L’infinito tra mutilazione e prostituzione

Moralismo religioso e, all’estremo opposto, romanticismo sotto tutte le sue forme. Da un lato proiettiamo nel cielo e nell’eternità i costumi, le leggi e le sanzioni che regolano la vita terrena; dall’altro imitiamo in maniera fraudolenta quaggiù sulla terra la libertà dei costumi divini. E l’umanità oscilla così tra l’idolatria della lettera e l’indecenza dello spirito, tra la mutilazione dell’infinito per mezzo della regola e la sua prostituzione attraverso la dismisura…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 101; traduzione redazionale)

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Forza e bisogno

FORZA E BISOGNO — La maggior parte degli esseri ha bisogno di noi a seconda della sua debolezza: è avida di colmare sé stessa. Ma qualcuno ha bisogno di noi secondo la sua forza: ha sete di prodigarsi, di condividere i suoi tesori. Questi ultimi sono forse i più deboli nel loro amore, perché nulla è più debole della forza, quando ama.
Il bisogno di dare è più imperioso di quello di ricevere, per questa ragione Dio è così debole, di quella debolezza suprema della pienezza che straripa, che non può fare a meno di straripare.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 109)

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La vischiosità del bene

Un uomo è invischiato nel male o nell’abbiezione. Prima di compiangerlo o di dargli addosso, bisognerebbe sapere in quale misura egli emerga, col suo desiderio, dal fango. Ci son dei disgraziati le cui membra sono immerse nella melma, ma lo sguardo impotente e torturato resta levato verso il cielo. Ed è forse meglio, agli occhi di Dio, quest’essere parzialmente affondato nel fango che non il seppellimento totale in una materia più nobile agli occhi degli uomini, come la verità sociale, il senso della dignità e delle convenienze… Preferisco il peccato, che pur legandomi le membra mi lascia almeno liberi gli occhi per guardare verso il cielo e piangere sulla mia misera, alla virtù che mi accieca e mi soddisfa; il male che non è per me altro che piacere, debolezza o tormento al bene che è idolo…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 181-182)

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Semper fidelis

Realismo, buon senso di Marta davanti a Lazzaro nella tomba: jam foetet. – Risposta della follia divina: Surge Lazare. È anche vero che al medesimo grido lanciato da altri Cristo non risuscita le morti fisiche – e poco più vale per le morti spirituali. Fa niente: la resurrezione di Lazzaro è il segno sensibile della fecondità invisibile della follia e tutti i Lazzaro chiamati al di fuori delle loro tombe con fede e amore a sufficienza sono promessi a una resurrezione misteriosa. Ed è normale che questa resurrezione sia incontrollabile. Dove sarebbe infatti la follia eroica dell’appello se la risposta fosse automatica o semplicemente frequente? La fedeltà nel fallimento è il segno della preghiera soprannaturale: è il silenzio di Dio che divinizza il grido dell’uomo.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, pp. 85-86; traduzione redazionale)

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Tra sogno e realtà

La bellezza, la purezza, la profondità si trovano al di là dell’esistenza. Donde quell’impressione di irrealtà che sperimentiamo nelle esperienze supreme e la parentela, che arriva a esprimersi nel vocabolario familiare, tra il sogno e l’ideale. Il sentimento di «realtà» quaggiù sulla terra è legato alla pesantezza e alla permanenza. Quando palpitano le ali dell’anima una parte di noi sfugge al reale. Il reale è il peso del vascello e l’ancora – punto di attracco e di riferimento – che lo collega al porto; il sogno è il vento che soffia nelle vele.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Librairie Arthème Fayard, 1974, p. 129; traduzione redazionale)

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Progredire. Ma verso dove?

Da posse quantum volunt (Seneca). L’uomo protetto ieri dalla sua impotenza, l’uomo esposto oggi dalla sua potenza al rischio supremo. «Non si arresta il progresso». E se l’ascesa verso gli astri coincidesse con la discesa agl’inferi?

