La violenza al servizio della libertà

forza-e-violenzadi Gustave Thibon

(da Forza e violenza, Volpe, Roma 1973, pp. 119-154)

Desidero affrontare il tema dei rapporti tra la violenza e la libertà. Mi terrò, al solito, giacché non sono un metafisico, sul terreno psicologico e concreto; non presenterò alcuna soluzione prefabbricata (non esistono), perché se, in questo campo, la dottrina è una ed immobile, i suoi punti di applicazione sono molteplici e mutevoli. Ora il solo modo di contribuire all’elaborazione di una soluzione equa consiste anzitutto nel lumeggiare correttamente i complessi e ambigui dati del problema.

Che cos’è la violenza?
Nella natura, nel mondo extra-umano, e anche nel mondo umano, la violenza può definirsi (come la definivano gli antichi) tutto ciò che agisce contra inclinationem rei, cioè contro l’inclinazione di una cosa o di un essere.

La violenza esiste, ahimè, a tutti i livelli della creazione, eccetto quello delle grandi leggi che assicurano l’equilibrio e la continuità dell’universo. In fondo l’armonia – poiché essa non è una violenza, o almeno è una violenza integrata e dominata – l’armonia e la violenza, l’ordine e gli elementi del caos sottostanti all’ordine, sono le due facce del Giano cosmico. Non vi è violenza nel moto degli astri; si direbbe che gravitano per persuasione. E’ questa in fondo, la gravitazione universale. Non vi è violenza nel ritorno ciclico delle stagioni; per questo, appunto, è detto che i cieli narrano la gloria di Dio. Lo si dice assai meno della terra! Solo l’albero in fiore sotto il gelo, o la gazzella sotto le zanne della tigre, patiscono violenza. La gazzella non è divorata dalla tigre a quel modo che la terra gira intorno al sole: è un destino assai peggiore!

E in queste notti estive, in cui, secondo il mirabile verso del poeta, cade dal cielo un’immensa bontà, la terra intanto è teatro di grovigli, di massacri, e la pace universale riposa in parte su codesta rete di violenza e di distruzione. Lo stesso poeta, parlando della natura, ci dice: “sotto la gran mammella si sente la grande piaga .
Lo sappiamo tutti. Solo i poeti che vivono in città ci dicono, senza presentare anche l’opposto, che Dio da’ agli uccellini il loro cibo. Sta bene, è vero; ma, quando sopraggiunge l’inverno, quegli uccelli, così mirabilmente preparati dalla natura, muoiono a migliaia, nelle circostanze e nei modi più diversi.

Nell’umanità la violenza appare come un attentato – non già alla spontaneità dell’essere, come nella natura cosmica – ma come attentato alla libertà dell’uomo. Essa consiste nell’imporre con la forza ciò che l’uomo non farebbe mai spontaneamente: mi sembra, questa, la migliore definizione. Per esempio: violare una donna, razziare selvaggi per farne degli schiavi, come accadeva in passato; imporre al popolo vinto, con la guerra, la ferrea legge del popolo vincitore, come si è ripetuto per l’Ungheria e la Cecoslovacchia: ecco altrettante forme tipiche di violenza. E anche qui non è il caso, ahimè, di minimizzare la funzione immensa svolta dalla violenza nella genesi e nello sviluppo delle civiltà e, di rimando, delle religioni – bisogna pur riconoscerlo – nella loro forma umana e sociale.

La storia è un tessuto indissolubile di violenza e di libertà. Spesso la libertà si innesta sulla violenza. Così si forma una civiltà; la violenza è talvolta come un’operazione chirurgica, o piuttosto come un innesto. Un albero al quale imponiamo un innesto subisce violenza; l’innesto attecchisce o no. Se sì, abbiamo una civiltà. Il paese che io abito – l’antica Occitania, – bisogna pur riconoscerlo, è stato atrocemente violato dalle genti del Nord; ha patito violenza all’epoca degli Albigesi. Ebbene, da questa violenza è nata l’unità francese e non credo troppo a tutto ciò che oggi ci raccontano dell’Occitania libera: abbiamo la Città francese. Fu una riuscita, perché dopo la violenza vi furono certi costumi, una integrazione, una civiltà – ciò che a volte si dimentica. E d’altronde l’Occitania, che fu violata dalle genti del Nord, era il frutto di numerosissime violenze: c’erano stati i barbari, i Romani, i Galli, e tanti altri!

Se ci mettiamo al posto dei non-violenti che invocano il cristianesimo, a prima vista la dottrina evangelica sembra radicalmente opposta all’uso della violenza, poiché sta tutta in queste parole: « Siate perfetti, come perfetto è il vostro Padre celeste ». In altre parole, è un imperativo, è un ottativo, ma non è una constatazione; perché i rivoluzionari presuppongono la perfezione invece di cercarla, che è già un certo divario! E quando Cristo ci dice: « Siate perfetti, come perfetto è il vostro Padre celeste », questo è un ordine, un consiglio rivolto all’homo viator; vuol dire: non arriverete mai, vi resterà sempre tanta strada da fare. È il consiglio più dinamico che ci sia. Non ci si fermerà mai. È un asintoto; tutto sta nell’accostarvisi.

Essendo Dio, d’altronde, verità ed amore, le relazioni umane debbono essere alimentate ad imitazione degli umani costumi di verità e di amore: voi non avete che un Maestro e siete tutti fratelli. Ciò sembra vietare ogni sorta di violenza, e in fondo il cristianesimo – diranno i non-violenti – può far suo il detto di Pascal: « Violenza e verità nulla possono l’una sull’altra ». E quello di Platone: « L’amore non ha alcun contatto con la forza ». Nel vocabolario di Platone, del resto, la forza in quel testo si identifica con la possibilità di ricorrere alla violenza e non già con l’esercizio della forza in sé stessa, giacché la forza non si manifesta soltanto attraverso la violenza, grazie a Dio!

