Thibon legge Victor Hugo

Il grande amore di Gustave Thibon per la poesia affonda le radici nella più tenera infanzia. Fu il padre ad iniziarlo alla poesia. È stato lo stesso Thibon a raccontare, in più di una occasione, come il genitore recitasse quasi senza sosta dei versi poetici. Così il piccolo Gustave cominciò ad assimilare quella vena lirica che ne influenzerà la scrittura.

A Victor Hugo spetta un posto particolare tra gli autori prediletti di Thibon. Durante un’intervista televisiva col giornalista Jacques Chancel lo vediamo recitare a memoria una delle più belle poesie di Hugo: Le pont, un poema del 1852 apparso nella raccolta Les Contemplations. In Le pont temi come la preghiera e la trascendenza di Dio sono evocati in maniera così sublime da spingere Thibon a raccomandare alle scuole cattoliche l’insegnamento della poesia di Hugo (molto amata anche da don Luigi Giussani).

Proponiamo la visione del video dell’intervista (fino al minuto 7:39), al quale facciamo seguire la poesia di Hugo e la traduzione italiana a cura di Lionello Sozzi.

Le pont

J’avais devant les yeux les ténèbres. L’abîme
Qui n’a pas de rivage et qui n’a pas de cime,
Était là, morne, immense ; et rien n’y remuait.
Je me sentais perdu dans l’infini muet.
Au fond, à travers l’ombre, impénétrable voile,
On apercevait Dieu comme une sombre étoile.
Je m’écriai : — Mon âme, ô mon âme ! il faudrait,
Pour traverser ce gouffre où nul bord n’apparaît,
Et pour qu’en cette nuit jusqu’à ton Dieu tu marches,
Bâtir un pont géant sur des millions d’arches.
Qui le pourra jamais ! Personne ! ô deuil ! effroi !
Pleure ! — Un fantôme blanc se dressa devant moi
Pendant que je jetai sur l’ombre un œil d’alarme,
Et ce fantôme avait la forme d’une larme ;
C’était un front de vierge avec des mains d’enfant ;
Il ressemblait au lys que la blancheur défend ;
Ses mains en se joignant faisaient de la lumière.
Il me montra l’abîme où va toute poussière,
Si profond, que jamais un écho n’y répond ;
Et me dit : — Si tu veux je bâtirai le pont.
Vers ce pâle inconnu je levai ma paupière.
— Quel est ton nom ? lui dis-je. Il me dit : — La prière.

Jersey, décembre 1852.

Il ponte

Avevo innazi agli occhi le tenebre. L’abisso
Che non ha rive, l’abisso che non ha vette,
Era lì, tetro, immenso, e nulla si moveva.
Mi sentivo perduto in quel muto infinito.
Nel fondo, nell’ombra, velo impenetrabile,
si intravedeva Dio come una buia stella.
Gridai: «Anima mia! o anima! bisogna,
Per traversare il baratro che non ha sponda alcuna,
E perché questa notte fino al tuo Dio ti innalzi,
Costruire un ponte immenso, con milioni di arcate!
Chi mai potrà? Nessuno! O dolore, o spavento!
Piangi!» Un fantasma candido si rizzò accanto a me
Mentre gettavo nell’ombra uno sguardo sgomento
Aveva, quel fantasma, la forma di una lacrima
E una fronte virginea e mani di bambina;
Rassomigliava al giglio, che il candore protegge
Le mani, congiungendosi, emanavano luce.
L’abisso mi additò, in cui tutto va in polvere,
Abisso così fondo che mai vi risponde l’eco,
E mi disse: «Se vuoi, costruirò io quel ponte».
Verso quell’ombra pallida alzai trepido il viso.
«Il tuo nome?» le chiesi. Rispose: «La preghiera».

Jersey, dicembre 1852

(Victor Hugo, Poesie, a cura di Lionello Sozzi, Mondadori, Milano 2002, pp. 330-331)

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