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 102; traduzione redazionale)

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Una lezione d’amore

di Juan Manuel De Prada

Cos’è che rende un matrimonio grande e duraturo? Come si realizza quella donazione reciproca che costituisce il cemento dell’unione coniugale? Naturalmente non solo attraverso uno stato emotivo o con la sete volgare di una felicità superficiale e immediata, impermeabile al dovere, come pretende la nostra epoca. Perché un matrimonio funzioni è necessaria l’unione intima di due anime. Ma come si realizza una tale unione?

A tutte queste domande risponde Gustave Thibon in un delizioso libro che non mi stancherò mai di raccomandare, intitolato Sull’amore umano [*]. Thibon afferma, a ragione, che «solo gli affetti che resistono allo sfascio o alla «notte» della loro prima componente sentimentale sono chiamati a trascendere il tempo». Per Thibon è necessario, inoltre, che l’unione degli sposi riposi su quattro pilastri: passione, amicizia, sacrificio e orazione. Passione, poiché non possiamo concepire il matrimonio senza una attrazione sessuale reciproca, assunta, coronata e superata dallo spirito, che impone di adattarsi ai gusti e agli appetiti sessuali dell’altro, assai differenti nella donna e nell’uomo. Tuttavia una vita matrimoniale completa esige una comunione molto più profonda che non si realizza con la semplice passione: deve esistere tra gli sposi una amicizia che insegni loro ad amarsi e a rispettarsi reciprocamente, incitandoli a penetrare nell’anima dell’altro, correggendo e dominando la tensione insita nel dualismo sessuale; che li ricolmi di una fame mai sazia di conoscersi meglio a vicenda e di conoscere assieme lo sconfinato mondo.

Ma un amore grande e duraturo abbisogna anche di nutrirsi del sacrificio, prosegue Thibon. Disconoscere il lato positivo e fecondo insito nel sacrificio è la tara dell’umanitarismo evanescente proprio della nostra epoca. Tutti i disastri, tutte le miserie del matrimonio procedono da un tale disconoscimento. Non si dà matrimonio felice senza mutuo sacrificio, senza sforzo per superare le delusioni, la monotonia, i rispettivi egoismi. E in ultimo, conclude Thibon, l’amore dei coniugi dev’essere orazione, in maniera da congiungersi e amalgamarsi con l’eterno amore: chi ama la verità accoglie l’essere amato non come un dio, ma come un dono di Dio; giammai lo confonde con Dio, pero nemmeno lo separa da Lui. Per amare un essere finito, con tutte le sue miserie e imperfezioni, occorre amarlo come messaggero di una realtà che lo oltrepassa, di una pienezza divina.

Passione, amicizia, sacrificio e orazione, quindi, come pilastri dell’amore coniugale. Vediamo tuttavia come la nostra epoca abbia creato un clima ostile, in cui ciascuno di questi quattro pilastri viene corroso, adulterato e infine demolito, rendendo ogni volta più difficile l’amore coniugale. Affinché l’amore non sia coronato dallo spirito si esacerbano e si lusingano gli istinti, si alimenta la sessuolatria con la pornografia e gli incitamenti alla promiscuità; per rendere impossibile l’amicizia tra i coniugi si trasforma il matrimonio in una lotta tra i sessi; per negare il sacrificio si promuovono l’edonismo e il sentimentalismo poltiglioso; e contro la pace spirituale che ci conduce a Dio è stato concepito un mondo irto di urgenze e di vacui attivismi, nel quale il conseguimento dell’«esito lavorativo» o la ricerca della «realizzazione personale» si convertono in idoli. Soltanto sottraendoci a queste trappole troveremo il vero amore.

[*] Ce que Die a uni, trad. it. Quel che ha unito (Società Editrice Siciliana, Mazara del Vallo (Trapani) 1947)

(Juan Manuel De Prada, Una lección de amor, «Revista Misión», 9 marzo 2106; traduzione redazionale)

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Patria e frontiere

Patria e frontiere – L’uomo ha bisogno d’una patria. Ma ha orrore delle frontiere. Dio solo gli offre una patria senza frontiere – la sintesi paradossale del radicamento e della libertà.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 33)

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Cosificazione della natura

Potere tecnico. – Abbiamo acquisito il dominio sulla natura a spese del dialogo interiore con la natura. Materialismo che consiste nel trasformare la materia, velo trasparente dell’invisibile, in materiale utilizzabile per ogni fine pratico, ma opaco a riguardo dell’anima. La natura «cosificata» obbedisce ai nostri ordini e non ci fa più confidenze: siamo serviti da uno schiavo sordomuto…