Vi è dunque nel Vangelo — si dirà — un capovolgimento di valori. Cristo vi dice: « È stato detto… ma io vi dico... ». Sembra esservi una sfida permanente alle leggi di natura, aggravate dal disordine del peccato, una sorta di anticipazione della vita eterna, sicché San Paolo non esita a parlare di « follia divina ». La sola violenza che sembri permessa e voluta dal Vangelo è quella che l’uomo esercita sopra sé stesso per dominare le sue passioni e trionfare sul peccato. E non a caso, mentre la parola « violenza » è piuttosto peggiorativa, l’espressione « farsi violenza » s’intende quasi sempre in senso positivo. In altri termini, molto spesso si fa violenza a sé stessi, specialmente quando si è in collera, per non far violenza al prossimo.
È cosa chiarissima. Questa santa violenza, dunque, si esercita a vantaggio della libertà; della libertà sempre più o meno alienata dalla violenza delle passioni e dal peccato. In questo senso, credo, va interpretato il testo del Vangelo: « I violenti prevarranno ». Non già quelli che saranno violenti contro gli altri, ma coloro che sapranno far violenza a sé stessi per espandere la loro vera libertà.

Tutto ciò è chiarissimo; ma si pone un altro problema: la violenza verso il prossimo. È quella di cui qui ci occupiamo. Violenza contro noi stessi nella misura in cui siamo cattivi, è fin troppo evidente. L’esercitiamo, del resto, ben poco; tendiamo ad esercitarla sugli altri. Come diceva Nietzsche, « quando non siamo contenti di noi stessi, siamo sempre pronti a farlo pagare agli altri ».

Non appena ci addentriamo nel problema della violenza esercitata sugli altri, la coscienza cristiana entra in una boscaglia di piante spinose d’ogni sorta. Ho parlato appunto della relazione ideale fra gli uomini, della relazione evangelica; in altri termini, delle relazioni fondate unicamente sulla verità e l’amore. Ma ecco che tali relazioni sono sommamente difficili, giacché rari sono i santi, e anche quando ci sono, sono per lo più a senso unico, dato che sono i soli santi, gli altri no. E la stragrande maggioranza degli uomini, compresi i cristiani, sono ben lontani dall’esser diretti unicamente dalla verità e dall’amore. Essi fanno parte della natura col loro essere sensitivo, della natura con tutta la violenza e l’aggressività che essa comporta e, per giunta, sono più o meno schiavi del peccato, originale o attuale.

Gli apostoli della non-violenza, ovviamente, non ravvisano in questo un’obiezione assoluta. Non dice forse il Vangelo: « porgete l’altra guancia e non resistete ai cattivi? ». Soltanto credo, allora, che occorra aggiungere — come è stato detto, distinguendo il piano religioso dal piano politico — che, al livello dell’individuo o anche del piccolo gruppo votato alla perfezione, la non-violenza assoluta è sempre praticabile, anche se conduce all’insuccesso temporale e alla morte: il famoso rifiuto della spada, che conduce alla Croce, che fu quello di Cristo, con in più tutta l’irradiazione spirituale che emana dall’esempio e dal martirio. Ma non appena l’uomo, dal padre di famiglia fino al capo politico, assume una responsabilità nella Città, il problema non si pone più in termini così chiari. Vi hanno parlato della politica di Gandhi; ma Gandhi, all’epoca della non-violenza, che era gravida di violenza, come vi è stato detto, non fu mai sovrano ufficiale dell’India. Dopo, i successori di Gandhi sono stati costretti a ricorrere alla violenza: come — ve l’hanno detto — per la guerra del Bangla-Desch.

Ne risulta dunque che la violenza è condannabile nella misura in cui è un attentato alla libertà altrui. Ma immediatamente si affaccia una domanda: a che livello si pone questa libertà, e quale uso se ne fa? Il mal uso è del resto considerato da tutti i moralisti come un’alienazione della libertà: troppo spesso, infatti, si dimentica che la libertà non è un dato immutabile e definitivo, come assai spesso si presuppone, invece di cercare di conquistarla. La libertà, nell’uomo, è un abbozzo sempre perfettibile, sempre minacciato; è un cominciamento senza fine, un’elaborazione continua della materia per parte della forma; si sviluppa nell’ordine esistenziale mediante una tensione dialettica in cui la violenza ha sempre la sua parte. Ed evidentemente una non-violenza assoluta, in quel campo, non potrebbe se non metter capo al trionfo di tutti gli istinti di pigrizia e di anarchia, cioè alla rovina di ogni libertà reale. Onde risulta (volere o no, ciò si impone nel mondo della natura e nel mondo del peccato) – la necessità, la legittimità di talune forze in forma di violenza, al fine, da un lato, di migliorare l’individuo, e d’altra parte al fine di proteggere la società.

Cerchiamo di enumerarle, grosso modo: vi ripeto cose note, ma conviene ribadirle, tanto sono oggi obliate.

Vi è la violenza educatrice: quella che si esercita, per esempio, sul fanciullo che si educa. Non appena lo si educa, lo si obbliga a rinunciare a una parte della sua libertà di oggi per meglio assicurare la sua libertà di domani. È in certo qual modo un’operazione di investimento: si sacrifica qualcosa oggi, riportandola al domani. Oggidì lo si dimentica. Alain, che non era sospetto d’essere uomo di destra, diceva, parlando dell’educazione: « La cultura, comincia con una scocciatura ». Comincia col far fare a un fanciullo ciò che non ha voglia di fare. Ora si va negando questo genere di violenza. Questi fanciulli andrebbero a scuola la prima volta, se si chiedesse il loro parere? Come dice il moralista: « Tutto comincia con un rifiuto e finisce in liberalità ». Non è il moralista, è il poeta. Oppure, come ha detto un altro: « il sì comincia col no ». E quaggiù è esatto. Mentre oggi è proprio il contrario: i fanciulli sono piccoli iddii — esagero appena — che devono apprendere ogni cosa spontaneamente, di buon grado, e sarà meraviglioso! Per me, ci sto. So che certi vecchi metodi educativi erano un po’ avvilenti e un po’ tirannici; ma da essi passare all’eccesso opposto, è ridicolo. Perché mai l’umanità deve sempre passare da un eccesso a un altro? Perché non può andare se non dal fosso di destra a quello di sinistra, o viceversa, senza mai tenersi nel mezzo della strada?

