Dubitare di Dio?

notre-regard« Lei dubita talvolta di Dio? », mi è stato chiesto a bruciapelo. La domanda mi ha sorpreso, dal momento che non me l’ero mai posta.
Ho risposto: « Come potrei dubitare di Colui che è tutto, e che contiene anche il mio stesso dubbio come la carne contiene la ferita? ».
Io non dubito mai di Dio perché non gli chiedo niente – o gli chiedo tutto, il che è lo stesso. Come si può dubitare di ciò che non si può concepire? La frase di Lamartine: « Sei proprio tu, dato che non ti vedo », traduce perfettamente la mia certezza religiosa. Potrei dubitare di Dio se gli chiedessi qualcosa di preciso e di finito: la risposta ad una domanda, la soluzione d’un problema, un qualunque beneficio personale, e s’egli mi rifiutasse il favore implorato. Ma, allora, non è di Dio che dubiterei, ma della proiezione divinizzata di me stesso. Dio non risponde alle domande, le dissolve. Il mistero del male e tutte le contraddizioni disseminate nella sua opera non sarebbero in grado di stracciare la mia fede, perché se Dio non fosse contraddittorio agli occhi dell’uomo, non sarebbe infinito, ed io diffido della logica mentre mi abbandono al mistero. Credo a quel che non vedo, ma dubito spesso di quello che vedo: del mondo sensibile, delle cose finite, di tutte le apparenze che chiamiamo realtà. L’esistenza delle creature mi appare illusoria ed incerta nella misura in cui esse si staccano nettamente dalla loro sorgente, ove posso comprenderle e possederle; la mia fede aumenta, al contrario, dal momento nel quale, perdendo i loro profili precisi, esse mi rivelano qualcosa dell’oscura unità creatrice, dal momento nel quale scorgo dietro di loro il fremito dell’invisibile, il palpito del mistero. L’ordine delle evidenze e, nel mio spirito, rovesciato: ed è attraverso Dio, che non vedo, che credo a ciò che vedo.

Non succede così, d’altra parte, per tutti gli uomini capaci di fede? Anche nell’amore delle creature (parlo qui, e chiaro, dell’amore vero, non dei commerci basati sulla ricerca del piacere o del profitto) non è forse l’invisibile a farci credere al visibile? Che cos’è che ci unisce di più ad un essere amato? La sua realtà precisa che possiamo conoscere e possedere, o l’impronta d’infinito che resta nel finito, la scia di mistero che la sua apparizione lascia nella nostra anima, l’irraggiamento dello sconosciuto e dell’impossibile che lo attraversa? La risposta e facile: quando questo irraggiamento se ne va, la magia dell’amore pure svanisce. Eppure la realtà sensibile dell’oggetto amato non è cambiata!
Non teniamo allora più tra le mani che un oggetto congelato nei suoi limiti incurabilmente esplorati, e ci è facile tacciare d’illusione la misteriosa ebbrezza dileguatasi nel nulla. Ma l’illusione non consiste nell’appello del mistero in se stesso, bensì nell’appello in quanto inerente ad un oggetto determinato. Così, la più insignificante delle nuvole attraversata dai raggi del sole riveste i colori del sogno e dell’infinito e riversa nei nostri occhi la nostalgia dell’impossibile bellezza. Quando il sole si nasconde, allora non è più altro che una macchia scura ed inutile nel cielo – una « nuvola » nel significato che, dal tempo di Aristofane, tutti i realisti danno a questa parola. Certo, l’irraggiamento della nuvola era una illusione, ma non quello del sole! Sempre la confusione idolatrica tra gli oggetti illuminati e la luce, per colpa della quale, giunti al termine delle nostre delusioni, arriviamo al punto di negare la luce stessa…

Non c’è che un solo sole come non c’è che un solo Dio ed un solo amore. Può posarsi dappertutto ma non abita da nessuna parte, essendo l’infinito.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, pp. 15-17)

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