Pascal e Thibon: Membres pensants e reductio ad Unum

giovannivitaliRiflessioni su La libertà dell’ordine

di Giovanni Vitali

Se i piedi e le mani avessero una volontà autonoma, non resterebbero nell’ordine loro che assoggettando questa volontà particolare a quella volontà prima che governa il corpo intero. Al di fuori di questo modo, cadrebbero nel disordine e nell’infelicità; ma, volendo solo il bene del corpo, fanno il loro proprio bene” (1).

Scorrendo La libertà dell’ordine. Un sentiero aperto per il ritorno (Fede & Cultura, Verona 2015, curatore E. Fumaneri), raccolta di brevi articoli di Gustave Thibon, philosophe-paysan dello spirito francese, non nascondo che mi sono subito balenati alla mente alcuni pensieri pascaliani come quello citato, racchiusi nella sezione Membres pensants delle Pensées (2). Nelle interazioni fra “corpo” e “membra”, che nascondono la dialettica fra la tensione soggettiva al bene e il bene nella sua realtà ultraindividuale, non è difficile rintracciare alcuni dei temi toccati dal filosofo francese nella raccolta. Anzitutto, quell’opera di smembramento della realtà in ogni suo aspetto – sociale, politico, economico, morale, spirituale, religioso – presentito in qualche modo da Pascal al principio dell’età moderna e portato a piena coscienza da alcuni autori a modernità compiuta. Tra questi penso a Spaemann, ma prima ancora, a Thibon.

Queste “membra pensanti”, che fintanto che si ostinano a considerarsi monadi autosufficienti e isolate stentano a trovare la vera comprensione di sé nel mondo, nel “corpo” (3), che cosa sono se non quei granelli di sabbia degradati dalla “metafisica della separazione” a parti morte, incapaci di realizzare in sé la vocazione alla totalità, mai sazie della loro orgogliosa “autonomia” (4)? Immagini di uno dei cardini della modernità, quell’astratto dualismo che separa ciò che non deve essere separato, pena la sua comprensione. Cominciando dalla scissione teologica, in Lutero, fra natura e grazia, attraverso l’incomunicabilità cartesiana fra res cogitans e res extensa, sino alla frattura in Rousseau di natura e storia, la modernità è un “campo di lotte senza fine” (5) in cui si affrontano in eterni, irrisolti conflitti, empirismo e razionalismo, naturalismo e spiritualismo, idealismo e materialismo, ecc.

Salvezza sola fide, senza le opere. Un uomo che è solo anima, senza corpo. Libertà e verità solo in natura, non in società (6). Che cosa è avvenuto? Che ogni principio in virtù del quale può esser pensato qualcosa ha riassorbito in sè il suo apparente antagonista: alla dialettica dell’et-et si è sostituita quella dell’aut-aut. Sotto l’impulso di tali spinte centrifughe, in un processo secolare cominciato con la tarda Scolastica e giunto a maturazione con l’Umanesimo rinascimentale (7), è stata fatta a pezzi l’unità del reale: ogni brandello di verità si è così autoproclamato idolo – infranta la “ben rotonda sfera” (8) dell’essere non sono rimasti che frammenti in lotta fratricida, non più ricomponibili. Ecco sorgere l’idolatria, il culto del frantumo, l’attaccarsi furioso ad un capo della matassa, scartando l’altro. Idolatria che “confonde l’ordine dei mezzi e l’ordine dei fini” (9): assolutizzazione del relativo con conseguente relativizzazione dell’Assoluto, causate dalla progressiva avanzata di istanze nominalistiche e soggettivistiche, confluite da ultimo in quello che Benedetto XVI ha chiamato “relativismo”.

Due princìpi regolano il mio pensiero: l’opposizione agli idoli e l’amore per l’unità” (10). Il mondo, per Thibon, è una totalità in legame armonico, in cui ogni parte, ogni “membro” pascaliano, vive una relazione indissolubile con l’altro. Nulla sta a sé, nulla esiste per sè, nulla può rivendicare a sé gli attributi dell’intero. Si tratta quindi di recuperare la dimensione creaturale che accomuna l’atomo all’angelo, rinvenendo quella che Thibon chiama concezione organica della realtà: una reductio ad Unum che è un “ritorno al reale”, risalendo i gradi gerarchici dell’essere; che è ricollocazione del finito nel ruolo che gli compete; che è ritessitura dei fili smagliati dal manicheismo impazzito a ricomporre una trama ordinata al proprio fine, per riguadagnarlo liberamente.

