Libertà

caravaggio-san-francesco-di-assisi-in-estasiLibertà. – Niente è più instabile e più provvisorio di questa incredibile facoltà. Essa ci viene data perché muoia, perché sia uccisa. Tutto dipende dal livello al quale soccombe: in basso, la schiavitù; in alto, l’amore. I santi si affrettano a metterla nelle mani di Dio perché gli idoli non la portino via.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 55)

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Pascal e Thibon: Membres pensants e reductio ad Unum

giovannivitaliRiflessioni su La libertà dell’ordine

di Giovanni Vitali

Se i piedi e le mani avessero una volontà autonoma, non resterebbero nell’ordine loro che assoggettando questa volontà particolare a quella volontà prima che governa il corpo intero. Al di fuori di questo modo, cadrebbero nel disordine e nell’infelicità; ma, volendo solo il bene del corpo, fanno il loro proprio bene” (1). Continua a leggere

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Dovere e piacere

maddalena-ai-piedi-della-croceDovere e piacere. – Le persone serie ci insegnano che il dovere conduce a Dio ed il piacere al Diavolo. In realtà – a parte il criterio dell’utilità sociale – gli uomini di dovere non mi sembrano granché più vicini a Dio degli uomini di piacere. Il motivo? Che essi non vedono niente al di là del dovere, così come gli altri non vedono niente al di là del piacere. Ci si attacca al piacere perché il piacere è dolce e facile a cogliersi. Ma allo stesso modo ci si attacca al dovere perché il dovere è amaro e difficile: i sacrifici che esige sono così contrari alla natura che bisogna pur colorarli d’assoluta per aver la forza di compierli (così le madri, per far trangugiare l’olio di fegato di merluzzo ai loro bambini, lo presentano come una panacea: «Bevi se vuoi diventare grande e forte – e tanto peggio per te se non lo bevi!»). Il piacere ed il dovere si volgono in idolatria nella misura in cui chiedono all’uomo, il primo un eccesso di sforzi per staccarsene, ed il secondo altrettanti sforzi eccessivi per rimanervi. Basta amare per sfuggire a questa duplice idolatria: il piacere è vissuto allora come un dono dell’amore, e il dovere come un dono all’amore, ma l’uno e l’altro restano dei mezzi: il fine è l’amore.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 37-38)

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L’unione e l’unità

stfrancisembrace« Affinché siano tutti uno, come tu, Padre, sei in me e io in te; affinche anch’essi siano uno in noi » (Giovanni, XVII, 21). L’unione non mi basta: è verso l’unità che aspiro. L’unione è sempre più o meno esteriore; essa non abolisce la separazione tra gli esseri, ma li unisce con le­gami che possono sempre sia rompersi come trasformarsi in catene. Essa è imperfetta e parziale, si regge su gusti, interessi o doveri soggetti a mutamenti, certe volte persino sui peggiori elementi della nostra natura: una complicità è anche una unione! L’unità è tutt’altra cosa: tocca il fondo eterno degli esseri, dominando in tal modo le vicissitu­dini dei bisogni e delle passioni. Dio è uno, i santi sono uno con Dio. E il Cristo, nella preghiera sacerdotale, non dice: « Affinche siano uniti », ma: « Affinche siano uno ». Questa unità è riservata all’amore trascendente: Dio solo è uno, e le unioni umane si avvicinano o si allontanano dal­l’unità a seconda della loro partecipazione più o meno intensa all’amore divino.
Non si puo neppure parlare di legami tra l’uomo e Dio. La formula dell’unione è: essere con, quella dell’unità: essere in. « Restate in me ed io in voi ». Non si tratta più di alleanza, ma di ritorno all’identità originale: « Io sono il ceppo e voi i tralci ». E mentre l’unione con le creature limita sempre più o meno la nostra libertà (ogni legame ha per contrapposto una catena…), l’unione nel Cristo la dilata, perché ci fa partecipare alla libertà infinita di Dio.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971,pp. 64-65)

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Un fuoco accecante

fuocotenebreSempre l’inferno. Le due immagini del Vangelo, quella del fuoco eterno e quella delle tenebre esteriori, ci rivelano l’analogia tra l’inferno e certe passioni terrene che sono a un tempo incendio e cecità: le tenebre che bruciano, una fiamma amputata della luce. L’ardore non serve a nulla; è la luce che salva. A riguardo dell’inferno possiamo parlare di fuoco, giammai di luce.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, p. 20; traduzione redazionale)

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Il dolore e la morte in santa Teresa di Lisieux

therese-lisieuxdi Gustave Thibon

È l’amaro destino degli esseri più grandi e più puri: essere schiacciati e mutilati dalla propria gloria. Il loro nome è celebre tra gli uomini, ma il messaggio profondo e l’autentico grido della loro anima restano incompresi. Il mondo, in generale, non li ammira e non li prega se non in forza di un equivoco.  La fama approfondisce e ne moltiplica ancora la solitudine. Tale fu la sorte di Gesù Cristo. E tale è quella di tutti coloro che, per il loro genio o per il loro cuore, quaggiù sulla terra sono  i più fedeli riflessi della profondità divina. Gli uomini sono così vacui da sapersi ritagliare degli idoli perfino dal legno della vera croce e dal cuore del vero Dio. Continua a leggere

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Vero e falso amore

cathmarriageIl vero amore rappresenta un atto profondamente religioso. «T’amo come Dio ti vuole». Al contrario il falso amore ha qualcosa di sacrilego. «Non accetto che tu sia “già” creata».

(Gustave Thibon, Vivere in due, Borla, Torino 1955, p. 89)

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Lux et color

GPaolo2Parole del Cristo nel Dialogo di Caterina da Siena: «La luce della mia divinità si unisce al colore della vostra umanità». — Meravigliosa definizione di quell’armonia divina tra il particolare e l’universale. Il santo non è «pittoresco» né scolorito…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, Paris 1995, p. 113; traduzione redazionale)

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Giustizia e carità

IustitiaNon c’è che una maniera d’essere giusti: essere caritatevoli. Non si astrae la giustizia dall’amore se non al prezzo di adulterarla. Summum ius… Questa suprema ingiustizia è la giustizia, isolata, la giustizia nuda. La giustizia che non acconsente a superare se stessa retrocede nell’iniquità.

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, p. 40; traduzione redazionale)

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L’eroe e il giurista

achilletrascinaettoreVico vedeva, nell’avvento del diritto, la fine della vita e della politica eroiche.
Concordo. L’epoca moderna si caratterizza per l’ascesa dell’homo juridicus: l’uomo che ha diritti, che non pensa ad altro che ai propri diritti, l’uomo dall’orgogliosa banalità elevata a regina dell’universo, che ha disappreso, forse per sempre, quell’estasi eroica dell’essere che riceve o che conquista qualcosa di gratuito, di misterioso e di vergine. Questo istinto del diritto uccide l’amore prosciugandone la fonte più profonda: la gratitudine. Non soltanto: avvilisce anche la guerra. Le nazioni e le classi sono oggi in lotta per quel che chiamano il loro dovuto, cioè un bene conosciuto, catalogato (e deflorato) in anticipo: esse non marciano più, come i guerrieri d’un tempo, inseguendo qualche favore inatteso e carico di rischi dispensato da un destino superiore all’uomo, che può donare qualunque cosa a ciascuno ma che non deve niente a nessuno. Oh! quanta florida umiltà nell’orgoglio degli antichi eroi!

(Gustave Thibon, Destin de l’homme, Desclée de Brouwer, Paris 1941, p. 60; traduzione redazionale)

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