Bellezza e bontà

san-damiano-stevensonBellezza e bontà — Perché mai, messi di fronte ad una grande azione morale o a un sacrificio eroico — a queste vette del bene — non diciamo: ecco una buona azione, ma: è bello! A un certo livello, il linguaggio della morale sfocia spontaneamente in quello dell’estetica. Fare la carità al povero che passa, è bene; immolarsi come il Padre Damiano per i lebbrosi, è bello e sublime. Altrettante espressioni derivate dall’estetica. La parola «buona azione» evoca qualche cosa di utilitario, implica una certa mediocrità nel bene, o piuttosto una sorta di stasi, un ristagno del bene in sé stesso. L’atto eroico, al contrario, spinge il bene al di là dei suoi limiti; al di là dell’interesse personale che sacrifica o dell’interesse estraneo che serve, e possiede una profondità, un magnetismo puramente ideali. Non si esaurisce nella finalità effettiva e pratica alla quale si consacra (nella vita del Padre Damiamo troviamo qualche cosa di più grande e di diverso di un individuo sacrificato e di lébbrosi soccorsi): l’atto eroico innalza una situazione particolare e contingente alla dignità, alla purezza universale dell’Idea. Respicit supra appetitum, (guarda oltre il desiderio) direbbe San Tomaso; la vita di Padre Damiano non tocca soltanto il nostro cuore ma sommuove nelle profondità le nostre facoltà contemplative, e dilata l’amore fino al cielo immobile della bellezza. Dopo aver riscaldato nel tempo terrestre, risplende nell’eterno; dalla esigua e breve fiamma dell’azione fa nascere una stella!
L’atto eroico non possiede soltanto un valore di attività, ma soprattutto quello, trascendente, di esempio. Sentiamo, per istinto, che questo atto esiste non tanto per servire qualcuno a qualche cosa, quanta per essere contemplato. Spetta alla nobiltà e all’eroismo di fondere al vertice il bello e il bene e, alla fine, di realizzarne la sintesi. Anche facendo astrazione dal punto di vista soprannaturale, la bellezza di una vita eroica e santa vince sempre in profondità e in pienezza lo splendore dell’opera d’arte. Quando la virtù e il bene sono abbastanza alti, puri e liberi per assoggettare la bellezza, nessuna altra bellezza può eguagliare la loro. Bellezza del bene, bellezza che trafigge e che colma, più compatta della pietra e più delicata di un cielo all’alba, bellezza interamente viva e reale, fonte dell’ebbrezza più solitaria e della nostalgia più tormentata, calda e vicina come un seno, con pudori e ritrosie infinite di stella, bellezza diretta e totale, debolezza del segreto, vergine di artifici e di vano fulgore, carica più di doni che di promesse, bellezza degli abissi dove il verbo e la menzogna più non respirano, calamita che solleva per intero l’uomo e lo fa volare con tutto il suo peso!

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, pp. 23-25)

 

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