tralci ». E mentre l’unione con le creature limita sempre più o meno la nostra libertà (ogni legame ha per contrapposto una catena…), l’unione nel Cristo la dilata, perché ci fa partecipare alla libertà infinita di Dio.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 64-65)

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Un fuoco accecante

fuocotenebreSempre l’inferno. Le due immagini del Vangelo, quella del fuoco eterno e quella delle tenebre esteriori, ci rivelano l’analogia tra l’inferno e certe passioni terrene che sono a un tempo incendio e cecità: le tenebre che bruciano, una fiamma amputata della luce. L’ardore non serve a nulla; è la luce che salva. A riguardo dell’inferno possiamo parlare di fuoco, giammai di luce.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 20; traduzione redazionale)

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Il dolore e la morte in santa Teresa di Lisieux

therese-lisieuxdi Gustave Thibon

È l’amaro destino degli esseri più grandi e più puri: essere schiacciati e mutilati dalla propria gloria. Il loro nome è celebre tra gli uomini, ma il messaggio profondo e l’autentico grido della loro anima restano incompresi. Il mondo, in generale, non li ammira e non li prega se non in forza di un equivoco.  La fama approfondisce e ne moltiplica ancora la solitudine. Tale fu la sorte di Gesù Cristo. E tale è quella di tutti coloro che, per il loro genio o per il loro cuore, quaggiù sulla terra sono  i più fedeli riflessi della profondità divina. Gli uomini sono così vacui da sapersi ritagliare degli idoli perfino dal legno della vera croce e dal cuore del vero Dio. Continua a leggere

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