A proposito della violenza educatrice, di cui stiamo parlando: io ho una figlia che è insegnante, alla quale un ispettore generale ha detto: « badate bene che il fanciullo non senta mai l’esasperante competenza del professore! ». Certo, si vede bene che cosa egli vuoi dire: che non bisogna affliggere gli alunni con l’esibizione indiscreta della propria superiorità; ma insomma, (come è accaduto ogni volta che ho dovuto imparare qualcosa da qualcuno) se per esempio dovessi imparare l’inglese dal mio vicino sarei lietissimo della sua competenza; e quando sono a bordo di un aereo la competenza del pilota mi rassicura ben più che non mi irriti! Il sullodato ispettore ha detto per giunta a mia figlia: « Il segreto della nuova educazione è che non ci sono imbecilli: ci sono soltanto fanciulli di cui non si sono sapute scoprire le risorse, o nei quali non si sono sapute suscitare le motivazioni sufficienti ». Può esser vero in parte: ci sono dei cattivi insegnanti; ma io consigliavo a mia figlia di rispondere: — Ebbene, poiché riconoscete che non arriviamo a suscitare quelle motivazioni ne a scoprire quelle qualità, rimane comunque un imbecille in questa classe di geni, ed è il professore!

In altri termini, l’intelligente a priori è colui che ignora e l’imbecille a priori è colui che sa. Allora sorge un altro problema: da che diploma o da che età in poi l’intelligente che ignora si tramuta in imbecille che sa? Invero, a cominciare da un dato momento, una parte di quegli alunni diventeranno professori, e in quel momento cozzeranno nelle stesse difficoltà: troveranno degli imbecilli. È il regno dell’egualitarismo. L’egualitarismo della rivoluzione francese si opponeva ai privilegi della nobiltà, in favore, del resto, di una promozione in cui operassero liberamente le disuguaglianze naturali; contro i nobili, che si erano dati soltanto il fastidio di nascere. La rivoluzione russa ortodossa ha distrutto un altro privilegio: quello della proprietà dei mezzi di produzione; solo che ha conservato il principio della selezione naturale, e nelle università russe lo si pratica con grande intensità: le selezioni sono rigorosissime.

E allora il « perché io no? » del villano di fronte ai nobile, del povero di fronte al ricco, diventa il « perché io no? » del cretino di fronte all’intelligente: non c’è motivo di fermarsi. Quello che si vorrebbe non è l’eguaglianza essenziale in partenza, bensì, al limite, l’eguaglianza delle posizioni lungo tutto il cammino! Si casca del tutto nel ridicolo,

Vi è egualmente la violenza repressiva, che è rappresentata dagli organismi di profilassi e di terapeutica sociale, per esempio la polizia e la giustizia penale, secondo il detto di Sant’Agostino; « la pena è l’ordine del delitto », bellissima sentenza. Tale violenza ha egualmente come funzione la rieducazione dei delinquenti. Oggigiorno la si nega assai; so quanto la giustizia penale poté essere atroce in certi tempi, ma anche qui si cade nell’eccesso opposto: ora, a priori, è il delinquente, che ha ragione; a priori è la polizia, che ha torto; a priori è il giudice, che è un aguzzino. Sempre da un eccesso all’altro. E se ci sono dei delinquenti, al limite — non al limite, anzi: lo si sente dire dappertutto — è colpa della gente onesta! Certo, c’è sempre qualcosa di vero, gli onesti non essendo perfetti, ma è comunque un po’ allarmante — ne riparleremo fra poco — vedere una società fare l’apologia quasi incondizionata di tutti gli elementi che la turbano.

Vi è un’ultima forma di violenza, che è ben legittima: la violenza difensiva, che consiste nel resistere all’aggressione o nel ribellarsi contro una nazione o una casta oppressiva. Vi è del pari la giusta guerra, o una rivoluzione provocata dalla tirannia. Del resto l’esistenza, in tempo di pace, di un potente esercito – potenziale permanente di violenza, che si chiama oggi forza deterrente – rientra in questa categoria. Mostrare la propria forza, per non doversene servire.

Va anche notato, ed è certamente l’aspetto più ironico della questione, che la propaganda pacifista e non-violenta si dispiega di preferenza nei paesi che, a costo di una forte organizzazione difensiva, o assai spesso in seguito a guerre vittoriose, hanno potuto conservare, con la propria indipendenza, quel minimo di liberalismo e di tolleranza che è necessario per la diffusione di qualsiasi dottrina. Bisogna essere forti per permetterselo. Permettendoselo, non si resta forti molto a lungo. La storia ci mostra d’altronde che i pacifisti più convinti, cominciando dai cristiani dopo la conversione di Costantino, non rifuggirono dall’uso dei mezzi violenti non appena partecipavano, da presso o da lontano, alle responsabilità del potere.

Torniamo alla questione politica di cui parlavamo dianzi.

La questione si riassume in questi termini: vi sono nell’uomo facoltà e tendenze che esigono un minimo di violenza. Da un lato il meccanismo della sensibilità, degli umori, che abbisognano di ammaestramento e di disciplina, e d’altro lato l’inclinazione verso il male, che va frenata e, al limite, estirpata. E agli individui, o alle collettività, che sono incapaci di esercitare quella violenza sopra sé stessi – cioè di guarirsi dall’interno – è legittimo, è anzi benefico imperla dall’esterno.

Ovviamente, in astratto, la posizione del cristiano si presenta ben chiara: differenza tra l’ordine spirituale e l’ordine politico. La violenza politica non è mai, per lui, questione di scelta: è la tolleranza di un minor male o un bene per accidens, come direbbe San Tomaso. Una tolleranza imposta dalla necessità, per la difesa dei valori umani e divini e in primo luogo della libertà, che risiede infinitamente oltre le zone burrascose della violenza. Dico meglio: è la ricerca del maggior bene possibile.
Luigi XIV, che forse non ha praticato integralmente tale morale, giacché morendo confessò di aver troppo amato la guerra, faceva incidere sui suoi cannoni il motto « ultima ratio regum », cioè: il supremo argomento dei re. Il supremo argomento, sì: l’argomento limite, al quale non si deve ricorrere se non quando tutti gli altri fallirono; giacché là dove non si può persuadere o almeno — se posso permettermi un bisticcio — dove non si può convincere, bisogna vincere, o si è perduti. Concetto riassunto in un verso ammirevole di Corneille, che dice: « La violenza è giusta ove dolcezza è vana ».

