Pensiero

Sebbene orientato sulla via maestra del tomismo – una direzione di pensiero confermata dall’incontro con Jacques Maritain (1882 – 1973) – nel pensiero di Gustave Thibon trovano spazio anche la mistica carmelitana di San Giovanni della Croce (1542 – 1591), l’opera di Ludwig von Klages (1872 – 1956), Blaise Pascal (1623 – 1662), Charles Péguy (1873 – 1914), senza dimenticare la grande ammirazione per Victor Hugo (1802 – 1885) e l’incessante confronto con Friedrich Nietzsche (1844 1900). La stretta comunione con i ritmi della natura e la familiarità col silenzio accumulano in lui quelle vaste riserve interiori che riverserà nelle sue opere, mentre la profondità del pensiero, la penetrante lucidità del giudizio e la folgorante bellezza dello stile – espressa soprattutto in forma aforistica – gli valgono la considerazione di prestigiosi intellettuali come Marcel de Corte (1905 – 1944), Gabriel Marcel (1889 – 1973), Henri Massis (1886 – 1970).

L’architrave del pensiero thiboniano poggia su due princìpi: l’opposizione agli idoli e l’amore per l’unità. Due momenti che tuttavia, scrive Thibon, «si fondono in un unico, perché l’idolo rappresenta la parte innalzata al tutto, ma soltanto distruggendo gli idoli si può ricostruire l’unità».

Se «Dio non ha creato che unendo», il peccato dell’uomo consiste nel separare ciò che Dio ha unito: «La metafisica della separazione è la metafisica stessa del peccato».

Il nostro tempo, segnato dall’oblio dell’Essere e delle verità supreme, è funestato dalla lotta senza quartiere tra gli idoli. Non può che essere la guerra endemica la condizione strutturale di un mondo dominato da false divinità: nessuna di esse, infatti, può permettere alle altre di elevarsi al di sopra di tutte per reclamare la signoria spettante all’unico vero Dio. Il conflitto tra gli idoli garantisce così l’impossibilità dell’autentica trascendenza. Procurare la morte rappresenta la vera vocazione dell’idolatria: la sete di sangue divora l’idolo, mentre l’odio viscerale per l’Essere lo vota al nulla e alla menzogna. Per il Socrate cristiano vivente in Thibon l’autentico spirito filosofico consiste invece «nel preferire alle menzogne che fanno vivere le verità che fanno morire».

«Il thibonismo è una filosofia del buon senso», ha scritto Hervé Pasqua. La profondità degli abissi appartiene al grande, immenso oceano della normalità. Piatta e superficiale è solo la terra calpestata dagli idoli. Pertanto la vera saggezza sta nell’essere fedeli tanto al realismo della terra quanto alle verità eterne del cielo, giacché «le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra».

Il mondo moderno è impazzito, sostiene Chesterton, «non tanto perché ammette l’anormalità, ma perché non sa ritrovare la normalità». È un giudizio che trova eco anche in Thibon, convinto che il male più profondo della nostra epoca stia nella perdita di contatto con il reale. L’irrealismo nasce quando i pensieri, gli affetti e gli atti umani sono privi di comunione col loro oggetto concreto. Così, scollegata dalla realtà e lasciata a se stessa l’astrazione, altrimenti strumento indispensabile per la conoscenza umana, questa genera l’irrealismo sotto forma di intellettualismo o di soggettivismo, laddove si dia il primato alla ragione o al sentimento.

L’epoca della secolarizzazione ha oltraggiato e decomposto la stessa natura umana; ecco perché si rende anzitutto necessaria un’opera di “apostolato del senso comune”. «Un tempo – scrive il filosofo francese in un celebre passo di Ritorno al reale – il cristianesimo dovette lottare contro la natura: quella natura era tanto dura, tanto ermeticamente chiusa che la grazia durava fatica a intaccarla. Oggi dobbiamo lottare per la natura, al fine di salvare il minimo di salute terrena necessaria all’innesto del soprannaturale».

Estraneo all’evanescente spiritualismo che abbandona al male le realtà terrene come al perfettismo incarnato dal mito del progresso tecnico necessario e inarrestabile, più che un iconoclasta della reazione – alla maniera del colombiano Nicolás Gómez Dávila (1913 – 1994), al quale pure è accomunato da numerose affinità, anche stilistiche – Thibon è un testimone della speranza. «L’epoca in cui tutto si è perduto», scrive, «è anche quella in cui tutto si può ritrovare». Schierato a favore della positività ultima del reale, il suo è un appello al riconoscimento della verità delle cose. La speranza poggia sulla pienezza dell’essere, in ultima istanza sull’onnipotenza divina. Dio è, è l’Essere. L’idolo, il non-essere: l’idolatria è la religiosità della disperazione. Crolla così il presupposto della gnosi eterna: l’irredimibile, disperata negatività della realtà creata. È l’amore a svelare il mistero stesso dell’essere.

