Gustave Thibon, testimone della speranza

LaCroceVita e opere di un Socrate cristiano nato e morto in terra di Francia. Una saggezza profonda alimentata dal silenzio e dalla comunione coi ritmi naturali – stile che gli valse l’epiteto di “filosofo contadino”. Ne promana un messaggio dirompente per l’Occidente disperato nella sua immemore sazietà.

(La Croce Quotidiano, mercoledì 2 settembre 2015)

Urge nel nostro tempo, così affascinato dalla confusione tra naturale e artificiale, la riscoperta di una grande figura del cattolicesimo francese del XX secolo. Alludo al «filosofo contadino» Gustave Thibon, l’uomo che come pochi altri ha insistito sulla necessità di un «ritorno al reale» (l’espressione che dà il titolo alla sua opera più conosciuta).

Col Rinascimento e la Riforma protestante all’homo simplex aristotelico e cristiano, nel quale soma e pneuma convivono in armonica e dinamica unità, si è progressivamente sostituito un homo duplex caratterizzato dal dualismo e dall’irriducibile scissione di spirito e vita. Tra i due, Thibon prende chiaramente le parti dell’homo simplex. Per lui, infatti, esiste una intima solidarietà tra lo spirito e la vita: «Lo spirito e la vita», scrive, «sono fatti per essere uniti e distinti».

Il reale non è un cumulo di esperienze e fatti sconnessi. Esso possiede una norma oggettiva di verità istillata dal Creatore, origine e fine di tutte le cose. È questa norma a determinarne l’ordine. Solo allora è possibile, analogamente alle leggi che regolano il funzionamento dell’organismo umano, distinguere anche una fisiologia e una patologia del corpo sociale.

Il contatto con la terra è al centro delle attenzioni di Thibon, che nasce il 2 settembre 1903 a Saint-Marcel-d’Ardèche, un piccolo borgo agricolo del Basso Vivarese. È il figlio unico di una famiglia di notabili residente nel villaggio da diversi secoli ma solo da poche generazioni ritornata alla cura della terra e alla coltivazione delle vigne.

A sei anni comincia a frequentare la scuola comunale del piccolo villaggio nativo. La scuola però è un peso per il piccolo Thibon. Il suo desiderio, infatti, è lavorare la terra. Sarà accontentato soltanto nel 1916, a tredici anni, quando il padre viene chiamato alle armi. Toccherà dunque a Gustave occuparsi del rude lavoro dei campi.

Nutrito di poesia dal genitore fin dall’infanzia (conosce a memoria migliaia di versi) ma indifferente ai temi religiosi, il giovane Gustave trascorre un’adolescenza agnostica. Thibon non ama la scuola, ma ha il culto dei libri, che considera i suoi veri maestri. È così che a ventitré anni, assalito da una veemente passione per la conoscenza, si getta con impeto febbrile nello studio delle lingue: impara da solo il latino, il greco e il tedesco. Affronta testi di filosofia e teologia, si cimenta anche nella matematica e nella biologia.

Dopo una giovinezza errabonda che lo porta in Gran Bretagna, in Italia e nell’Africa del Nord, Thibon si riconcilia con la fede cattolica grazie alla lettura di Léon Bloy, all’incontro con Madre Marie-Thérèse du Sacré-Coeur, priora del Carmelo di Avignone, e con Jacques Maritain, cui deve la scoperta dell’opera di san Tommaso d’Aquino. Maritain lo incoraggia a scrivere e la sua amicizia (interrotta in seguito a divergenze di giudizio su Charles Maurras e l’Action française) gli permetterà di pubblicare i primi articoli sulla Revue Thomiste.

Nel 1938 sposa Paulette Gleize, da cui ha una figlia, Marie-Thérèse. Paulette, purtroppo, non sopravvive al parto. L’anno successivo un saggio pubblicato sulla rivista Civilisations lo fa conoscere a Gabriel Marcel, di cui diventa amico. È sempre l’incoraggiamento degli amici a consentirgli di vincere la naturale inclinazione alla modestia e spingerlo così a pubblicare, nel 1940, l’opera che lo rivela al grande pubblico: Diagnostics. Essai de physiologie sociale (Diagnosi. Saggio di fisiologia sociale). La raccolta Poèmes nel frattempo gli vale il Prix des Poètes catholiques. Quello stesso anno convola a seconde nozze con Yvette Roudil, che gli darà due figli: Geneviève e Jean-Pierre.

