La fabbrica dei dannati

anotherbrickChe importa che si spezzino le nostre ali, finché l’istinto, l’appetito del volo rimangono in noi! Voleremo in un altro mondo con ali nuove. Ciò che mi spaventa, è l’ascesa di una civiltà mostruosa dove gli uomini avranno perduto non solo il potere ma il desiderio stesso di elevarsi verso il cielo, fino al rimpianto delle ali perdute. Un’educazione, un clima, uno stile di vita che sterilizzano in essi il germe di Dio – la fabbrica in serie dei dannati…

(Gustave Thibon, Notre regard qui manque à la lumière, Librairie Arthème Fayard, Paris 1970, p. 169; traduzione di Antonella Fasoli)

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Segreti e bugie

ignoranceetoileeBisogna scegliere quaggiù tra il segreto e la bugia. Dire tutto comporta infinitamente più ipocrisia che nascondere tutto. Basta, per averne la prova, considerare l’esibizionismo generalizzato della nostra epoca: tutti i segreti buttati al vento diventano altrettante bugie.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, Paris 1974, pp. 38-39; traduzione di Antonella Fasoli)

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Bestiali regressioni

dawn_planet_apes_four_htmlRegressione verso lo stato scimmiesco. Due caratteristiche della scimmia: la spudoratezza (viviamo sotto il segno dell’esibizionismo: confidenze al vento, pornografia, ecc.) e l’imitazione: obbedienza servile e quasi automatica al gusto (o al cattivo gusto) del giorno.

(Gustave Thibon, L’illusion feconde, Fayard, Paris 1995, p. 89; traduzione di Antonella Fasoli).

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Progresso materiale e fraternità

equilibre-et-harmonieUn vecchio operaio francese mi fece un giorno la seguente domanda: «Una volta eravamo più poveri di oggi, le nostre condizioni di vita erano più dure, eppure ci sentivamo molto vicini gli uni agli altri. Ora che la nostra sorte materiale è migliorata, lo spirito di squadra e di mutuo soccorso non è più così forte: si direbbe che a mano a mano che aumenta il benessere, diminuisca la fraternità. Come è possibile?».
Questa osservazione, riguardante il mondo industriale, ha una portata universale. Il mondo agricolo ha subito in questo ultimo quarto di secolo un’evoluzione analoga. I contadini di una volta erano legati gli uni agli altri tramite una rete molto serrata di scambi e di servizi: lavori in comune, relazioni di vicinato, serate invernali che riunivano più famiglie, feste locali, pranzi rituali in occasione della mietitura e della vendemmia, cura dei malati, aiuto agli indigenti, ecc. Oggi, tranne qualche rara eccezione, ciascuno vive a casa propria e per se stesso (la nascita delle cooperative, dettata dall’interesse materiale, non ha compensato questa perdita di calore e di intimità) – e ciò che resta del villaggio non è altro che un focolare di cenere e di noia, il che, lo si dica tra parentesi, è una delle maggiori cause dell’abbandono delle campagne.
Da che cosa dipende questo aumento dell’individualismo, proprio in un’epoca in cui non si parla che di «sociale»? Continua a leggere

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Il crimine del romanticismo

van-gogh-siestaMi fermai prima di scendere il pendio. La pianura domenicale dormiva. In primo piano, un aratro rovesciato alzava verso il cielo il suo coltro scintillante. L’ordine trasudava da tutti i pori del paesaggio: una sicurezza piena e melodiosa si stendeva sul futuro. Si percepiva, avvolto nel tenero pallore del cielo, il susseguirsi infallibile delle stagioni e, laggiù, sotto i tetti delle fattorie rimpicciolite dalla distanza, riposavano, nell’anima dei lavoratori, i gesti delle prossime semine e mietiture. Tutto era proporzione, armonia, fedeltà, ricominciamento… E là compresi il crimine del romanticismo: l’oblio di quella terra e di quell’ordine, e di quella fatica, il tradimento nei riguardi delle forze e delle abitudini che eternamente nutrono, la diserzione travestita da evasione…
Davanti a quello spettacolo, nell’inebriamento misurato di quel riposo, non ho rigettato l’attrazione dell’abisso e dell’informe. Ma ho sentito la necessità di ordinare, di purificare in me la vertigine – fino alla morte, fino a Dio.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, in Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2018).