Un minimo, dunque, di violenza per un minimo di libertà: è il principio che si impone alla coscienza cristiana. Ma, ecco, questo minimo, come valutarlo in concreto? È una questione prudenziale, che naturalmente io non risolverò. Tale minimo è infinitamente elastico, secondo gli uomini, secondo i tempi, secondo i costumi, secondo le circostanze. In certi momenti, in certe circostanze, occorre un minimo quasi infinitesimo, come per l’educazione di un fanciullo molto ben dotato, che non occorre mai sculacciare, ma che fa ogni cosa per persuasione. Talvolta, quando invece si tratta di un bruto, quel minimo può diventare un massimo. Bisogna valutare i casi uno per uno; in politica si ha un’elasticità estrema. La Chiesa, in quanto magistero supremo e universale, non ci può dare in tale campo alcuna direttiva precisa e assoluta, eccetto forse nell’ordine politico, nel caso di una aggressione a tutta la cristianità da parte degli infedeli. Ma ciò è alquanto complicato e, comunque, che resta ora della cristianità?

Quanto ai membri della Chiesa, compresi i personaggi altissimi della gerarchia, la storia, nell’occasione d’ogni conflitto, è fitta d’esempi contraddittorii. In ogni guerra le autorità religiose – è più che evidente – augurano la vittoria della propria nazione. Non voglio rievocare cose alquanto penose, lo « Heil Hitler! »  del cardinale Hinnitz dopo l’Anschluss, dopo l’occupazione violenta dell’Austria, due anni dopo aver condannato Hitler e aver qualificato peccato grave l’adesione al nazionalsocialismo. Vero è che il peccato grave si era capovolto: era quello di non aderire al nazionalsocialismo nel momento in cui Hitler trionfava!

Occorre rammentare l’esempio – talvolta è opportuno farlo: ne viene un po’ di prudenza per il presente; in fondo il passato non mi interessa tanto, ma gli esempi del passato ci servono di guida per non cadere, nel presente, nei medesimi errori – ricordate, dunque, il gesto patriottico dei vescovi italiani, i quali tutti, come un sol uomo, vendettero la croce pettorale per aiutare, contro le Sanzioni iugulatorie del consesso ginevrino, la guerra d’Etiopia? Certo, sono esempi non molto piacevoli da ricordare e, d’altronde, a distanza di tempo la cosa sembra enorme; ma allora gli argomenti in favore di Mussolini non difettavano e non facevano altro che seguire le nazioni colonialiste che lo condannavano e che si erano tagliate una bella fetta della torta. Pressappoco come i ladri, che dicono: « D’ora in poi, non si ruba più… ». Egli arrivava soprattutto un po’ tardi, cioè all’alba della decolonizzazione, e il suo delitto si assommava ad un anacronismo. E l’anacronismo è tremendo, ben più dei delitti! L’anacronismo è cosa spaventosa. Non lo si accetta per niente! Si preferisce soffrire all’essere anacronistici! Guardate per esempio che cosa le donne sono capaci di soffrire per la moda… Vedete: non appena si parla di un caso di vaiolo rilevato in qualche posto, in qualche lontana provincia, la gente è colta dal panico e i vaccini diventano insufficienti; oppure se vaghe epidemie d’influenza si propagano, venendo più o meno da Hong-Kong o dall’Asia Minore, si esauriscono le scorte delle farmacie, mentre le probabilità di morire di quell’influenza sono pressappoco le stesse che di andar sulla luna. Esagero appena appena. Ma quando si tratta degli accidenti automobilistici… Ogniqualvolta saliamo su una automobile, corriamo un rischio di morte infinitamente maggiore di quello di morire del vaiolo scoppiato, per esempio, in Bretagna; ma non si ha più paura, perché, in fondo, morire in macchina è un morire dei giorni nostri!… Mentre morir di colera non è soltanto morire, ma morire stupidamente, come una volta: è una specie di morte medievale, sorpassata, anacronistica, all’antica…

Dopo questa parentesi, torniamo a Mussolini. Alla fine egli fu vinto, ciò che agevola singolarmente il condannarlo; ma altri tiranni gli succedettero, i quali hanno il vento della storia in poppa e coi quali la forza delle cose obbliga al contatto, al dialogo. Non si dovrebbe mai perder di vista la porzione di violenza implicita nella fondazione e nel funzionamento di ogni potere politico. In Francia, in ispecie, dalla Rivoluzione in poi; in Francia, nel paese che non vi parla d’altro che di libertà e di rivoluzioni fatte in nome della libertà, nessun cambiamento di regime ha avuto luogo liberamente. Tutti si sono effettuati con la violenza. Vedeteli l’uno dopo l’altro: la Rivoluzione francese, la presa della Bastiglia: non era un gioco! Non si faceva opera di persuasione… Come giunse al potere Napoleone, se non con la violenza, il 18 brumaio? Come ne scese, se non per una disfatta militare? Come ritornò, se non tornando dall’Elba alla testa di un esercito? Come ricadde, se non con la disfatta di Waterloo? E come cadde la monarchia alla Restaurazione, se non attraverso una rivoluzione? Le “tre gloriose giornate” (più o meno gloriose, del resto). Come soccombette la monarchia di luglio, se non con un’altra rivoluzione? Come prese il potere Luigi Napoleone, se non con un colpo di Stato? Come cadde, se non per effetto della guerra del ’70? E di una disfatta? E come si sfasciò la III Repubblica, se non con una disfatta? Come giunse al potere il generale De Gaulle, se non causa gli avvenimenti d’Algeria? E sotto la pressione di un’immensa paura, da cui l’Assemblea era stata colta?