Il 7 agosto del 1941 accoglie presso di sé la filosofa Simone Weil, caduta in disgrazia per la sua opposizione al Governo di Vichy. È l’incontro decisivo della vita di Thibon. Tra l’inquieta pensatrice di origini ebraiche e il philosophe-paysan si instaura un rapporto profondo improntato alla massima schiettezza e a un’altissima stima reciproca, tanto che la Weil decide di affidargli i propri manoscritti quando lascia la Francia per gli Stati Uniti nell’aprile 1942.
Sempre nel 1942 esce L’Échelle de Jacob (La scala di Giacobbe), cui segue l’anno successivo Retour au rèel (Ritorno al reale).

È la fine agosto del 1943: ad Ashford, poco distante da Londra, si spegne Simone Weil, piegata dalla tubercolosi. Dopo la prematura morte della filosofa è proprio Thibon a incaricarsi di rivelarne al mondo il nome e il genio. Pubblica così alcuni estratti dei suoi diari col titolo La Pesanteur et la Grâce (1947), edito in italiano come L’ombra e la grazia (trad. it., Comunità, Milano 1951).

Successivamente Thibon pubblica Ce que Dieu a uni (1945), Nietzsche ou le dèclin de l’esprit (1948), Solution sociale (1951), Simone Weil telle que nous l’avons connue (1952), Crise moderne de l’amour (1953), Notre regard qui manque à la lumière (1955), Vous serez comme des dieux (1959).
Nel 1964 gli viene assegnato il Grand Prix de littérature dell’Académie française. Seguirà un lungo periodo di inattività editoriale. Solo dopo quindici anni di silenzio Thibon tornerà a pubblicare. Appaiono così L’Ignorance étoilée (1974), L’Équilibre et l’harmonie (1976), Le Voile et le Masque (1958), L‘Illusion féconde (1995). Nel 2000 riceve un altro prestigioso riconoscimento: il Grand Prix de philosophie dell’Acadèmie française.

Alla morte, che lo coglie nel suo villaggio il 19 gennaio 2001, Gustave Thibon lascia al mondo – oltre a tre figli, i nipoti e un ricordo indelebile nel cuore di chi l’ha conosciuto – una ventina di opere, innumerevoli articoli e testi di conferenze, oltre a una considerevole mole di scritti rimasti senza pubblicazione.

Presso le Éditions du Rocher sono usciti, postumi, due volumi di note e pensieri thiboniani – Aux ailes de la lettre. Pensées inédites (1932-1982) e Parodies et mirages ou la décadence d’un monde chrétien. Notes inédites (1935-1978). Infine va segnalato la pubblicazione di un ulteriore volume contenente la trascrizione di alcune conferenze dello scrittore francese: Les hommes de l’éternel. Conférences au grand public (1940-1985), Mame, 2012.

La diffusione dell’opera di Thibon in Italia è frutto dell’amicizia coi militanti di Alleanza Cattolica, per i quali ancora oggi i suoi testi rimangono un importante punto di riferimento. I due testi (Diagnosi e Ritorno al reale) pubblicati negli anni ’70 dalle Edizioni Volpe grazie all’interessamento di Marco Tangheroni sono stati riproposti da Effedieffe nel 1998 in un unico volume, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, con una premessa di Marco Respinti.

Nella nostra lingua sono state tradotte anche le raccolte di aforismi thiboniani La scala di Giacobbe (1947), Il pane di ogni giorno (1949), L’uomo maschera di Dio (1971). Sono stati pubblicati anche Quel che Dio ha unito. Saggio sull’amore (1947), Vivere in due (1955), Crisi moderna dell’amore (1957), Nietszche o il declino dello spirito (1964). Infine va segnalato il libro-testimonianza scritto col padre domenicano Joseph-Marie Perrin, Simone Weil come l’abbiamo conosciuta (2000).

Sebbene orientato da Jacques Maritain sulla via maestra del tomismo, nel pensiero di Gustave Thibon trovano spazio anche la mistica carmelitana di San Giovanni della Croce, l’opera di Ludwig von Klages, Blaise Pascal, Charles Péguy, senza dimenticare la grande ammirazione per Victor Hugo e l’incessante confronto con Friedrich Nietzsche. La stretta comunione con i ritmi della natura e la familiarità col silenzio accumulano in lui quelle vaste riserve interiori che riverserà nelle sue opere, mentre la profondità del pensiero, la penetrante lucidità del giudizio e la folgorante bellezza dello stile – espressa soprattutto in forma aforistica – gli valgono la considerazione di prestigiosi intellettuali come Marcel de Corte, Gabriel Marcel, Henri Massis.