E’ una visione, quella thiboniana, che spesso accusa, al vaglio del realismo aristotelico-tomista, la convergente fallacia di errori opposti. Penso – entrando così nel vivo del libro in oggetto – a un articolo come La divisione e l’unità, dove lo scontro fra le classi sociali o le generazioni viene stigmatizzato in nome del riconoscimento aristotelico che l’uomo “è un animale sociale e in ogni momento della sua esistenza abbisogna dei propri simili per vivere”. La tensione all’unità come accordo armonico di volontà è anche il centro dell’articolo che offre il titolo alla raccolta: libertà senza ordine e ordine senza libertà sono due facce della stessa, falsa moneta. Di qui la denuncia, da un lato, della “caricatura della libertà”, l’impossibile opzione anarchica, inadeguata a ricostruire quei legami vitali spezzati dallo spirito della rivoluzione permanente; dall’altro l’insufficienza della sola “disciplina esteriore imposta per via di coercizione, senza riguardo per la libertà o l’amore”. Non c’è libertà senza ordine, non c’è ordine senza libertà: ancora una volta si tratta di ritrovare l’unità dispersa nelle astrazioni dell’intelletto. Perché “il nostro male più profondo risiede nell’irrealismo del pensiero e della condotta” (11), quella dissociazione fra ragione ed esperienza che conduce facilmente a ciò che oggi chiamiamo ideologia.

Da questo filo conduttore si dipanano i temi della raccolta, che spaziano dalla rivoluzione sessuale all’economia (Il vampiro anemico), dalla politica (L’autorità e l’autoritarismo, L’utopia, La giungla e il formicaio) alla società, fino a contenuti più quotidiani e comuni, tutti visti però sotto la lente precisa di quella “philosophie du bon sens” che è la vera stella polare del pensiero thiboniano.

Un libro consigliato. Consigliato per cominciare a ritrovare, nella foresta degli –ismi in rissa perenne, uno spiraglio di luce nuova, vera, fresca, alla ricerca di quel “sentiero aperto per il ritorno” dove incamminarci, da membri pensanti, verso l’unità da cui tutto ha origine e a cui tutto deve tornare.

Note

(1) B. Pascal, Pensieri, Bompiani, Milano 2000, p. 399, pensiero 706.
(2) B. Pascal, op. citata, pgg. 399-401, pensieri 704-710.
(3) “[…] Il membro separato che non vede più il corpo a cui appartiene, non ha più che un essere che sta per spegnersi e morire. Tuttavia crede di essere un tutto; e, non vedendo il corpo da cui dipende, crede di dipendere solo da sé, e vuol farsi centro e corpo lui stesso. Ma, non avendo in sé principio di vita, non fa altro che fuorviarsi, e resta stupito dell’incertezza del proprio essere, ben avvertendo di non essere corpo e, tuttavia, non vedendo di essere membro di un corpo. […]” (B. Pascal, op. citata, p. 401, pensiero 710).
(4) “Il mondo non è soltanto spezzato, ma polverizzato: è diventato simile ad un deserto in cui ciascun granello di sabbia, solitario e ribelle, pretenda di essere Dio” (G. Thibon, La scala di Giacobbe, Anonima Veritas Editrice, Roma 1947, p. 24).
(5) I. Kant, Critica della ragion pura, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 5. L’immagine kantiana è riferita naturalmente alla metafisica, ma si adatta bene anche al nostro discorso.
(6) cfr. J. Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia 2001.
(7) “Dal XIV secolo in poi, il pensiero e i costumi tendono a ridurre l’uomo a lui stesso, cioè ad amputarlo di sé stesso. Il gesto che divinizza è la prima fase del gesto che distrugge” (G. Thibon, La scala di Giacobbe, p. 133).
(8) La celebre metafora parmenidea, fuori da ogni pretesa di un nesso fra l’ontologia eleatica e il caso in esame, può però dare l’idea dell’unità perduta in quel processo.
(9) G. Thibon, Ils sculptent en nous le silence, Francois-Xavier de Guibert, Parigi 2003, p. 119.
(10) G. Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, p. 10.
(11) G. Thibon, Ritorno al reale, Effedieffe, Milano 1998, p. 160.

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