Ciò dovrebbe incitare terribilmente gli uomini della Chiesa a limitare al minimo vitale – dico minimo vitale perché ce n’è pur bisogno – il potere ecclesiastico, in quanto inserito nel sociale. V’e pur bisogno di un minimo di relazioni, e di relazioni non troppo cattive, col potere politico; ma, infine, limitare il lealismo e la collaborazione al minimo vitale; cercare soprattutto di evitare quelle adesioni incondizionate, quelle lodi iperboliche, quelle attestazioni d’infeudamento che, pur tenendo conto delle clausole di stile, appaiono poi monumenti di ridicolo servilismo. Parlo di avvenimenti passati, ma potrei citarvene altrettanti d’oggi: con la sola differenza che non sono più gli stessi tiranni, ai quali ci si inchina, e forse questi valgono meno dei precedenti… Non dico moralmente: forse valgono meno nel senso che essi, per lo più e per il marxismo in ispecie, sono fondatori di religioni, e quando la religione aderisce ad essi troppo strettamente, non solo si prostituisce, ma si fa assorbire, non avendo più la risorsa, che può avere una prostituta, di disprezzare colui al quale si prostituisce. È quello che accade a volte, ad esempio nella scuola, con la penetrazione dell’insegnamento marxista all’interno del cattolicesimo.

Così stando le cose, è assai difficile trovare la fiaccola alla quale accendere la propria lanterna. Non ignoro a quali eccessi e a quali ipocrisie può condurre l’ammissione del principio della giusta violenza. È infatti miseria e grandezza dell’uomo il non poter abusare della forza se non invocando la giustizia: è prova della sua miseria, giacché egli prostituisce la giustizia; prova della sua grandezza l’aver egli tanto bisogno di lei, da non accontentarsi d’esercitare la nuda forza, ma di aver sempre bisogno di giustificarla davanti a un’istanza superiore. Il lupo non si contenta di mangiare l’agnello (il lupo è un uomo, ben inteso, giacché i lupi non cercano una giustificazione: ingoiano l’agnello e, dopo, hanno la coscienza a posto: sono fatti per questo! ); il lupo della favola, che è un uomo, non solo vuole mangiare l’agnello, ma vuole anche avere il diritto dalla sua! So bene, dunque, a quali ipocrisie può condurre l’ammissione del principio della giusta violenza. Ciò non toglie che, in talune circostanze, il rifiuto sistematico di un minimo di violenza conduce direttamente al regno della violenza assoluta. Come vi è anche stato detto: chi non sa lasciare la sua parte al fuoco rischia di restare interamente divorato dall’incendio. Un solo esempio, che gli esempi concreti sono interessantissimi: verso il 1934, quando Hitler si smascherò totalmente, cioè quando rioccupò la Renania, bisognava intervenire? Era un casus belli evidente, con la violazione del Trattato di Versaglia: l’operazione, del resto, sarebbe stata di semplice polizia, giacché egli non aveva ancora un esercito, e si era anche preparato a sparire. Bisognava intervenire, fare una guerra preventiva ( horrible dictu ) per schiacciare in germe l’espansione hitleriana? Retrospettivamente, la risposta è di una chiarezza abbagliante; ma simili evidenze non servono più a nulla, poiché, come diceva quel tale, « la storia non ripassa le portate »…

Quando si è fatta una sciocchezza, resta scritta per sempre. Ricordo di aver sostenuto questa idea verso il 1935, in un gruppo di democristiani, di pacifisti. Dissi loro: la guerra preventiva mi sembra che si imponga, dato che Hitler ha messo le carte in tavola. Basta leggere « Mein Kampf ». Suscitai le più violente proteste… E poi successe quel che successe… E mi ricordo anche di Simone Weil, che fu una grande anima, un grande spirito, e che evidentemente nel 1935 era fautrice della pace ad ogni costo e nel 1941 mi diceva — e Dio sa se era non-violenta, se era vicina a Gandhi, vicina al misticismo indiano — mi diceva: « Non espierò mai abbastanza il criminoso errore del pacifismo ». E infatti, che dura prova fu quella!

Senza contare che, a meno di una vocazione eroica, di cui tanto rari sono gli esempi, il pacifista belante (e ciò è del pari consono a quanto vi è stato detto da altri: sono felice di aver scritto e d’aver avuto le stesse idee, senza esserci accordati) — il pacifista belante, in virtù della gran legge orientale dello smarrimento dei contrari, si muta con estrema facilità in montone arrabbiato, non appena constata il fallimento temporale del suo ideale. Infatti, come ha scritto non so quale moralista, « ogni idolo è gravido dell’idolo opposto, e lo mette al mondo morendo »; e quello del pacifismo integrale non fa eccezione. Il nesso, del resto, è logico: il pacifista integrale, non appena sia costretto a prender le armi per un’ideale che egli giudica irrimediabilmente minacciato, non può fare se non una guerra santa. Ora di guerre sante ce n’è qualcuna ben legittima, quando si cerca veramente di estirpare il Dio di un popolo, o la sua fede; ma generalizzare le guerre sante… è cosa grave, ed è l’epoca nostra. Di qui procede la surrogazione modernissima delle guerre ideologiche, il cui principio stesso giustifica l’impiego di tutti i mezzi e di tutte le armi e gli orrori possibili: il subentrare di questa guerra ideologica, dico, alla guerra, necessariamente limitata nelle sue conseguenze, ispirata dagli appetiti e dagli interessi temporali. Gli interessi ed appetiti temporali, del resto, esistono sempre; solo che la guerra ideologica li copre, serve loro da alibi e da passaporto: ciò che li rende assolutamente inespiabili. È curioso constatare che per l’appunto nell’epoca in cui non si sente parlare che di coscienza universale ed in cui si condanna il principio stesso della giusta guerra, vediamo infierire la guerra totale nel senso fisico e morale del termine.