Thibon non ama lo spirito di sistema, è soprattutto scrittore da aforismi. Fedele al dettato di un altro grande cultore della brevità, il colombiano Nicolás Gómez Dávila («I libri seri non ammaestrano: sollecitano»), privilegia il frammento in luogo del sistema chiuso, onnicomprensivo. Niente è più alieno allo scrittore francese che il disprezzo e la sufficienza nei confronti del lettore, i contrassegni della vanità e del divismo letterario. Egli sa, con Pascal, che «ci si convince meglio con le ragioni trovate da se stessi che non con quelle venute in mente ad altri». L’ebbrezza conquistatrice è sterile: «La verità orgogliosa non può dare niente. I doni supremi devono essere offerti con mani supplichevoli».

Le parole thiboniane, parole sorgive, aurorali, nate dall’intimità col silenzio, circonfuse e nutrite di silenzio, sanno addentrarsi nel segreto dell’anima come schegge luminose. Parole penetranti, che riecheggiano nell’intimità alla ricerca di misteriose corrispondenze. È una scrittura dal lungo respiro, che tende all’infinito dell’eternità. E perciò stesso essa è esigente, richiede la forte collaborazione del lettore. La sua lettura richiede tempo: il tempo della semina, della sedimentazione e della maturazione. È una scrittura folgorante, mossa dall’aspirazione di concentrare la più alta densità di significato nel minimo spazio di parole. Naturale dunque che prediliga la frammentarietà dell’aforisma, la forma letteraria che più si approssima al silenzio.

La filosofia francese è sempre stata percorsa da due correnti fondamentali di pensiero: una di tipo cartesiano, razionalista, e l’altra di stampo pascaliano, intuizionista. Thibon sposa l’immediato dell’intuizione di Pascal, ma non per questo esclude la meditazione razionale e riflessa, concreta e non astratta. Intuire non è sragionare. Così il filosofo di Saint-Marcel confessa la propria predilezione per la via del simbolo e dell’immagine («Credo alle immagini più che alle idee. L’idea circoscrive, l’immagine evoca»), abbraccia il metodo dell’intuizione immediata capace di penetrare internamente la fonte inesauribile della realtà per captarne l’essenza profonda.

Nelle sue opere Thibon espone la propria preoccupazione per quello che considera il male più profondo della nostra epoca: la perdita di contatto con il reale. L’irrealismo nasce quando i pensieri, gli affetti e gli atti umani sono privi di comunione col loro oggetto concreto. Thibon non nega certo il ruolo prezioso del ragionamento astratto. Si tratta di uno strumento indispensabile nell’ordine della conoscenza umana, purché non sia privato del contatto con la realtà. Quando ciò accade, l’astrazione viene lasciata a se stessa e finisce per generare l’irrealismo sotto forma di intellettualismo o di soggettivismo, laddove si dia il primato alla ragione o al sentimento.

Ecco perché si rende necessaria, nel nostro tempo, un’opera di apostolato del senso comune. «Un tempo – scrive il filosofo francese in un celebre passo di Ritorno al reale – il cristianesimo dovette lottare contro la natura: quella natura era tanto dura, tanto ermeticamente chiusa che la grazia durava fatica a intaccarla. Oggi dobbiamo lottare per la natura, al fine di salvare il minimo di salute terrena necessaria all’innesto del soprannaturale».

L’architrave del pensiero thiboniano poggia su due princìpi: l’opposizione agli idoli e l’amore per l’unità. Due momenti che tuttavia, scrive, «si fondono in un unico, perché l’idolo rappresenta la parte innalzata al tutto, ma soltanto distruggendo gli idoli si può ricostruire l’unità». Se «Dio non ha creato che unendo», il peccato dell’uomo consiste nel separare ciò che Dio ha unito: «La metafisica della separazione è la metafisica stessa del peccato».

