L’uccello e la selvaggina

blackbirdL’uccello e la selvaggina. — Guardo il merlo rubacchiare nel giardino. Un verso di Victor Hugo, letto macchinalmente in passato, mi ritorna alla mente: «Dio che fa gli uccelli non ha fatto la selvaggina». E penso alle prime emozioni di caccia, quando — appiattito dietro un sipario di foglie — tiravo ai merli attratti dalle bacche del ginepro. Allora non vedevo nell’uccello vivo che la possibilità dell’uccello morto: la preda, la conquista che stringevo in mano e portavo trionfante a casa. E quando, dopo la mia fucilata, il merlo prendeva il largo, provavo una sensazione di delusione, quasi di ingiustizia, come se l’uccello si fosse sottratto al suo destino naturale. Adesso, tirare sul merlo che svolazza leggero nei viali mi sembrerebbe un gioco puerile, più assurdo ancora che crudele. Sarei io il maggiormente punito se, invece di seguire con lo sguardo un uccello vivo, tenessi tra le mani un uccello morto.

Questa semplice riflessione mi fa misurare tutta la limitatezza e tutta la volgarità della passione conquistatrice e possessiva. In amore, in amicizia, in politica, quanti esseri vedono, nei loro simili, non più l’uccello vivo creato dall’amore di Dio, ma la selvaggina morta adocchiata dalla cupidigia umana! «Vittorie esteriori», diceva Napoleone, al quale risponderà Simone Weil: «Si ama come si mangia». Questo «amore» poggia su un assassinio: l’assassinio invisibile dell’anima e della sua liberta, meno totale ma più profondo della strage del cacciatore. E l’assassinio è duplice: come si uccide prima di tutto l’uccello trasformandolo in selvaggina, così, sotto un altro significato, si uccide se stessi riducendo il proprio desiderio alla cosa morta che si può tenere in mano.

Il dramma dell’amore umano è che vorrebbe ad un tempo contemplare l’uccello e mangiare la selvaggina. È impossibile. Bisogna scegliere tra la sazietà immediata delle viscere e l’ebbrezza lontana dello sguardo. L’intimità vera non è una assimilazione, ma uno scambio tra due libertà che si contemplano l’un l’altra — e questo scambio implica prima di tutto una distanza.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 112-113)

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