Anzitutto mobilitazione di ogni mezzo di distruzione, quindi intossicazione degli spiriti per mezzo della propaganda. E di fatto dal 1914 in qua, e grosso modo dal 1789, tutte le guerre tendono a travestirsi da crociate, tanto più inespiabili in quanto si fanno (ed è la grande astuzia dei tiranni moderni) in nome della cosiddetta volontà popolare. Dirò meglio: di coloro che vengono considerati “rappresentanti del popolo”.

Ora che il tiranno si presenta come guida del popolo, come il suo amante, la sua emanazione, che non opera se non per il di lui maggior bene, il popolo non ha assolutamente più nulla da dire… Una volta i re potevano venire considerati come tiranni; si poteva pensare che agissero nell’interesse proprio, contro quello del popolo. Ma il delegato del popolo, quando il carnefice è diventato il mandatario della vittima, il nemico del tiranno diventa automaticamente il nemico del popolo, e allora glielo si fa sentire, e tragiche sono le conseguenze: vedete quelle della Rivoluzione francese; vedete nel 1848 il generale Cavaignac, galantuomo, buon repubblicano, uno dei padri della Rivoluzione di Febbraio; ma quando, nel giugno, la Rivoluzione sarà diventata impossibile, al momento della rivolta operaia, vengono pur massacrati cinquemila operai: strage confessata dalle autorità ufficiali, ma i morti furono certamente di più. Il povero Cavaignac ne morì: aver consacrato tutta la propria vita alla Repubblica e sparare sui repubblicani, non è un piacere. Ciò faceva sospirare il vecchio Luigi Filippo nella sua residenza; il vecchio Luigi Filippo che, lui, non aveva fatto sparare durante le giornate di febbraio, sospirava: « Bisogna essere un repubblicano per sparare così sul popolo! ». Sicuro: bisogna essere il delegato del popolo! E guardate l’ipocrisia dei demagoghi; è sommamente significativo: ci amano! Ci amano tanto, che gli si può permettere ogni cosa. Tanto più che, in genere, essi hanno una visione meravigliosa dell’avvenire; e alla base c’è il mito del progresso, che rende tanto più spaventosa la violenza… Che importa? E’ l’ultima volta! La guerra del ’14, non lo dimentichiamo, veniva chiamata « l’ultima definitiva ». Dipoi, ha figliato. L’inno comunista canta: « È la lotta finale…». Sempre l’ultima! Quindi, per tremenda che sia, dopo avremo il paradiso, e il paradiso è così meraviglioso, che ci si può far inghiottire qualunque cosa: così arriviamo dal pacifismo alla più atroce delle guerre.

Celine, che io ammiro assai (anche se non posso raccomandarvene la lettura perpetua) ha accenti grandiosi; parlando di un certo ottimismo democratico e demagogico, esce in queste splendide parole: « Tutti gli assassini vedono l’avvenire tinto di rosa: è un elemento del mestiere ». Hitler ci prometteva un avvenire meraviglioso; Stalin anche lui; insomma, tutti i tiranni. Per un siffatto avvenire, per un domani così alto, si può ben accettare qualche smorfia di dolore nel presente… E per le grandi sere che si preparano, che importa se piove tutto il giorno? La sera sarà così radiosa!

C’è, dello stesso Celine, un passo straordinario sulla Rivoluzione francese, su quelli che fanno finta di amare il popolo, o che forse l’amano sinceramente, a quel modo che il lupo ama l’agnello: se lo godono. Questo passo di Celine è di stile un po’ forzato, ma è vero, è reale. E’ un uomo che parla al suo compagno, e gli dice:

« Ascoltatemi bene, e non lasciatelo più passare senza immedesimarvene, quel segno capitale di cui risplendono tutte le micidiali ipocrisie della nostra società, l’intenerirsi sulla sorte, sulla condizione del mito. Ve lo dico, cari omettini, coglioni della vita, battuti, tartassati, sudati d’ogni tempo; vi avverto: quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, vuoi dire che faranno di voi salsicce da battaglia. È il segno, infallibile. I filosofi, sono stati loro, che hanno incominciato col raccontare delle storie al buon popolo; lui, che non conosceva altro che il catechismo, si sono messi – così proclamarono – a educarlo. Ah, ne avevano, delle verità da rivelargli, e di belle! E non stracche! Brillavano, da restarne abbacinati. – Così è – cominciò a dire il buon popolo. È proprio così. Perfettamente. Moriamo tutti per questo. – Non chiede mai altro che di morire, il popolo. Così è. ‘Viva Diderot!’ hanno urlato; e poi: ‘Bravo Voltaire!’ Quelli, almeno, erano filosofi! Evviva anche Carnet, che organizza tanto bene le loro storie! Evviva tutti quanti! Ecco, almeno, dei compari che non lo lasciano crepare, il popolo, nell’ignoranza e nel feticismo. Gli mostrano le vie della libertà: lo emancipano. Non si è perso tempo. Che ognuno, anzitutto, sappia leggere i giornali. È la salvezza. Alla svelta. Niente più illetterati. Non ne vogliamo più! Tutti soldati cittadini, che votano, che leggono, che combattono, e marciano, e mandano baci. Con quel regime, fu presto maturo, il buon popolo. Allora, perbacco, l’entusiasmo d’essere liberato deve pur servire a qualcosa! Danton non per nulla era eloquente. Con qualche strillata così indovinata che si sente ancora, ve l’ha mobilitato in quattro e quattr’otto, il buon popolo! ».

Ebbene, purtroppo è così, è proprio così: si comincia sempre con l’amore (o pseudo-amore).

Vedete dunque come si pone la questione, in generale. Se permettete, cerchiamo di riepilogare.

Per talune filosofie, derivate da Eraclito – grosso modo, la filosofia di Hegel, di Marx, di Nietzsche in ispecie (nel Nietzsche sotto un angolo diverso e certamente più elevato) – la violenza risponde ad una necessità ontologica, e l’uso di essa non pone alcuna questione di principio.

Per il pacifista integrale essa è una forma dell’errore e del male, che può e deve essere totalmente eliminata.

