Sancta mater Ecclesia

Virgo_LactansSancta mater Ecclesia. — Questo prodigioso edificio che infigge le proprie fondamenta nei millenni, e la sommità del quale si perde nel cielo, questa opera del tempo che anima e corona l’eternità, io non posso — quali che siano le sue parti caduche, i recessi oscuri e polverosi presso i quali alligna segretamente la menzogna —, giammai io potrò rifiutare di vederne l’equilibrio profondo e la grandezza unica. È qui — e da nessun altra parte — che ho trovato, uniti e inseparabili, l’ordine e l’assoluto che altrove si oppongono e si divorano a vicenda. I dogmi, i sacramenti, la liturgia hanno segnato la mia anima di un’impronta che mai alcuna abiura potrà cancellare. Se dovessi un giorno separarmi dalla Chiesa, ciò avverrebbe in nome delle esigenze che essa ha fatto nascere in me. Potrei colpirla con le mie mani, ma non trarrei la forza stessa di queste mani se non dal nutrimento che essa mi ha dispensato. La mia rivolta sarà sempre meno profonda della mia fede — ed essa sarà ancora un atto di fede.
Un tale edificio non può essere che la dimora di un Dio. Perché occorre dunque, pure senza potermene distaccare, che io retroceda sempre più dall’Altare verso la soglia? È che così tanto ordine, così tanta armonia, così tante pienezze terrene, una tale capacità di adattarsi all’umano mi fanno paura nello stesso tempo in cui colmano. Vi intravedo con chiarezza la dimora del Dio che ha creato la terra. Ma è il Dio che la terra ha crocifisso nel nome dell’ordine, il Dio il cui Regno non è di questo mondo. Sento che questa dimora è umanamente troppo bella e troppo perfetta per Lui, e non posso impedirmi di cercarLo in parte al di fuori, nell’innocenza delle piante, delle bestie, dei figli che obbediscono docilmente a leggi non scritte, e soprattutto nel cuore degli uomini — si chiamino essi il Figliol prodigo, il Buon Ladrone, Giobbe o Prometeo — che la sorte ha reso troppo forti o troppo deboli per inserirsi nell’ordine terreno, e la cui miseria, disperazione o rivolta lanciano il proprio grido cieco verso un Dio ignoto. (C. XVIII. — 25.9.49)

(Gustave Thibon, Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978), Éditions du Rocher, Monaco 2011, pp. 146-147; traduzione redazionale)

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