Debolezza e crudeltà

algeriaDebolezza e crudeltà. — A proposito dei fatti d’Algeria: torture, brutalità esercitate dai francesi sugli arabi, ecc.  — Questi atti sono quasi sempre un segno di deboleza: debolezza materiale, debolezza morale soprattutto, perdita di autorità, perdita di prestigio. Una certa qualità della forza impone il rispetto e l’obbedienza con il minimo di ricorso alla violenza. È la debolezza ad essere condannata alla crudeltà, e l’esercizio della crudeltà indebolisce ancora. I francesi hanno fatto conoscenza di questo in Spagna sotto Napoleone, i tedeschi in Francia alla fine dell’occupazione. Viene un’ora in cui non vi è più che un’alternativa: essere mostruosi oppure andarsene. I due rami dell’alternativa finiscono però per riunirsi: dopo essere stati atroci bisogna comunque finire con l’andarsene.
Ciò che si potrebbe rimproverare a coloro che dichiarano la loro indignazione davanti agli eccessi dei propri compatrioti è di non risalire a sufficienza nella scala delle cause e di non denunciare anche gli uomini e il regime che hanno reso quasi inevitabile l’atrocità. Invece di accusare esclusivamente l’ultima ruota di questo meccanismo di fatalità occorrerebbe vedere come si è costruita, nel suo insieme, la macchina infernale…
Quando un carro scivola lungo il bordo dell’abisso senza poterlo sganciare né allegerire il più colpevole non è chi sferza a morte i cavalli per evitare la catastrofe, ma colui che li ha imboccati lungo un cattivo cammino. (C. XXVI — 13.4.57)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 125-126; traduzione redazionale)

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