Una lezione d’amore

di Juan Manuel De Prada

Cos’è che rende un matrimonio grande e duraturo? Come si realizza quella donazione reciproca che costituisce il cemento dell’unione coniugale? Naturalmente non solo attraverso uno stato emotivo o con la sete volgare di una felicità superficiale e immediata, impermeabile al dovere, come pretende la nostra epoca. Perché un matrimonio funzioni è necessaria l’unione intima di due anime. Ma come si realizza una tale unione?

A tutte queste domande risponde Gustave Thibon in un delizioso libro che non mi stancherò mai di raccomandare, intitolato Sull’amore umano [*]. Thibon afferma, a ragione, che «solo gli affetti che resistono allo sfascio o alla «notte» della loro prima componente sentimentale sono chiamati a trascendere il tempo». Per Thibon è necessario, inoltre, che l’unione degli sposi riposi su quattro pilastri: passione, amicizia, sacrificio e orazione. Passione, poiché non possiamo concepire il matrimonio senza una attrazione sessuale reciproca, assunta, coronata e superata dallo spirito, che impone di adattarsi ai gusti e agli appetiti sessuali dell’altro, assai differenti nella donna e nell’uomo. Tuttavia una vita matrimoniale completa esige una comunione molto più profonda che non si realizza con la semplice passione: deve esistere tra gli sposi una amicizia che insegni loro ad amarsi e a rispettarsi reciprocamente, incitandoli a penetrare nell’anima dell’altro, correggendo e dominando la tensione insita nel dualismo sessuale; che li ricolmi di una fame mai sazia di conoscersi meglio a vicenda e di conoscere assieme lo sconfinato mondo.

Ma un amore grande e duraturo abbisogna anche di nutrirsi del sacrificio, prosegue Thibon. Disconoscere il lato positivo e fecondo insito nel sacrificio è la tara dell’umanitarismo evanescente proprio della nostra epoca. Tutti i disastri, tutte le miserie del matrimonio procedono da un tale disconoscimento. Non si dà matrimonio felice senza mutuo sacrificio, senza sforzo per superare le delusioni, la monotonia, i rispettivi egoismi. E in ultimo, conclude Thibon, l’amore dei coniugi dev’essere orazione, in maniera da congiungersi e amalgamarsi con l’eterno amore: chi ama la verità accoglie l’essere amato non come un dio, ma come un dono di Dio; giammai lo confonde con Dio, pero nemmeno lo separa da Lui. Per amare un essere finito, con tutte le sue miserie e imperfezioni, occorre amarlo come messaggero di una realtà che lo oltrepassa, di una pienezza divina.

Passione, amicizia, sacrificio e orazione, quindi, come pilastri dell’amore coniugale. Vediamo tuttavia come la nostra epoca abbia creato un clima ostile, in cui ciascuno di questi quattro pilastri viene corroso, adulterato e infine demolito, rendendo ogni volta più difficile l’amore coniugale. Affinché l’amore non sia coronato dallo spirito si esacerbano e si lusingano gli istinti, si alimenta la sessuolatria con la pornografia e gli incitamenti alla promiscuità; per rendere impossibile l’amicizia tra i coniugi si trasforma il matrimonio in una lotta tra i sessi; per negare il sacrificio si promuovono l’edonismo e il sentimentalismo poltiglioso; e contro la pace spirituale che ci conduce a Dio è stato concepito un mondo irto di urgenze e di vacui attivismi, nel quale il conseguimento dell’«esito lavorativo» o la ricerca della «realizzazione personale» si convertono in idoli. Soltanto sottraendoci a queste trappole troveremo il vero amore.

