Stare dalla parte dei poveri

di Gustave Thibon

Prevedo dei grandi equivoci, in particolare per quanto riguarda i problemi economici e sociali. Giovanni Paolo II, mi dice un amico di sinistra, ripeterà la frase-chiave di uno dei suoi discorsi in Brasile: «La Chiesa è dalla parte dei poveri»?

Rispondo che bisogna ignorare del tutto la storia del cristianesimo per trovare il minimo accento di novità in queste parole. Ascoltiamo pure il nostro Bossuet che riassume la tradizione evangelica nel suo famoso discorso sulla Eminente dignità dei poveri nella Chiesa: «Gesù Cristo non vorrebbe vedere nella sua Chiesa se non quelli che portano le sue insegne, non vorrebbe vedere che poveri, che bisognosi, che afflitti, che miserabili. Ma se in essa non ci saranno se non infelici, chi li soccorrerà? Cosa diverranno i poveri, nei quali Cristo patisce, e dei quali egli prova tutti i bisogni? Venite dunque, o ricchi, nella Chiesa di Dio: la porta vi è aperta, ma vi è aperta in favore dei poveri e a condizione di servirli. È per amore dei figli che Cristo permette l’entrata a questi stranieri». E ancora: «Dio dà assegnamenti ai bisognosi sul superfluo degli opulenti».

Nessun commento più vigoroso sul “beati i poveri” e il “guai ai ricchi” del Vangelo…

«Dunque il vostro Bossuet oggi starebbe dalla parte dei rivoluzionari dell’America Latina che lottano la liberazione dei poveri?», suggerisce il mio interlocutore.

È proprio qui che germoglia l’equivoco che rischia di rendere il discorso cristiano, frainteso e distorto, l’oggettivo alleato del discorso rivoluzionario. Segniamo le debite distanze: Bossuet viveva in un’epoca in cui non si poneva la questione sociale; non contestava la legittimità della ricchezza ereditata o acquisita, ne condannava soltanto l’uso egoistico. E, se predicava ai ricchi il dovere assoluto di dare, si guardava bene dall’insegnare ai poveri il diritto di prendere. Nessuna politicizzazione del dibattito: tutto accade all’interno della coscienza cristiana illuminata dalla legge divina: il ricco è tenuto a fare l’elemosina, direttamente o attraverso il canale delle opere caritative, altrimenti mette in pericolo la sua salvezza eterna.

Il rivoluzionario, al contrario, non crede in alcuna sanzione nell’oltretomba: nelle parole elemosina e carità vede i ridicoli resti di un paternalismo sorpassato; è solo dalla giustizia che si aspetta la condivisione dei beni materiali, e questa giustizia i “benestanti”, nel loro complesso, la rifiuteranno sempre se non vengono costretti dalla rivolta armata prima, dalla forza della legge poi. Da qui la necessità di prendere il potere politico con la violenza per cancellare le ingiustizie economiche.

Ciò potrebbe essere sostenuto, in una prospettiva esclusivamente temporale, se la rivoluzione, nonostante i disordini che la accompagnano e la tirannia che li segue, migliorasse davvero la situazione dei poveri.

Ma cosa accade in realtà?

La rivoluzione francese del 1789 ha soppresso alcuni abusi dell’ancien régime, ma anch’essa ha contribuito, strappando gli operai dalle loro strutture organiche, alla creazione del proletariato industriale del diciannovesimo secolo, consegnato indifeso agli imperativi di una selvaggia competizione che ha reso il lavoro e il lavoratore una merce tra le altre (uno degli elementi del costo di produzione).

La rivoluzione russa del 1917, fatta in nome di questo stesso proletariato, ha precipitato i popoli nella penuria economica, accompagnata da una estinzione di tutte le libertà senza precedenti nella storia.

