Rigenerescenza sociale

Rigenerescenza sociale — Questione di clima o questione di anime? — Due metodi di rigenerazione sociale: uno mira a cambiare prima di tutto le anime (l’apostolato cristiano per esempio); esso si ispira alla convinzione che ogni profondo miglioramento sociale è impossibile al di fuori di una trasformazione positiva degli individui, senza una crescita della vita morale (su questo punto ci sarebbe molto da dire sui benefici — innegabili — ma anche sulle inconseguenze dell’individualismo cristiano). — L’altro metodo tende anzitutto a cambiare le istituzioni. Non «moralizza: il suo obiettivo centrale non è la conversione degli individui, ma la sostituzione di un regime, di un’atmosfera, di un clima a un altro. — In sintesi: o solo gli individui divenuti migliori contribuiranno a un buon clima, oppure solo un buon clima permetterà agli individui di migliorarsi. Questi due punti di vista esprimono la speranza motrice di ciascuno dei due metodi. Continua a leggere

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Basta Cristo per restare cristiani

Letto, sulla Nation de Lausanne, un mirabile articolo di André Manuel sulla Cité catholique (il movimento di Jean Ousset). — Questo «cattolicesimo di destra» (al quale appartengo per certe scelte ogni giorno sempre più imprecisate) mi irrita sempre più, mentre il «cattolicesimo di sinistra» continua a disgustarmi senza riserve. Prurito o nausea — grazie a Dio mi basta Cristo per restare cristiano! Infatti il cattolicesimo di destra e il cattolicesimo di sinistra hanno questo in comune: l’incomprensione dell’abisso che separa il creato dall’increato, l’oblio della trascendenza di Dio e del carattere irriducibile della vita sovrannaturale. L’uno e l’altro degradano e prostituiscono il mistero, l’uno e l’altro sono dei naturalismi nel senso che identificano o, perlomeno, accompagnano il sovrannaturale con esigenze molto umane: a destra virtù morali, disciplina, leggi della città; a sinistra visioni avveniristiche, utopia, la sete del paradiso sulla terra. I primi credono al peccato originale, ma mettono troppo facilmente in conto a Dio i rimedi umani e sociali a questa ferita: il loro Dio rassomiglia troppo a un re, a un giudice, a un gendarme… I secondi credono nell’uomo e il loro Dio non è che il portavoce dei loro sogni, il capofila sul cammino del paradiso terrestre. Ma, sia che regni con la frusta della disciplina o con l’esca di una promessa mai mantenuta, un tale Dio resta un Dio umano e il suo regno è proprio di questo mondo. — Concediamo soltanto che il primo di questi fantasmi divini è più propizio alla salute terrena dell’uomo e all’armonia sociale…

(Gustave Thibon, Aux ailes de la lettre… Pensées inédites (1932-1982), Éditions du Rocher, Monaco 2006, pp. 102-103; traduzione redazionale)

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L’ideale e l’azione

L’ideale e l’azione – Penso alle illusioni dei fidanzati, dei giovani preti, dei giovani professori, ecc. L’esperienza della vita disperderà senza dubbio tutto ciò, tuttavia queste illusioni resteranno egualmente feconde come punto di partenza. Bisogna procedere dall’assoluto nel pensiero per realizzare il relativo nell’azione. Colui che, dal principio, credesse soltanto al relativo, giungerebbe praticamente al nulla. Il dislivello tra l’ideale e l’azione essendo un fatto ineluttabile, occorre che l’ideale sia molto elevato. Senza dimenticare, anche in questo caso, le leggi della gravità e della traiettoria. L’ideale compie la funzione di alzo: coloro che hanno maneggiato armi da fuoco sanno che per colpire lontano sulla terra, bisogna mirare alto verso il cielo.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 28)

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Preghiera

Preghiera. Che la mia fede cristiana e tutti i valori divini non divengano mai il travestimento della mia miseria! Che la denudino anziché dissimularla! Che mai io mi ricavi una maschera dalla luce! Perché la vera e la falsa religione si distinguono in questo: che nella prima l’uomo si sente giudicato mentre nella seconda si sente giustificato dal suo Dio.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, p. 47; traduzione redazionale)