[*] Ce que Die a uni, trad. it. Quel che ha unito (Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo (Trapani) 1947)

(Juan Manuel De Prada, Una lección de amor, «Revista Misión», 9 marzo 2106; traduzione redazionale)

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Patria e frontiere

Patria e frontiere – L’uomo ha bisogno d’una patria. Ma ha orrore delle frontiere. Dio solo gli offre una patria senza frontiere – la sintesi paradossale del radicamento e della libertà.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 33)

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Cosificazione della natura

Potere tecnico. – Abbiamo acquisito il dominio sulla natura a spese del dialogo interiore con la natura. Materialismo che consiste nel trasformare la materia, velo trasparente dell’invisibile, in materiale utilizzabile per ogni fine pratico, ma opaco a riguardo dell’anima. La natura «cosificata» obbedisce ai nostri ordini e non ci fa più confidenze: siamo serviti da uno schiavo sordomuto…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque, Fayard, Paris 1985, p. 211; traduzione redazionale)

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Thibon legge Victor Hugo

Il grande amore di Gustave Thibon per la poesia affonda le radici nella più tenera infanzia. Fu il padre ad iniziarlo alla poesia. È stato lo stesso Thibon a raccontare, in più di una occasione, come il genitore recitasse quasi senza sosta dei versi poetici. Così il piccolo Gustave cominciò ad assimilare quella vena lirica che ne influenzerà la scrittura.

A Victor Hugo spetta un posto particolare tra gli autori prediletti di Thibon. Durante un’intervista televisiva col giornalista Jacques Chancel lo vediamo recitare a memoria una delle più belle poesie di Hugo: Le pont, un poema del 1852 apparso nella raccolta Les Contemplations. In Le pont temi come la preghiera e la trascendenza di Dio sono evocati in maniera così sublime da spingere Thibon a raccomandare alle scuole cattoliche l’insegnamento della poesia di Hugo (molto amata anche da don Luigi Giussani).

Proponiamo la visione del video dell’intervista (fino al minuto 7:39), al quale facciamo seguire la poesia di Hugo e la traduzione italiana a cura di Lionello Sozzi.

Le pont

J’avais devant les yeux les ténèbres. L’abîme
Qui n’a pas de rivage et qui n’a pas de cime,
Était là, morne, immense ; et rien n’y remuait.
Je me sentais perdu dans l’infini muet.
Au fond, à travers l’ombre, impénétrable voile,
On apercevait Dieu comme une sombre étoile.
Je m’écriai : — Mon âme, ô mon âme ! il faudrait,
Pour traverser ce gouffre où nul bord n’apparaît,
Et pour qu’en cette nuit jusqu’à ton Dieu tu marches,
Bâtir un pont géant sur des millions d’arches.
Qui le pourra jamais ! Personne ! ô deuil ! effroi !
Pleure ! — Un fantôme blanc se dressa devant moi
Pendant que je jetai sur l’ombre un œil d’alarme,
Et ce fantôme avait la forme d’une larme ;
C’était un front de vierge avec des mains d’enfant ;
Il ressemblait au lys que la blancheur défend ;
Ses mains en se joignant faisaient de la lumière.
Il me montra l’abîme où va toute poussière,
Si profond, que jamais un écho n’y répond ;
Et me dit : — Si tu veux je bâtirai le pont.
Vers ce pâle inconnu je levai ma paupière.
— Quel est ton nom ? lui dis-je. Il me dit : — La prière.

Jersey, décembre 1852.

Il ponte

Avevo innazi agli occhi le tenebre. L’abisso
Che non ha rive, l’abisso che non ha vette,
Era lì, tetro, immenso, e nulla si moveva.
Mi sentivo perduto in quel muto infinito.
Nel fondo, nell’ombra, velo impenetrabile,
si intravedeva Dio come una buia stella.
Gridai: «Anima mia! o anima! bisogna,
Per traversare il baratro che non ha sponda alcuna,
E perché questa notte fino al tuo Dio ti innalzi,
Costruire un ponte immenso, con milioni di arcate!
Chi mai potrà? Nessuno! O dolore, o spavento!
Piangi!» Un fantasma candido si rizzò accanto a me
Mentre gettavo nell’ombra uno sguardo sgomento
Aveva, quel fantasma, la forma di una lacrima
E una fronte virginea e mani di bambina;
Rassomigliava al giglio, che il candore protegge
Le mani, congiungendosi, emanavano luce.
L’abisso mi additò, in cui tutto va in polvere,
Abisso così fondo che mai vi risponde l’eco,
E mi disse: «Se vuoi, costruirò io quel ponte».
Verso quell’ombra pallida alzai trepido il viso.
«Il tuo nome?» le chiesi. Rispose: «La preghiera».

