Rigenerescenza sociale

Rigenerescenza sociale — Questione di clima o questione di anime? — Due metodi di rigenerazione sociale: uno mira a cambiare prima di tutto le anime (l’apostolato cristiano per esempio); esso si ispira alla convinzione che ogni profondo miglioramento sociale è impossibile al di fuori di una trasformazione positiva degli individui, senza una crescita della vita morale (su questo punto ci sarebbe molto da dire sui benefici — innegabili — ma anche sulle inconseguenze dell’individualismo cristiano). — L’altro metodo tende anzitutto a cambiare le istituzioni. Non «moralizza: il suo obiettivo centrale non è la conversione degli individui, ma la sostituzione di un regime, di un’atmosfera, di un clima a un altro. — In sintesi: o solo gli individui divenuti migliori contribuiranno a un buon clima, oppure solo un buon clima permetterà agli individui di migliorarsi. Questi due punti di vista esprimono la speranza motrice di ciascuno dei due metodi.

Il primo metodo ha ragione nel senso che la salute della società dipende, in ultima analisi, dall’armonia soggettiva dei suoi membri: la causa più profonda delle decadenze è di ordine morale. Ma chi non vede che in questo caso il problema oltrepassa di molto la morale con tutta la portata dell’irrazionale presente nel fenomeno umano e, a più forte ragione, nel fenomeno umano sociale? Numerosi fattori di decadenza — qualunque sia la loro innegabile solidarietà con l’immoralità degli individui — sono fattori collettivi, climatici, e non interiori, personali e morali. Certamente, l’egoismo o l’invidia degli individui (considerando solo la superficie morale di questi vizi, astrazion fatta per la fatalità extra-volontaria e spesso extra-individuale che può sottenderli)  sono cause morali di decadenza; ma determinate istituzioni e determinate leggi (specialmente quelle che si prefiggono di ridurre le responsabilità e sopprimere i rischi) sono cause climatiche

È a queste cause che si collega il secondo metodo. In sé, esso appare accessorio; ma concretamente, per l’uomo abbandonato alle fatalità del suo ambiente e che fa scarso uso delle facoltà di riflessione e di decisione personali, è di una importanza incalcolabile. Con la sua lotta contro istituzioni non dirò immorali, ma almeno antinaturali, contro quei fattori «innocenti» di disgregazione rappresentati da certi modi di governare, di lavorare, di educare, ecc., esso prepara il terreno agli sforzi preconizzati dal primo metodo, predispone alla lotta contro la disgregazione morale (infatti ogni risanamento dell’uomo, di qualunque ordine esso sia, ne favorisce altri, su altri piani). La questione climatica mi sembra oggi sottostimata. Prima di rieducare i polmoni bisogna rendere l’aria respirabile!

Senza dubbio nessun cambiamento delle istituzioni collettive abolirà la corruzione e la miseria, né quella inclinazione al caos che caratterizza l’uomo. Ma anche ad avere la medesima insufficienza polmonare, non è indifferente vivere in Engadina oppure a Londra…

Con una eguale propensione alla perversità, un pater familias della Roma primitiva andrà meno lontano di un funzionario sovietico su questa via… Ogni volta che le istituzioni, il clima, si degradano le possibilità di reviviscenza morale si estinguono… Quando Maurras dice: «la politica prima di tutto», ciò significa, se bene interpreto, primum vivere, e non un’altra cosa. Primato radicale, o anche gerarchico. Ma alcuni hanno la tendenza a tradurre: «la politica solamente» — cosa assurda. Prima di pensare bisogna digerire — che non significa che la digestione sia più nobile del pensiero!

Non nego la necessità della sinergia tra i due metodi (d’altronde una evoluzione politica senza radici morali non è concepibile). Dico soltanto che un certo idealismo morale o apolitico trascura troppo (in teoria e in pratica) l’importanza di una concezione sana della Città terrena e tradisce pertanto la totalità dell’uomo.

Di per sé il clima non crea alcuna risorsa nell’uomo, ma l’uomo necessita di un clima salubre per liberare le risorse che ha in sé. L’uomo dipende dalla Città per quel che ha di più caro (l’organizzazione familiare, professionale, i diritti e i doveri individuali, ecc.); per il suo essere biologico e morale sono poche le tendenze alle quali le istituzioni della Città non rispondano (più o meno discretamente) con un incoraggiamento o con un divieto, con la concessione di un premio o con l’imposizione di una multa… Come non preferirà, nell’immensa maggioranza dei casi, le tendenze premiate dall’organizzazione sociale di cui fa parte? E come potrà mai mantenere la propria integrità sotto l’influenza di istituzioni che lo incitano all’egoismo, all’irresponsabilità, allo sperpero, alla cortigianeria, alla negligenza?

(Quaderno IV – 1 giugno 1935)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 104-106; traduzione redazionale)

 

 

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