Segrete aspirazioni…

nietzsche-thibon«Nietzsche è un nemico di Dio, un apologeta della forza brutale, ecc.», mi afferma quel tal degno critico che riprende, uno dopo l’altro, tutti gli slogans anti-Nietzsche. E dato che io gli contrappongo qualche testo che prova esattamente il contrario, mi risponde trionfante: «Ma rilegga tutta l’opera, e vedrà quanto i testi “empi” siano superiori agli altri sia per numero che per estensione». Questo modo di giudicare un filosofo a peso – od a riga – rivela una mancanza di sottigliezza che mi sconcerta, come se alcune frasi – che dico? una reticenza, una concessione, un sot­tinteso – non fossero spesso mille volte più rivelatrici del pensiero segreto di un uomo che non una lunga esposizione coerente e dogmatica! Per quanto mi riguarda, do sempre una estrema importanza alla più piccola frase con cui un autore sembra contraddire l’insieme della sua opera: e così ch’egli si svela o, piuttosto, si tradisce; è così che lascia intravedere a sua insaputa le proprie intime aspirazioni, contro le quali il pensiero organizzato ed incasellato in spunto dottrinario non è spesso che una reazione difensiva. I pochi versi in cui Lucrezio esprime la sua angoscia reli­giosa mi dicono di più sulla sua anima che non la sua spiegazione materialistica della natura delle cose. Un solo pensiero di La Rochefoucauld: «Se esiste un amore puro e libero dal compromesso con le altre nostre passioni, è proprio quello che è nascosto in fondo al cuore e che noi stessi ignoriamo», ci fa scorgere, sotto la maschera del pessi­mismo, il vero volto dell’autore delle «Massime». Ed il più tenue filo di tenerezza o di pieta nell’opera di Nietzsche zampilla da una sorgente ben più profonda della metafisica dell’egoismo e della guerra che domina in lungo ed in largo ne «La Volonté de Puissance»: si intravede un lembo di carne che sanguina sotto la corazza insensibile della dot­trina! Cosi pure, lo sguardo furtivo dato, durante una banale conversazione, alla donna che si ama senza volerselo confessare, rivela un affetto più vivo di tutte le tenere parole mormorate per abitudine alla moglie stagionatella che non si ama più ma che, davanti al mondo e davanti a noi stessi, non si ha il diritto di non amare più».

(G. Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 206-207)

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