Jersey, dicembre 1852

(Victor Hugo, Poesie, a cura di Lionello Sozzi, Mondadori, Milano 2002, pp. 330-331)

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Vita in dimenticanza

Non morire è una cosa. Vivere ne è un’altra. Entriamo in un’era nella quale l’uomo coltiva e moltiplica tutti i mezzi per non morire (medicina, confort, sicurezza, distrazioni) – tutto ciò che permette di dilatare o di puntellare l’esistenza nel tempo, ma non di vivere, dal momento che l’unica sorgente della vita vera sta al di là del tempo e contiene anche la morte nella sua unità. Vediamo spuntare l’ala dubbia e bastarda d’una civiltà in cui la preoccupazione sterilizzante di sfuggire alla morte porterà gli uomini a dimenticare la vita.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 76)

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Gustave Thibon, una consonanza ideale con la Lumen Fidei

di Giuseppe Brienza

(Formiche, 18 agosto 2013)

Pochi hanno colto come, nella sua prima Enciclica, Lumen Fidei, pubblicata il 29 giugno 2013, Papa Francesco sia intervenuto nel modo più chiaro sul tema del “gender” e delle proposte volte a relativizzare quella che Bergoglio ribadisce invece essere la «bontà della differenza sessuale» (n. 52). In un paragrafo molto interessante dell’enciclica, intitolato La fede e la famiglia, in perfetta continuità rispetto al Magistero dei suoi due predecessori, Francesco addita nella progressiva demolizione della famiglia ad opera di autorità e media la definitiva impossibilità per la Fede cattolica di divenire “lievito” della società. Infatti scrive come «Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore» (n. 52). Continua a leggere

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Fondamento divino della morale

Fondamento divino della morale. Non è un uomo chi non ha praticato quelle dure virtù – continenza, economia, perseveranza nello sforzo, ecc. – che consistono nel subordinare il piacere al dovere, il presente all’avvenire, e che assolvono, nell’ordine della psiche, il ruolo degli investimenti nel campo dell’economia politica. Ma non è altro che un uomo chi non sa rinunciare a queste virtù di investimento per ritrovare, di fronte a Dio, la spensieratezza degli uccelli del cielo e dei fiori del campo. Resta il fatto che occorre cominciare dal costruire in noi l’uomo: il possesso di sé è la prima condizione dell’offerta di se stessi. Ed senza dubbio in questo senso che la morale trova la propria giustificazione sovrannaturale.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 124; traduzione redazionale)

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Ai «convertiti»

Ai «convertiti». – Non ci si libera da un eccesso passando nell’eccesso contrario. Due errori opposti e successivi non si annullano, si sommano.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 193)

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Tradizione e assimilazione

Tradizione e assimilazione. – Il passato, integrato dal presente e filtrato alla luce dell’eterno. Mobilità delle acque, ma fedeltà alla fonte da cui discendono e al mare verso cui si dirigono…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 101; traduzione redazionale)

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Eternità o caducità della bellezza

davantiallospecchioA una bella donna. – Tremate davanti al vostro specchio: questa bellezza di cui vi riflette l’immagine non è un vostro bene (nel senso di proprietà): è un dono immeritato della bellezza eterna e, per la vostra anima, un modello del quale dover imitare la grazia e l’armonia. Ma se, orgogliosa di questo dono, ve ne servite come di uno strumento di conquista sarete indegna d’averlo ricevuto. E questa bellezza che oggi rendete vostra complice sarà domani vostro giudice…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 131; traduzione redazionale)

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