La doppiezza del vizio

cateneDefinizione del vizio: un peccato commesso senza piacere. Occorrerebbe estendere questa formula e distinguere due specie di vizi: i peccati commessi senza piacere e le virtù praticate senza amore.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1985, p. 38; traduzione redazionale)

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Inferno

uomo-fangoInferno  – Questa assemblea di creature di fango, ma di fango indurito al fuoco eterno, e in cui lo statuario divino non può più fare il minimo ritocco. E questo comincia già quaggiù. Guardate quest’uomo «arrivato», questo dominatore e tutti questi peccatori orgogliosi del loro peccato: il loro fango è inflessibile sotto il dito di Dio: può essere spezzato, ma non può essere modellato. Non sognare d’astrarti completamente dal fango, uomo uscito dal limo. Ma che il tuo fango resti malleabile!

(Gistave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 81)

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Senso del peccato

forestabrucSENSO DEL PECCATO – Nemici della vita quelli che credono al peccato? Senza dubbio se il loro sentimento non procede dall’amore. Ma la vera dottrina del peccato è figlia del più profondo rispetto della vita. Peccare non è trasgredire una regola morta, è sciupare qualche cosa di indicibilmente profondo, vergine e fragile. L’ordine, in effetti, è un abisso vivo, l’ordine è Dio. Le cose che profaniamo con il peccato sono tutte vibranti, sono tutte calde dell’amore infinito che ce le presenta. Il santo fervore della mano divina è in loro. Quando avaramente le distogliano dal loro scopo, noi contaminiamo, noi votiamo al vuoto e al diavolo delle briciole di Dio. Colui che ha il concetto più vivo del peccato è proprio colui che crede di più nella santità della vita.
Gli altri – coloro che negano il peccato della vita – non prendono la vita sul serio, la trattano come una prostituta. Non tutti i gesti sono permessi con una sposa! Ma niente è proibito per colui per cui niente è sacro…
Il senso del peccato ha dunque due fonti opposte che è necessario distinguere rigorosamente: esso può procedere sia dalla miseria vitale, dalla paura o dal «malocchio», cioè dalla povertà del soggetto (La Rochefoucauld, Nietzsche e tanti altri hanno fatto giustizia di questa specie di virtù) sia dalla venerazione del soggetto, cioè dalla ricchezza del soggetto.

(Gistave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, pp. 74-75)

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Povertà e ricchezza dell’amore umano

uomodonnaricercadioSiamo fatti per il sensibile e per il divino. Pensiamo nello stesso tempo al «calore del seno» e alla pienezza spirituale. Ed è per questo che cadiamo così facilmente nella trappola dell’amore umano. Quando la bellezza sensibile si offre, non possiamo accoglierla come tale, cioè come cosa effimera e limitata, e le chiediamo di estinguere la nostra sete di mistero e d’assoluto. Ed effettivamente, che cosa ci aspettiamo dalla donna, se non un Dio da stringere tra le braccia e baciare sulle labbra, la prova dello spirito per mezzo dei sensi e dell’eterno col tempo – fino all’ora ineluttabile in cui ci accorgiamo che ciò che stringiamo in lei non è Dio, ma il nostro desiderio sviato ed incurabile di Dio? Felici dunque – ed è la sola possibilità di sopravvivere all’amore umano – se scopriamo che quest’essere incapace di dissetarci soffre almeno della stessa sete, e se possiamo associare le nostre due misure in una unica preghiera. Non si tratta di trovare Dio l’uno nell’altro, ma di cercare assieme Dio. La povertà riconosciuta ed accettata attira su di noi la vera ricchezza, ma l’emissione di moneta falsa conduce sempre al fallimento.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 111)

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Amor et mors

gustave-thibon1In questo momento dell’amore, ti parlo come se stessi per morire. Perché l’amore, come la morte, ci proietta al di là del tempo e delle ombre che l’abitano. L’amore è «forte come la morte»: come la morte, è il mezzo per cui «l’uomo si eternizza». Ecco perché chi ha amato in verità non ha più paura della morte; è rassicurato da questa parentela misteriosa tra le due grandi forze che dominano il nostro destino: dal momento che l’amore è morto, bisogna pur che la morte sia amore!

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 73)

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L’ultima offesa

illusionfecondeUltima offesa a Dio, quella di tremare davanti alla sua giustizia dopo aver disconosciuto il suo amore…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 17; traduzione redazionale)

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Seminare l’amore

campodigranoAi pessimisti. Questa luce ideale che ci permette di constatare che il mondo è malvagio o assurdo è anche lo strumento consegnatoci per rendere il mondo migliore. Soffrendo per la sua assenza, mostri di portare in te il seme di quella perfezione che non trovi attorno a te. E il campo incolto su cui stai camminando non si attende che tu pianga sulla sua cattiva vegetazione, ma che lo dissodi per seminarvi il buon grano. «Dove non c’è amore, metti amore ed otterrai amore».

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 28; traduzione redazionale)

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Il privilegio dei santi

mother-teresa«Si metta nei miei panni». Espressione stupida. Come se dipendesse da me di vivere quel che tu vivi, di essere te! Non ci si mette al posto di un altro; si può al massimo esservi messo da circostanze esteriori od interiori che non dipendono dalla volontà. Oppure dalla grazia divina che ci fa penetrare il segreto delle anime. È il privilegio dei santi: essi possono mettersi al posto di chiunque perché non vivono più in loro stessi: la perfetta accettazione esige il vuoto assoluto.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 136)

 

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L’infinito della menzogna

mascheraCi sono due cose infinite nell’uomo: il suo orgoglio e la sua miseria. Questi due infiniti si fanno guerra. La miseria, totalmente riconosciuta ed accettata. può uccidere l’orgoglio. Ma l’orgoglio non può mai uccidere la miseria. Allora, la maschera. Donde la secrezione di un nuovo infinito che concilia illusoriamente gli altri due: l’infinito della menzogna.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 215)

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Vera e falsa amicizia

pane-di-ogni-giornoIn augustiis amici apparent (Gli amici si rivelano nelle difficoltà). Direi piuttosto, per i veri amici, in felicitate… L’amico sincero non è colui che sa interessarsi al nostro dolore con pietà, ma colui che sa guardare, senza invidia, la nostra felicità. Gli amici che più ci circondano nei giorni della desolazione sono spesso gli stessi che si inaspriscono e rabbuiano per la nostra felicità. La nostra gioia forma la pietra di paragone della loro pietà. Per tali consolatori, non v’ê peggior delusione della nostra consolazione. Pure l’amicizia è un convivium perfetto. Chi pretende dividere i nostri dolori, dovrebbe anche saper partecipare alle nostre gioie. Ma non condivide il nostro dolore! Questo gli procura una gioia (la sola gioia possibile per l’invidioso è quella di sentirci poveri e vuoti come lui), e la sua compassione apparente non è che una forma molto meschina della gratitudine. Viceversa, la nostra felicità, infrangendo questo rapporto di eguaglianza nel nulla, gli procura un dispiacere e il suo inasprimento, il suo «malocchio», non sono che una manifestazione molto vile del suo rancore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 105)

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