Nella prospettiva cristiana — che, credo, sta sullo spartiacque tra codesti due opposti errori — la violenza rappresenta una necessità di fatto, dovuta all’imperfezione della nostra natura e alla presenza molto virulenta del peccato in noi; una necessità di fatto che va ridotta al minimo indispensabile per evitare un maggior male.

Evidentemente quest’ultimo atteggiamento, come tutti quelli che seguono non già la giusta media – la quale non è che una miscela – ma lo spartiacque fra due opposti errori, quest’ultimo atteggiamento è di gran lunga il meno comodo. È molto meno comodo fare una dosatura, che scegliere nettamente l’uno o l’altro. L’uomo, lui, è collocato alla confluenza di due mondi; è sempre in equilibrio instabile fra le dure esigenze della vita temporale e l’appello di una purezza divina e perciò non realizzabile totalmente quaggiù. In tale prospettiva egli non si rassegna alla violenza se non quando essa contribuisca alla sopravvivenza e all’espandersi di quelle città carnali che – come dice Péguy – sono il corpo della Città di Dio. Anche lui, Péguy, approvò la violenza, morendo nella guerra del 1914, la quale del resto non servì a un gran che. Ma questo è un altro problema. Gli eroi restano eroi, sotto ogni bandiera.

Un cristiano, dunque, non confonde la cattedrale col bastione, ma sa che, se in una città non c’è il bastione – come diceva Maurras -, la cattedrale non si regge a lungo. Santa Sofia, a Bisanzio, non rimase tempio cristiano quando i bastioni di Costantinopoli cedettero: non lo dimentichiamo. Quaggiù è sempre il più solido, e in parte il più basso, quello che garantisce l’esistenza – non dico la purezza, ma l’esistenza di ciò che è più alto. Non bisogna dimenticarlo. È la grande legge enunciata da Augusto Comte – che non mi piace molto, ma che è di grande portata. Augusto Comte dice che non si comprende nulla della vita e di questo mondo se non si è consapevoli della subordinazione esistenziale (non « essenziale ») dell’ordine superiore all’ordine inferiore, della subordinazione delle più sottili realtà alle realtà più grossolane. A che punto la nostra anima dipende dal corpo… Basta un semplice mal di capo, o un’arteriuzza che scoppia, per sopprimere il genio di un Pascal. E tutto il genio di questo mondo non farà più elastica l’arteriuzza difettosa. L’inverso non vale: ecco perché dobbiamo vigilare intensamente sui valori materiali, non per materialismo ma nella misura in cui essi sono il sostegno necessario, la condizione assoluta, in quanto condizione e non già in quanto causa, delle realtà spirituali. Ciò è sommamente importante. Come dice un tale, che forse vi ho già citato: « La rosa ha sempre bisogno di letame, ma il letame può benissimo fare a meno della rosa ». Lo vediamo ogni giorno. Sorvegliamo dunque il letame, non già per tuffarci in esso, ma per amore della rosa. E quando dico letame non parlo di qualcosa di disgustoso: parlo di tutti i valori temporali, di tutti i valori inferiori, che sono lo zoccolo esistenziale dei valori superiori. Ci vuole molta abnegazione, quando si crede nei valori superiori. È un lavoro durissimo, una disciplina durissima, ma che è implicita nella condizione umana.

E ci vuole appunto una coscienza sempre desta, sempre operosa, che si adegui continuamente alle circostanze, non già per sposarle servilmente ma per dominarle allo scopo di trasformarle. Non è cosa da nulla. Bisogna essere del proprio tempo: non nel senso in cui lo si dice oggi stupidamente, nel senso di sposare tutte le sciocchezze del proprio tempo, ma essere presenti a tutto ciò che questo ha di buono, come a ciò che ha di cattivo, e in ispecie esser presenti ai mali come il medico è presente alla malattia, non per approvarla, ma per guarirla. Tutti i grandi spiriti, del resto, appartennero al loro tempo, più che non si creda; parlarono la lingua del loro tempo ed ebbero tutti una maniera tipica di quel tempo nell’estraniarsene.

Nessuna strada è segnata in anticipo quaggiù; solo la meta è fissa. Ciò posto, non sarà forse superfluo aggiungere alcune considerazioni assai attuali, che possono servire da punto di riferimento o, in altri casi, da parapetto nell’elaborazione di una dottrina cristiana: dottrina, lo ripeto, concreta, esistenziale (giacché la dottrina di prospettiva universale è bell’e trovata, come ho cercato di esporvi; un minimo di violenza per un massimo di libertà); di una dottrina pratica circa l’uso o il rifiuto della violenza.

In primo luogo, ritengo che occorra tenere in bilico la bilancia fra tutte le forme di abuso della forza o del potere, da qualunque parte vengano questi abusi, si tratti di una persona, di un gruppo, di una classe sociale, di un partito politico, di una razza, di una nazione, di uno Stato; qualunque aspetto rivesta tale abuso della violenza: aspetto fisico, la forma della spada, o aspetto morale quando si tratti dell’oppressione psicologica.

Noi tutti, anche i cristiani, siamo tentati, siamo più o meno propensi, causa una certa “pesantezza” che è in noi, a ritenere trascurabili o scusabili le violenze che vanno nel senso delle nostre convinzioni, e criminose quelle esplicate dal campo avversario. Credo che sia bene vigilare in primo luogo su ciò. È cosa capitale. Tenere, cioè, in equilibrio la bilancia e vedere anche a qual fine si usi la violenza. Non dimenticare mai, d’altronde, il polimorfismo del male. Dice un proverbio italiano che il lupo perde il pelo, ma non il vizio: è ben vero. Non dimenticare (ve lo hanno egualmente detto, o almeno suggerito) che la violenza, scacciata da un campo, vi ritorna sotto altra forma e a un altro livello. C’è una terribile permanenza del male quaggiù; ciò fa sì che non possiamo mai disarmare. Il male è un po’ come un liquido, come un corpo qualsiasi, che si presenta ora in una forma liquida, ora in una forma solida, ora in una forma gassosa; ma, rimosso da un dato aspetto, da una certa dimensione, lo ritroviamo in un’altra. Ed ogni epoca, non lo dimentichiamo, ha le sue assuefazioni o le sue allergie a questa o quella forma di violenza.