Lo stesso vale per la recente rivoluzione portoghese, che ha avuto almeno il vantaggio di svolgersi senza spargimenti di sangue, ma che si è conclusa col fallimento economico, in particolare nella sua politica di nazionalizzazione e ridistribuzione della terra. E lo stesso vale per il Cile sotto il regime di Allende…

Perché questa successione di insuccessi? Molto semplicemente perché i rivoluzionari non vedono altro modo di alleviare i poveri se non quello di impossessarsi del potere politico. Ciò implica un aumento sproporzionato dei poteri dello stato, con tutto quello che comporta una burocrazia improduttiva il cui peso, anonimato e incoerenza distorcono o spezzano le normali leve dell’economia e opprimono lo spirito imprenditoriale e il senso di responsabilità. Risultato: l’impoverimento universale, tranne che per i privilegiati del regime, i parassiti della nazione. L’esempio dei paesi dell’Est mostra a tutti gli sguardi non velati dalla passione ideologica che la via della rivoluzione conduce alla porta fatale dove, secondo il celebre verso di Dante, i poveri devono lasciare ogni speranza, non solo di libertà ma anche di un maggiore benessere materiale.

Cosa fare allora? La carità spontanea, sia individuale che sotto forma di opere di beneficenza, ha certamente ancora un ruolo da svolgere: essa sola permette di individuare e salvare molte miserie nascoste e di fare una selezione tra i diseredati. Essa crea inoltre un clima di calore umano e di contatto fraterno che nessuna assistenza ufficiale può sostituire. Ma non può bastare a ridurre tutto il disagio economico. Supponendo che sia possibile una ridistribuzione egualitaria della fortuna di tutti i magnati dell’America Latina, quale sarebbe il destino di ogni disgraziato? Bisogna aggiungere che Bossuet viveva in un’era di economia statica in cui la quantità dei beni da condividere variava poco da un anno all’altro, quando un cattivo raccolto era sufficiente a provocare carestia o carestia – «Sì, signori, stiamo morendo di fame per le strade e alle porte dei vostri castelli», si gridava davanti al re e alla sua corte – e quindi di conseguenza tutto ciò che consumavano i ricchi veniva tolto ai poveri.

Adesso viviamo ora sotto il segno dell’economia dinamica dove la moltiplicazione dei beni prodotti consente una più ampia partecipazione di tutti al progresso materiale. Più aumenta il volume della torta, maggiore è la parte che – anche se rimane ineguale – tutti possono ritagliarsi. Lo abbiamo visto bene nei trent’anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, dove il potere d’acquisto dei più umili è passato da 1 a 3. Ecco perché anzitutto è importante non fare nulla, anche col pretesto della giustizia sociale, che possa ostacolare i meccanismi materiali e psicologici della produttività.

Resta il fatto – ed è il caso dell’America Latina – che la redistribuzione dei beni prodotti comporta a volte della scandalose disuguaglianze. Ed è qui che il potere centrale può e deve svolgere un ruolo essenziale, non sostituendosi alle imprese private come nel socialismo, ma imponendo delle giuste regole alla concorrenza economica. Un ruolo di arbitro e non di giocatore, con la conseguente istituzione e applicazione di un codice del mercato per imporre l’adeguamento dei salari alla produttività e reprimere la concorrenza sleale dei paesi a basso reddito o dei monopoli. In breve, la politica che controlla l’economia senza assorbirla.

L’immagine migliore è quella del codice della strada. L’automobilista, purché segua alcune regole di circolazione, va dove vuole e sulla strada che preferisce. Mentre invece nel totalitarismo di stato è il potere centrale che tiene il volante e fissa l’itinerario e la meta. Non si tratta di tornare al liberalismo selvaggio del secolo scorso, quello della «volpe libera nel pollaio aperto». Il miglioramento del destino dei poveri dipende oggi dalla scelta operata dalle nazioni tra un liberalismo controllato che moltiplicando i beni armonizza le disuguaglianze e la bancarotta economica a cui, sotto la bandiera ingannevole dell’eguaglianza, conduce la rivoluzione.

(Titolo originale: Être du côté des pauvres, «Itinéraires», n. 278, dicembre 1983; traduzione redazionale)

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