Se la metafisica della speranza thiboniana si rivela impermeabile ai fuochi fatui del progressismo, certo non indulge alle suggestioni tradizionaliste o alle utopie archeologiche. «Che m’importa dunque il passato in quanto passato? Non vi accorgete che quando piango sulla rottura di una tradizione, è soprattutto all’avvenire che penso. Quando vedo marcire una radice, ho pietà dei fiori che seccheranno domani per mancanza di linfa».

La devota memoria del passato non deve indurci a «considerare la morte delle cose mortali come una sconfitta irreparabile. Non aggrapparsi totalmente, disperatamente alla materialità (nel senso più ampio) di una tradizione, di una istituzione, d’un regime. Occorre salvare l’anima delle cose cui il vento della morte ha spazzato via il corpo». L’affermazione di valori soprastorici ed eterni non va confusa con l’immagine di una realtà storica compiuta e realizzata. «La vera fedeltà non consiste […] nell’impedire ogni cambiamento, ma più precisamente nell’impregnare ogni cambiamento di eterno».

Il philosophe-paysan sa bene che se è preclusa la via del ritorno al paradiso terrestre, ostruita dalla misteriosa realtà del peccato originale, nondimeno l’uomo, per dirla con Gomez Dàvila, respira male in un mondo non attraversato da ombre sacre. L’ideale della cristianità non può essere accantonato frettolosamente e con superficialità. Certo: il regno di Dio non è di questo mondo; occorre scansare il ricorrente mito dell’uomo collettivo, la tentazione idolatrica che nel Grosso Animale platonico ha trovato forse l’immagine più eloquente.

Ciononostante, è la stessa natura umana a richiedere «una civiltà dove il temporale è irrigato senza posa dall’eterno». Il cristiano deve spendersi anche per una società centrata su Dio, portatrice e trasmettitrice dei valori eterni (il vero, il bello e il bene), in cui le tradizioni e i costumi siano intermediari (metaxù) tra l’uomo e il suo fine trascendente. «La nostra eternità non è la negazione del tempo, ne è la fidanzata». L’esempio stesso dei santi mostra che i cristiani devono essere al tempo stesso «visionari del cieli e prodigiosi operai sulla terra».

Al contrario, un mondo impregnato della mera «terrestrità» auspicata da Antonio Gramsci (1891 – 1937) nei Quaderni del carcere, imperniato cioè sul principio dell’uomo come “misura di tutte le cose”, è generatore di una dis-società: un coacervo di individui atomizzati retto unicamente dal precario equilibrio dei rapporti di forza. Del resto il termine – equilibrio – è sintomatico, chiosa Thibon, giacché «l’equilibrio concerne unicamente la quantità, la pesantezza, i rapporti di forza. L’armonia implica la qualità e la convergenza di qualità verso un fine comune».

La nevrosi egualitaria che agita il nostro tempo va ricondotta all’abbandono di questa essenziale distinzione. L’assolutizzazione del principio di uguaglianza si esprime nella legge del numero. Ma il trionfo del quantum non lascia spazio se non a un mondo frantumato, scaturito dallo scontro di esseri massificati e gruppi sconnessi tra loro, senza alcun legame – prima di tutto interiore – a unirli. Tragiche sono le conseguenze: il conflitto «eretto a legge permanente delle società» e la «generalizzazione della violenza» che sempre più diviene «l’unico mezzo di farsi intendere e ottenere soddisfazione». Si spiega così perché in questo “regno della quantità” si sia imposta la metafora dell’equilibrista in luogo di quella dell’accordatore, l’armonizzatore di suoni. Eppure «l’equilibrismo ha fatto il suo tempo, non abbiamo che la scelta tra i due termini di questa alternativa: restaurare, mediante l’armonia, un ordine vivente o lasciarci imporre un ordine morto e mortale da una forza senz’anima che annichilirà tutte le altre».

La ragione spietatamente calcolatrice dell’uomo-massa è incline a organizzare il suo spazio di vita alla stregua di una macchina, plasmandolo per mezzo della tecnica. Sintomo di questa patologia è la crescente diffusione di organismi sociali artificiali, di collettività anonime in seno alle quali gli uomini, puri ingranaggi di una megamacchina sociale, agiscono come funzionari irresponsabili. Questi raggruppamenti trascurano la legge fondamentale dell’armonia e della durata di una società: la legge della comunità di destino, fondata sul principio di interdipendenza o di reciproca solidarietà.

Nella comunità di destino – il cui esempio più tipico è rappresentato dalla famiglia – l’interesse personale coincide invece con l’assolvimento del proprio dovere. Una società è sana, afferma Thibon, nella misura in cui tende ad attenuare la tensione tra interesse e dovere, è malsana nelle misura in cui tende a esasperarla.

Per l’Occidente sazio e disperato, sfregiato dai resti delle ideologie totalitarie, il realismo thiboniano reca quindi un grande messaggio di speranza: «L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto».

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