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Il paradosso dell’amore vero

rubrica20parole20francescane200120-20dida20francesco20abbraccia20il20lebbroso-20sentiero20francescano20della20pacewww.hotelfratesole.com_“Bacio al lebbroso”. — È il solo segno di un amore autentico: tutto il resto non è che un fenomeno di attrazione. Eppure, quando san Francesco bacia il lebbroso, è in un certo senso attratto dal volto deturpato, come l’amante dalle labbra della beneamata. Ma tale è appunto l’ordine superiore dell’amore dove tutto ci attrae perché abbiamo rinunciato a ogni attrazione elettiva. L’attrazione universale presuppone una rottura universale. Perché un lebbroso ci diventi tanto prossimo quanto i nostri fratelli, bisogna che i nostri fratelli ci siano tanto estranei quanto un lebbroso. Per amare perfino un lebbroso, bisogna aver odiato perfino il volto più bello. È qui il senso profondo del Vangelo: «Chi non odia suo padre, sua madre, suo fratello… e perfino la sua propria vita, non può essere mio discepolo…»

(Gustave Thibon, Notre regard qui manque à la lumière, Librairie Arthème Fayard, 1970, p. 107; traduzione di Antonella Fasoli)

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Abortifere atmosfere

lussuria-velocitàCampagna contro l’aborto. Ma se è dappertutto? — ed è il frutto della religione della velocità e del piacere. C’è l’interruzione di gravidanza — ma c’è anche l’aborto dell’amore, dell’amicizia, di Dio nell’anima (chi non muore prima della sua fine?); c’è anche la politica a breve scadenza dove si impantanano i grandi progetti, la letteratura raffazzonata, l’architettura di breve durata, la fabbricazione di paccottiglia industriale usa e getta — in breve, tutta un’atmosfera di aborto che, penetrando nell’uomo e modellandolo a sua immagine, lo riduce alle dimensioni di un aborto.

(Gustave Thibon, Il velo e la maschera in Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2018).

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Ambiguità del sociale

Antigone_condannata_a_morte_da_CreonteH. Charbonneau: «L’uomo ha sete di verità, ma è la fonte che lui cerca – o l’abbeveratoio?» – Fatale ambiguità del sociale che fa l’uomo in quanto essere consapevole e libero, e che lo disfa trasformandolo nell’elemento di una folla manovrata dagli impulsi del Grande Animale. Dove collocare il punto a partire dal quale, dapprima per la salvezza dell’individuo e, a più lunga scadenza, per quello della città stessa, la disciplina deve far posto alla rivolta? Dove finisce l’autorità di Creonte e dove comincia la libertà di Antigone? – Ed inoltre doppia insidia: il ribelle ha sempre la tendenza a confondere disciplina e servilismo, e la bestia del gregge taccerà sempre di orgoglio colpevole chi preferisce la risalita perigliosa verso la fonte alla tranquillità davanti all’abbeveratoio…
Accettare una volta per tutte che l’ordine sociale riposi in parte sulla rimozione di ciò che c’è di più basso e di ciò che c’è di più alto nell’uomo. I ladroni e il Cristo sono promessi alla stessa croce…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Librairie Arthème Fayard, 1995, pp. 95-96; traduzione di Antonella Fasoli).

