La dismisura e l’impurità

tristan_and_isoldeLa morale corrente non distingue a sufficienza, tra gli atti che riprova, quelli che provengono dal peccato di dismi­sura e quelli che discendono dal peccato di impurità.
Il peccato di dismisura (l’ubris dei greci, che puo anche essere tradotto con abuso od eccesso) è legato ai limiti che ci impone la nostra condizione d’esseri finiti e temporali. Cosi, non si commette nessuna colpa a bere un bicchiere di vino o ad amare d’amore una sola donna. Ma c’è colpa nel bere tre litri di vino o nell’amare più donne. Un atto, in sé buono od indifferente, diventa cattivo al di là d’un certo limite stabilito dalle nostre possibilita fisiche o dal­l’ordine sociale: la malizia sta qui solo nell’eccesso.
Nel peccato d’impurità, invece, la malizia, sta nell’es­senza stessa dell’atto e del sentimento che l’ispira. Così, l’invidia o la calunnia non diventano peccati a partire da un certo grado di intensità o di durata: esse sono intrinseca­mente cattive e la loro stessa sorgente è peccato. Se bere tre litri di vino invece di un solo bicchiere trasforma in colpa un atto normale, calunniare il prossimo per un’ora intera invece di cinque minuti non cambia niente alla na­tura di un atto che è iniquo nel suo principio. Un fiume «pecca» solo quando esce degli argini, ma una sola goccia d’acqua sporca porta in se stessa la sua impurità.
Non si nega che esistano affinità e correnti di scambio tra queste due forme di peccato. La dismisura nasce spesso dall’impurita (è già una malizia interiore non accettarne i limiti) e, proiettando l’uomo al di fuori della sua orbita, aggrava ancora di più questa impurità: l’ubriacone, il lussurioso, l’ambizioso degradano a poco a poco la loro anima, e la dismisura si ripercuote interiormente in conta­minazione.
Ma queste affinità non autorizzano la confusione. In effetti, la dismisura non implica sempre l’impurità: essa può venire da uno slancio vitale eccezionale che travolge le barriere erette dalla maggior parte degli uomini (è il caso dei grandi passionali, delle «forze della natura») o da una sete d’infinito sviata ma non impura, o dalla disperazione, eccetera. E, reciprocamente, l’impurità non trascina fatal­mente con sé la dismisura: ci sono uomini «che hanno per Dio il loro ventre» e che pur sono relativamente sobrii, esseri lussuriosi fino al fondo dell’anima e che pur si ac­contentano di una sola donna, ambiziosi moderati nella loro audacia e tanti altri peccatori prudenti che, per timore delle complicazioni e delle prove o per automatismo sociale, man­tengono la loro bassezza all’interno dei limiti prescritti dalla legge: «C’è la piccola felicità del giorno e quella della notte, ma si rispetta la salute», diceva Nietzsche.
Così, la prudenza e la misura nell’impurità danno al male stesso le apparenze del bene. E questo peccato — che è quello del Fariseo — è sempre piu difficile da guarire di qualunque peccato di dismisura, perché il peccatore per eccesso vede le dighe che spazza via, mentre il Fariseo si crede virtuoso perché rispetta queste dighe: l’acqua più sporca gli pare vergine purché scorra al fondo del letto delle convenzioni sociali. Tristano ed Isotta soffrono del loro adulterio, e la profondità del loro amore non basta a proteggerli contro i rimorsi. Ma dove sono gli sposi «fe­deli» che si pentono della mediocrità o della bassezza del loro amore? Simone Weil illumina il fondo del problema quando dice che «una certa virtù inferiore è una imma­gine degradata del bene di cui bisogna pentirsi, e di cui è più dificile pentirsi che del male».

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 188-190)

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