Sacrifici umani

apocalyptoSacrifici umani. Evochiamo con tremore i roghi in cui i Cartaginesi o gli Aztechi gettavano vive le vittime per placare il furore degli dèi. Facciamo forse meglio adesso? Che si trattasse di idoli come Huitzilopochtli o Moloch, di personaggi storici elevati al rango di idoli, come Maometto o Bonaparte, oppure di semplici idee come la democrazia, il razzismo o il marxismo, sempre delle bocche invisibili hanno succhiato il sangue degli uomini. Lo spirito non ha mai cessato di essere il parassita della vita. È non è anche il riflesso tragico e ghignante della trascendenza dell’uomo in rapporto al mondo sensibile questo bisogno inamovibile di sacrificare il noto all’ignoto, il presente all’avvenire e la vita nel tempo, già così effimera e miserabile, a entità misteriose che regnano sull’altro versante della morte? Infierire sulla nostra disgrazia, allargare gratuitamente la piaga dell’esistenza, gettare agli dèi avari questa insanguinata contropartita per i loro magri doni — Quale follia agli occhi della prudenza terrena! I sacrifici umani nascono dal mostruoso accoppiamento tra l’istinto che spinge il bruto verso la preda e il senso del mistero che prostra l’uomo davanti a Dio.
Ma si avvicina forse l’ora in cui l’uomo, ridotto alla piattezza di un’esistenza perfettamente razionalizzata, allontanerà da sé tutte le follie e tutti i rischi che discendono dal suo profilo animale e dalla sua profondità divina. Nell’attesa di questa età dell’oro, dove non sarà più che il meticoloso contabile del suo piccolo benessere temporale, gli rimangono ancora degli idoli per i quali è capace di soffrire e morire. Ma questi idoli non sono più che gli scheletri degli antichi dèi: etichette svuotate di senso (ideologie politiche) oppure cifre prive di contenuto (amore per la velocità e per i record): l’idolatria scivola tutta intera dall’essere verso l’avere, o piuttosto (poiché l’avere puro non è che una cornice vuota) dalla realtà verso il nulla.
Morte, dov’è la tua vittoria? Possiamo concepire una parodia meccanica della vittoria cristiana sulla morte: essa consiste nel rendere la vita talmente simile alla morte che questa non troverà più nulla da uccidere in noi; una macchina non muore, giacché è già morta — di una morte senza mistero e senza resurrezione.

(Gustave Thibon, L’ignorance étoilée, Fayard, Paris 1974, pp. 59-60)

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