Redenzione del sociale

holyfamilyGrandeur, gloire, ô néant! Calme de la nature! Les aigles qui passaient ne le connaissaient pas.

Così Hugo parla di Napoleone a Sant’Elena. La natura ignora le differenze sociali, e l’individuo non è per lei che un rappresentante anonimo ed intercambiabile della specie:

Elle égalise tout dans la tombe et confond
Avec les bouviers morts la poussière que font
Les Césars et les Alexandres…

Anche Dio ignora i personaggi e le maschere della com­media sociale. Ma, a differenza della natura che non co­nosce che la specie, egli vede la persona sotto il perso­naggio. Tu non sei quel che credi di essere, ci dice la na­tura. Tu sei infinitamente più di quel che credi, ci dice Dio. Ed è per questo che il contatto con la natura ed il contatto con Dio ci liberano parimenti dalle vanità sociali, l’uno rivelandoci il nostro nulla, l’altro elevandoci fino al­l’infinito.

Ci sono in effetti due sole cose assolutamente inno­centi nel campo delle possibilità umane: il naturale (in senso biologico), cioè gli istinti animali, il contatto con gli elementi, le piante e le bestie, il lavoro inteso alla soddi­sfazione delle necessità vitali, e lo spirituale, cioè l’intelligenza e l’amore nelle loro più alte manifestazioni, le facoltà di creazione artistica e di contemplazione, e, coronamento del tutto, il contatto religioso con la realtà trascendente. All’intersezione di questi due mondi si situa il sociale, che è il regno dell’impurità e delle apparenze. La natura non conosce in noi che la specie, lo spirito dà risalto solo alla persona; quanto alla società, essa fabbrica quella cosa artificiale e sofisticata che si chiama il personaggio.

Il solo modo di riscattare e di purificare il sociale consiste nell’impregnarlo per quanto possibile delle correnti scaturite dai due altri mondi, cioè nel sistemarlo sull’elementare e coronarlo con lo spirituale. Strutture come la famiglia, le comunità agricole ed artigiane, le società di tipo feudale o monarchico e, su un livello più alto, le Chiese realizzano questo ideale nella misura in cui non degenerano in conformismi o in tirannie. Nella famiglia o nelle comunità a base economica, è il polo biologico a dominare; nelle Chiese, il polo spirituale; ma, in entrambi i casi, l’armatura sociale poggia su una necessità autentica. Donde la legge che una società resta sana nella misura in cui i rapporti e la gerarchia tra gli uomini dipendono da forze extrasociali, e che diventa invece malsana nella misura in cui il sociale privo di questo influsso biologico e spirituale, tende ad essere autosufficiente; in altre parole, là dove i rapporti e la gerarchia sono determinati dai casi della fortuna, dallo snobismo dei nomi e dei titoli, dalla legge del numero, dai falsi prestigi della pubblicità, dalla selezione all’inverso dell’intrigo e della demagogia, ecc.

La società feudale, nella sua fase migliore, rappresentava il primo tipo. Radicata nella natura e nella vita col primato della forza e del coraggio fisico, con l’appartenenza alla terra, con l’eredità ed il rispetto della legge del sangue, essa riceveva l’influsso spirituale e religioso col giuramento, il mutuo soccorso, la cavalleria e tutte le forme di sacralizzazione del patto sociale. Altrettanto si può dire dell’istituto monarchico: il capo vi è in qualche modo l’emanazione di una nazione e d’una razza ed il rappresentante di Dio; egli sale dalla terra e discende dal cielo; s’impone ad un tempo con la forza e la necessità e con la grazia d’una elezione trascendente. (1)

La parte più appariscente della società attuale, con le sue gerarchie
fondate sul denaro anonimo e sullo Stato astratto, con le sue celebrità gonfiate dalla propaganda, con le sue autorità scaturite dal caso e dall’intrigo, corrisponde perfettamente al secondo tipo. Vuotate della linfa dal basso e di quella dall’alto, le relazioni tra gli uomini si riducono alle regole sterili del più vano dei «giochi di società».

Che cos’è che oggi classifica un uomo? Non la forza del suo braccio, né la potenza del suo spirito, né l’investitura divina, ma cose più fittizie l’una dell’altra, come l’ammontare del conto in banca, una fascia sul petto, la scelta d’’una folla che ha dato il cervello all’ammasso o le chiacchiere d’una stampa servile che fa della gloria una specie di diffusa prostituzione. Il suo essere, il suo valor proprio, i suoi agganci reali al mondo trascendente non contano più: tutto scompare sotto l’etichetta che gli si appiccica addosso. Se, come vuole Platone, l’uomo è una pianta ad un
tempo terrestre e celeste, bisogna pur ammettere che la struttura attuale della Città le divelle nei due sensi. Come stupirsi allora, in queste condizioni, della proliferazione di fiori artificiali? Sono i soli a non aver bisogno né di ali né di linfa…

(1) Questi esempi non sono affatto esaurienti: le stesse osservazioni possono applicarsi a tutte le comunità umane ed a tutti i regimi politici – compresi i democratici! – nell’esatta misura in cui il patto sociale vi si impone allo spirito degli uomini come una cosa necessaria e sacra. Inutile sottolineare quanto siamo fuori strada, con le attuali strutture della Città…

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 163-165)

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