Archivi del mese: novembre 2016

Vera e falsa amicizia

pane-di-ogni-giornoIn augustiis amici apparent (Gli amici si rivelano nelle difficoltà). Direi piuttosto, per i veri amici, in felicitate… L’amico sincero non è colui che sa interessarsi al nostro dolore con pietà, ma colui che sa guardare, senza invidia, la nostra felicità. Gli amici che più ci circondano nei giorni della desolazione sono spesso gli stessi che si inaspriscono e rabbuiano per la nostra felicità. La nostra gioia forma la pietra di paragone della loro pietà. Per tali consolatori, non v’ê peggior delusione della nostra consolazione. Pure l’amicizia è un convivium perfetto. Chi pretende dividere i nostri dolori, dovrebbe anche saper partecipare alle nostre gioie. Ma non condivide il nostro dolore! Questo gli procura una gioia (la sola gioia possibile per l’invidioso è quella di sentirci poveri e vuoti come lui), e la sua compassione apparente non è che una forma molto meschina della gratitudine. Viceversa, la nostra felicità, infrangendo questo rapporto di eguaglianza nel nulla, gli procura un dispiacere e il suo inasprimento, il suo «malocchio», non sono che una manifestazione molto vile del suo rancore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 105)

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Libertà

caravaggio-san-francesco-di-assisi-in-estasiLibertà. – Niente è più instabile e più provvisorio di questa incredibile facoltà. Essa ci viene data perché muoia, perché sia uccisa. Tutto dipende dal livello al quale soccombe: in basso, la schiavitù; in alto, l’amore. I santi si affrettano a metterla nelle mani di Dio perché gli idoli non la portino via.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 55)

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Pascal e Thibon: Membres pensants e reductio ad Unum

giovannivitaliRiflessioni su La libertà dell’ordine

di Giovanni Vitali

Se i piedi e le mani avessero una volontà autonoma, non resterebbero nell’ordine loro che assoggettando questa volontà particolare a quella volontà prima che governa il corpo intero. Al di fuori di questo modo, cadrebbero nel disordine e nell’infelicità; ma, volendo solo il bene del corpo, fanno il loro proprio bene” (1). Continua a leggere

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Dovere e piacere

maddalena-ai-piedi-della-croceDovere e piacere. – Le persone serie ci insegnano che il dovere conduce a Dio ed il piacere al Diavolo. In realtà – a parte il criterio dell’utilità sociale – gli uomini di dovere non mi sembrano granché più vicini a Dio degli uomini di piacere. Il motivo? Che essi non vedono niente al di là del dovere, così come gli altri non vedono niente al di là del piacere. Ci si attacca al piacere perché il piacere è dolce e facile a cogliersi. Ma allo stesso modo ci si attacca al dovere perché il dovere è amaro e difficile: i sacrifici che esige sono così contrari alla natura che bisogna pur colorarli d’assoluta per aver la forza di compierli (così le madri, per far trangugiare l’olio di fegato di merluzzo ai loro bambini, lo presentano come una panacea: «Bevi se vuoi diventare grande e forte – e tanto peggio per te se non lo bevi!»). Il piacere ed il dovere si volgono in idolatria nella misura in cui chiedono all’uomo, il primo un eccesso di sforzi per staccarsene, ed il secondo altrettanti sforzi eccessivi per rimanervi. Basta amare per sfuggire a questa duplice idolatria: il piacere è vissuto allora come un dono dell’amore, e il dovere come un dono all’amore, ma l’uno e l’altro restano dei mezzi: il fine è l’amore.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 37-38)

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L’unione e l’unità

stfrancisembrace« Affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei in me e io in te; affinche anch’essi siano uno in noi » (Giovanni, XVII, 21). L’unione non mi basta: è verso l’unità che aspiro. L’unione è sempre più o meno esteriore; essa non abolisce la separazione tra gli esseri, ma li unisce con le­gami che possono sempre sia rompersi come trasformarsi in catene. Essa è imperfetta e parziale, si regge su gusti, interessi o doveri soggetti a mutamenti, certe volte persino sui peggiori elementi della nostra natura: una complicità è anche una unione! L’unità è tutt’altra cosa: tocca il fondo eterno degli esseri, dominando in tal modo le vicissitu­dini dei bisogni e delle passioni. Dio è uno, i santi sono uno con Dio. E il Cristo, nella preghiera sacerdotale, non dice: « Affinche siano uniti », ma: « Affinche siano uno ». Questa unità è riservata all’amore trascendente: Dio solo è uno, e le unioni umane si avvicinano o si allontanano dal­l’unità a seconda della loro partecipazione più o meno intensa all’amore divino.
Non si puo neppure parlare di legami tra l’uomo e Dio. La formula dell’unione è: essere con, quella dell’unità: essere in. « Restate in me ed io in voi ». Non si tratta più di alleanza, ma di ritorno all’identità originale: « Io sono il ceppo e voi i tralci ». E mentre l’unione con le creature limita sempre più o meno la nostra libertà (ogni legame ha per contrapposto una catena…), l’unione nel Cristo la dilata, perché ci fa partecipare alla libertà infinita di Dio.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 64-65)

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