(Gustave Thibon, Le voile et le masque, Fayard, Paris 1985, p. 211; traduzione redazionale)

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Thibon legge Victor Hugo

Il grande amore di Gustave Thibon per la poesia affonda le radici nella più tenera infanzia. Fu il padre ad iniziarlo alla poesia. È stato lo stesso Thibon a raccontare, in più di una occasione, come il genitore recitasse quasi senza sosta dei versi poetici. Così il piccolo Gustave cominciò ad assimilare quella vena lirica che ne influenzerà la scrittura.

A Victor Hugo spetta un posto particolare tra gli autori prediletti di Thibon. Durante un’intervista televisiva col giornalista Jacques Chancel lo vediamo recitare a memoria una delle più belle poesie di Hugo: Le pont, un poema del 1852 apparso nella raccolta Les Contemplations. In Le pont temi come la preghiera e la trascendenza di Dio sono evocati in maniera così sublime da spingere Thibon a raccomandare alle scuole cattoliche l’insegnamento della poesia di Hugo (molto amata anche da don Luigi Giussani).

Proponiamo la visione del video dell’intervista (fino al minuto 7:39), al quale facciamo seguire la poesia di Hugo e la traduzione italiana a cura di Lionello Sozzi.

Le pont

J’avais devant les yeux les ténèbres. L’abîme
Qui n’a pas de rivage et qui n’a pas de cime,
Était là, morne, immense ; et rien n’y remuait.
Je me sentais perdu dans l’infini muet.
Au fond, à travers l’ombre, impénétrable voile,
On apercevait Dieu comme une sombre étoile.
Je m’écriai : — Mon âme, ô mon âme ! il faudrait,
Pour traverser ce gouffre où nul bord n’apparaît,
Et pour qu’en cette nuit jusqu’à ton Dieu tu marches,
Bâtir un pont géant sur des millions d’arches.
Qui le pourra jamais ! Personne ! ô deuil ! effroi !
Pleure ! — Un fantôme blanc se dressa devant moi
Pendant que je jetai sur l’ombre un œil d’alarme,
Et ce fantôme avait la forme d’une larme ;
C’était un front de vierge avec des mains d’enfant ;
Il ressemblait au lys que la blancheur défend ;
Ses mains en se joignant faisaient de la lumière.
Il me montra l’abîme où va toute poussière,
Si profond, que jamais un écho n’y répond ;
Et me dit : — Si tu veux je bâtirai le pont.
Vers ce pâle inconnu je levai ma paupière.
— Quel est ton nom ? lui dis-je. Il me dit : — La prière.

Jersey, décembre 1852.

Il ponte

Avevo innazi agli occhi le tenebre. L’abisso
Che non ha rive, l’abisso che non ha vette,
Era lì, tetro, immenso, e nulla si moveva.
Mi sentivo perduto in quel muto infinito.
Nel fondo, nell’ombra, velo impenetrabile,
si intravedeva Dio come una buia stella.
Gridai: «Anima mia! o anima! bisogna,
Per traversare il baratro che non ha sponda alcuna,
E perché questa notte fino al tuo Dio ti innalzi,
Costruire un ponte immenso, con milioni di arcate!
Chi mai potrà? Nessuno! O dolore, o spavento!
Piangi!» Un fantasma candido si rizzò accanto a me
Mentre gettavo nell’ombra uno sguardo sgomento
Aveva, quel fantasma, la forma di una lacrima
E una fronte virginea e mani di bambina;
Rassomigliava al giglio, che il candore protegge
Le mani, congiungendosi, emanavano luce.
L’abisso mi additò, in cui tutto va in polvere,
Abisso così fondo che mai vi risponde l’eco,
E mi disse: «Se vuoi, costruirò io quel ponte».
Verso quell’ombra pallida alzai trepido il viso.
«Il tuo nome?» le chiesi. Rispose: «La preghiera».

Jersey, dicembre 1852

(Victor Hugo, Poesie, a cura di Lionello Sozzi, Mondadori, Milano 2002, pp. 330-331)

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