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L’infinito tra mutilazione e prostituzione

Moralismo religioso e, all’estremo opposto, romanticismo sotto tutte le sue forme. Da un lato proiettiamo nel cielo e nell’eternità i costumi, le leggi e le sanzioni che regolano la vita terrena; dall’altro imitiamo in maniera fraudolenta quaggiù sulla terra la libertà dei costumi divini. E l’umanità oscilla così tra l’idolatria della lettera e l’indecenza dello spirito, tra la mutilazione dell’infinito per mezzo della regola e la sua prostituzione attraverso la dismisura…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 101; traduzione redazionale)

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Forza e bisogno

FORZA E BISOGNO — La maggior parte degli esseri ha bisogno di noi a seconda della sua debolezza: è avida di colmare sé stessa. Ma qualcuno ha bisogno di noi secondo la sua forza: ha sete di prodigarsi, di condividere i suoi tesori. Questi ultimi sono forse i più deboli nel loro amore, perché nulla è più debole della forza, quando ama.
Il bisogno di dare è più imperioso di quello di ricevere, per questa ragione Dio è così debole, di quella debolezza suprema della pienezza che straripa, che non può fare a meno di straripare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 109)

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La vischiosità del bene

Un uomo è invischiato nel male o nell’abbiezione. Prima di compiangerlo o di dargli addosso, bisognerebbe sapere in quale misura egli emerga, col suo desiderio, dal fango. Ci son dei disgraziati le cui membra sono immerse nella melma, ma lo sguardo impotente e torturato resta levato verso il cielo. Ed è forse meglio, agli occhi di Dio, quest’essere parzialmente affondato nel fango che non il seppellimento totale in una materia più nobile agli occhi degli uomini, come la verità sociale, il senso della dignità e delle convenienze… Preferisco il peccato, che pur legandomi le membra mi lascia almeno liberi gli occhi per guardare verso il cielo e piangere sulla mia misera, alla virtù che mi accieca e mi soddisfa; il male che non è per me altro che piacere, debolezza o tormento al bene che è idolo…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 181-182)

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Semper fidelis

Realismo, buon senso di Marta davanti a Lazzaro nella tomba: jam foetet. – Risposta della follia divina: Surge Lazare. È anche vero che al medesimo grido lanciato da altri Cristo non risuscita le morti fisiche – e poco più vale per le morti spirituali. Fa niente: la resurrezione di Lazzaro è il segno sensibile della fecondità invisibile della follia e tutti i Lazzaro chiamati al di fuori delle loro tombe con fede e amore a sufficienza sono promessi a una resurrezione misteriosa. Ed è normale che questa resurrezione sia incontrollabile. Dove sarebbe infatti la follia eroica dell’appello se la risposta fosse automatica o semplicemente frequente? La fedeltà nel fallimento è il segno della preghiera soprannaturale: è il silenzio di Dio che divinizza il grido dell’uomo.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, pp. 85-86; traduzione redazionale)

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Tra sogno e realtà

La bellezza, la purezza, la profondità si trovano al di là dell’esistenza. Donde quell’impressione di irrealtà che sperimentiamo nelle esperienze supreme e la parentela, che arriva a esprimersi nel vocabolario familiare, tra il sogno e l’ideale. Il sentimento di «realtà» quaggiù sulla terra è legato alla pesantezza e alla permanenza. Quando palpitano le ali dell’anima una parte di noi sfugge al reale. Il reale è il peso del vascello e l’ancora – punto di attracco e di riferimento – che lo collega al porto; il sogno è il vento che soffia nelle vele.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, p. 129; traduzione redazionale)

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Progredire. Ma verso dove?

Da posse quantum volunt (Seneca). L’uomo protetto ieri dalla sua impotenza, l’uomo esposto oggi dalla sua potenza al rischio supremo. «Non si arresta il progresso». E se l’ascesa verso gli astri coincidesse con la discesa agl’inferi?

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 102; traduzione redazionale)

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