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Diagnosi

DiagnosiAutore: Gustave Thibon
Titolo: Diagnosi
Editore: Fede & Cultura
Sottotitolo: Saggio di fisiologia sociale
Collana: Biblioteca Rosmini 32
Pagine: 176
Prezzo: 15.00 €
Data di pubblicazione: Settembre 2021
In poche parole: La diagnosi medica della malattia dell’occidente, preda di una serie di problemi ed errori che hanno fatto smarrire la saggezza di sempre.
Uscita nel 1940 nello scenario dell’invasione tedesca e del regime collaborazionista di Vichy, Diagnosi (come dice già il titolo) è un’opera che nasce dalla necessità di ricostruire un Paese profondamente abbattuto. In essa Thibon riconosce con rigore medico la presenza di una malattia: quella dell’occidente, la cui crisi è ormai irreversibile. Le radici di questa crisi rimangono però nascoste e per questo è opportuno svelarle: la disuguaglianza della società capitalistica, le illusioni offerte dalle ideologie, le false idee di libertà, la cattiva influenza delle élite sulle masse, la corruzione della morale e la decadenza dei costumi, la degenerazione del lavoro, l’intreccio permanente di bisogni e di distrazioni che divorano il nostro tempo senza riempirlo, la marea di informazioni che i media ci rovesciano addosso. Solo recuperando delle costanti invariabili sarà possibile unire gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi sotto il vessillo di un’unica saggezza che resiste alla prova del tempo.

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Gustave Thibon: intervista inedita (*)

A pochi chilometri da Montélimar e dai suoi torroni, a pochi chilometri anche da Pierrelatte e dalla sua centrale atomica, in una casa di campagna che sporge su una piccola collina dell’Ardéche di fronte alla valle… È lì, a casa sua, che ci accoglie Gustave Thibon.

È sempre lì, Saint-Marcel-d’Ardèche, che è nato il 2 settembre 1903. «Ho frequentato poco la scuola», ci spiega. «Giusto la scuola comunale fino a tredici anni». Difatti, essendo stato il padre chiamato alle armi, il giovane Gustave lavora la terra. Cosa che non gli impedisce di viaggiare: perché ama i viaggi.

Poi, a ventitré anni, lo prende una sete di conoscere. Ha sete di sapere per sapere. «Ho imparato da solo. In condizioni un po’ dure. Ma ho avuto la possibilità di mangiare quando avevo fame, e così ho ben digerito». Gustave Thibon lavora la terra di giorno, la sera si immerge nei suoi libri – non molto, dice – e impara… Impara il latino, il greco, i filosofi. Oggi parla correntemente il tedesco, l’italiano, lo spagnolo… Quando va negli Stati Uniti – ci è stato la scorsa primavera – parla francese!

La sua vocazione alla scrittura risale al contatto con Jacques Maritain e, nel 1934, esce un’opera (molto dotta) sulla Caratteriologia tedesca. Quello stesso anno partecipa alla fondazione di Études carmelitaines, collabora con la Revue thomiste, nel 1936 tiene delle lezioni all’università di Lovanio  e infine incontra Gabriel Marcel nel 1939. Un anno più tardi, pubblica la sua prima raccolta Diagnosi, poi nel 1942 esce La Scala di Giacobbe che vale a Gustave Thibon la notorietà e la cui tiratura raggiunge ben presto i centomila esemplari.

Il suo incontro con Simone Weil durante l’Occupazione lo arricchisce, dice, molto. Sempre fedele alla sua terra, continua a scrivere: Il pane di ogni giorno, L’uomo maschera di Dio, Vous serez comme des dieux (Sarete come dèi)…. Fayard che a breve giro andrà a ripubblicare La Scala di Giacobbe con grande soddisfazione di tutti, gli ha prenotato un corso sulla Libertà. Ci lavora con calma.

Gustave Thibon vive in mezzo alla sua famiglia: la sua sposa e i tre figli. Ogni giorno percorre a piedi, il bastone alla mano, dagli otto ai dieci chilometri. Così si mantiene in forma. Quella forma che gli permette di lasciare la sua terra vivarese per percorrere il mondo… Dov’è che la sua voce non ha portato il Messaggio?… Belgio, Svizzera, Spagna, Germania, Canada… Ieri gli Stati Uniti… Presto la Polonia e nuove scoperte.

G. M.

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