Il nostro tempo, segnato dall’oblio dell’Essere e delle verità supreme, è funestato dalla lotta senza quartiere tra gli idoli. Non può che essere la guerra endemica la condizione strutturale di un mondo dominato da false divinità: nessuna di esse, infatti, può permettere alle altre di elevarsi al di sopra di tutte per reclamare la signoria spettante all’unico vero Dio. Il conflitto tra gli idoli garantisce così l’impossibilità dell’autentica trascendenza. Procurare la morte rappresenta la vera vocazione dell’idolatria: la sete di sangue divora l’idolo, mentre l’odio viscerale per l’Essere lo vota al nulla e alla menzogna. Per il Socrate cristiano vivente in Thibon l’autentico spirito filosofico consiste invece «nel preferire alle menzogne che fanno vivere le verità che fanno morire».

Il suo pensiero rifiuta tanto le seduzioni del progressismo quanto le sirene del tradizionalismo. Più che un iconoclasta della reazione, Thibon è un testimone della speranza. «L’epoca in cui tutto abbiamo perduto», scrive, «è anche quella in cui tutto possiamo ritrovare». Se la metafisica della speranza thiboniana si rivela impermeabile ai fuochi fatui del progressismo, certo non indulge alle suggestioni tradizionaliste o alle utopie archeologiche. «Che m’importa dunque il passato in quanto passato? Non vi accorgete che quando piango sulla rottura di una tradizione, è soprattutto all’avvenire che penso. Quando vedo marcire una radice, ho pietà dei fiori che seccheranno domani per mancanza di linfa».

La devota memoria del passato non deve indurci a «considerare la morte delle cose mortali come una sconfitta irreparabile. Non aggrapparsi totalmente, disperatamente alla materialità (nel senso più ampio) di una tradizione, di una istituzione, d’un regime. Occorre salvare l’anima delle cose cui il vento della morte ha spazzato via il corpo». L’affermazione di valori soprastorici ed eterni non va confusa con l’immagine di una realtà storica compiuta e realizzata. «La vera fedeltà non consiste […] nell’impedire ogni cambiamento, ma più precisamente nell’impregnare ogni cambiamento di eterno».

«Il thibonismo è una filosofia del buon senso», ha scritto il suo allievo Hervé Pasqua. La profondità degli abissi appartiene al grande, immenso oceano della normalità. Piatta e superficiale è solo la terra calpestata dagli idoli. Pertanto la vera saggezza sta nell’essere fedeli tanto al realismo della terra quanto alle verità eterne del cielo, giacché «le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra».

La tentazione di quanti giungono all’Assoluto, ha detto Jean Guitton, è di annullare l’esistenza del Relativo. Ciò che è difficile da accettare non è tanto che Dio ci sia, è comprendere perché non sia tutto, capire perché abbia fatto qualcosa che non sia Lui. Non è tanto difficile affermare che Dio esiste, quanto accettare che l’uomo sia. Thibon è un pellegrino dell’assoluto, ma sa anche riconoscere le ragioni del relativo e del contingente. Consapevole che «la nostra eternità non è la negazione del tempo, ne è la fidanzata», diffida perciò degli eccessi di quegli idealisti che, come dice Péguy, «hanno le mani pure, ma non hanno mani» e che invece di incarnare il proprio ideale se ne servono per denigrare la realtà e l’umano.

È un pensiero incarnato, conscio che questa sintesi di sintesi di assoluto e di relativo deve abbracciare anche il campo sociale. Una comunità umana esercita un’influenza benefica quando sa trasmettere valori eterni. Quando in una civiltà «il temporale è irrigato senza posa dall’eterno», come accadeva ai tempi della cristianità, tradizioni e costumi assolvono la funzione di intermediari tra l’uomo e il suo fine trascendente. L’esempio dei santi provvede a mostrare che i cristiani devono essere al tempo stesso «visionari del cieli e prodigiosi operai sulla terra».

L’armonia e la durata di una società sono assicurate soltanto dal rispetto della sua legge fondamentale. È la legge della comunità di destino, che poggia sul principio di interdipendenza o di reciproca solidarietà.

Nella comunità di destino – il cui esempio più tipico è rappresentato dalla famiglia – l’interesse personale coincide con l’assolvimento del proprio dovere. Una società è sana, afferma Thibon, nella misura in cui tende ad attenuare la tensione tra interesse e dovere, è malsana nelle misura in cui tende a esasperarla.

L’eredità di Gustave Thibon non si esaurisce con la morte del suo autore. La sua opera lascia dietro di sé un messaggio di speranza per l’occidente sazio e disperato: «L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto».

Emiliano Fumaneri

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