Oggi – aiutati largamente in questo senso dalla mitologia del progresso – siamo propensi a condannare senza appello le forme di violenza che sembrano appartenere al passato e che il moto della storia sembra elimini progressivamente: la schiavitù, le guerre dichiarate (benché, a dire il vero, esistano ancora) ; ma ben presto la guerra si vergognerà di sé stessa, e l’universo diventerà il campo di un’immensa guerriglia piuttosto che di guerre aperte, confessate. La guerra, la si vuoi fare sì, ma non la si vuol più confessare: siamo allergici. C’è in questo un’ipocrisia gigantesca. Non c’è più dichiarazione di guerra; la si fa, ma senza pronunciarne il nome: sono operazioni di pacificazione, di liberazione. Si potrebbe dir ciò, e pensare che la guerra ne è lo strumento; no. Allora noi siamo allergici alla schiavitù, alla guerra, alla tortura (che si pratica sempre, e in una forma ipocrita), al colonialismo, a un certo aspetto del capitalismo, capitalismo in via di estinzione, perché nel capitalismo attuale ciò che esso ha di cattivo dipende dal grado in cui è vincolato allo statalismo. Ma d’altronde noi restiamo assai meno lucidi di fronte ad altre manifestazioni della violenza, che rendono derisoria l’asserzione di quel progresso. E qui sovrabbondano gli esempi, innumerevoli. Si è forse soppressa la schiavitù, ma guardate tutti i paesi che restano schiavi; e, d’altra parte, là dove non ci sono più schiavi, alla schiavitù civica subentra a poco a poco una schiavitù morale, la cui diffusa violenza è imponderabile e immensa e non viene nemmeno sentita come tale: è quella sorta di schiavitù di cui parla Tacito, la quale degrada gli uomini fino al punto di farsi amare da essi. La schiavitù d’opinione, imposta dalle propagande, è qualcosa di spaventoso: lo constatiamo ogni momento.

Quanto agli istinti aggressivi, essi hanno trovato altri sbocchi all’infuori della guerra militare: in ispecie i conflitti sociali, la crudeltà mentale nell’ordine individuale, la rivoluzione endemica. Forse gli uomini picchiano meno di una volta le loro mogli, e le mogli i mariti, ma infine l’espressione « crudeltà mentale » non fu inventata in altri tempi. Si può esser feroci senza gesti di collera. Certe forme di violenza ne sostituiscono altre. Cito solo per esempio le stragi automobilistiche, che fanno annualmente più vittime di una guerra del medioevo; ebbene, è una specie di alienazione, una specie di violenza che si esercita inconsapevolmente, imprudentemente, e che è gravissima. Non parliamo poi delle droghe, dei metodi polizieschi, del lavaggio dei cervelli, della maniera con cui si trattano gli individui refrattari al regime in taluni paesi. Non è ciò altrettanto contrario alla dignità umana quanto le pene di altri tempi?

Se tali forme di violenza hanno oggi il vento in poppa, ciò non cambia nulla della sostanza delle cose, giacché il successo non è affatto un’assoluzione; il fatto compiuto non è il bene. L’osserviamo specialmente in ciò che riguarda le mode, nella cultura d’oggi. Non è forse una forma spaventosa di violenza, quel coltivare gli appetiti più bassi, come fanno la stampa, il cinema, la televisione? La violenza esercitata internamente, sull’anima; direi che c’è oggi una sorta di trilogia, la quale si manifesta in tale violenza endemica e diffusa: da una parte la dittatura della stupidità (innumerevoli sono le sciocchezze che ci vengono a raccontare: tipica, la cosiddetta “stampa del cuore”), e d’altra parte il sudiciume e, ancora, l’orrore. Guardate quanta letteratura dell’orrendo, quanti film di orrore; una sorta di sadismo alla portata di tutti, senza pericoli, che ci penetra, in questa civiltà dell’immagine: tutto quel carognume immaginario che si offre agli avvoltoi impagliati. Come ho detto altre volte, è l’orrore in pantofole, la veglia familiare del sadismo. Lo si vede dappertutto: basta trovarsi in un cinema o davanti a uno schermo della televisione. Il marchese di Sade, lui, aveva almeno pagato il prezzo delle sue follie; ma ora i nostri intellettuali, che ne fanno un semidio, non hanno nessuna voglia di passare trent’anni in prigione! Vedete bene quanto può esserci di miserabile, in tutto ciò, e quanto male sparge dovunque. Per esempio la maniera di denigrare l’esercito e la vocazione militare con tutto quanto essa implica di sacrifici e di abnegazione, di magnanimità, nell’ora in cui l’intossicazione delle menti infierisce con tale intensità: è in certo qual modo la violenza indolore ma corruttrice, che si ribella alla violenza che fa male. È il veleno che protesta contro la spada. Bella figura, che facciamo oggi! Diceva Victor Hugo, parlando di certi giornalisti che non volevano battersi in duello: « E questi avvelenatori hanno paura di essere assassini! ». Ciò vale per molti degli odierni non-violenti.

C’è anche il fatto di una società che esercita la violenza a profitto della sua autodistruzione, e la violenza che si manifesta come pressione sociale. Quanto ai criminali (ai quali alludevo dianzi), come diceva non so più chi, ora le lacrime sono riservate a coloro che le fanno versare. In altri termini, sono sempre i criminali, che hanno ragione in qualsiasi caso; è sempre il giudice, che ha torto, o la polizia. So bene che la polizia non è fatta di santarelli – i santi non farebbero il mestiere di poliziotti – ma come vivere senza una polizia? E nemmeno tutti i giudici sono dei santi, ma come vivere senza giudici? Io ho veduto cose atroci, ho veduto un disgraziato giudice – per citare un esempio fra mille di quella pressione sociale, di quella violenza che sì esercita sugli umani – un disgraziato giudice istruttore, che aveva istruito non so quale caso di avvelenamento, si è vista compromessa la carriera perché, a quanto pare, aveva esercitato una sorta di tortura morale sull’imputata, che aveva cura della sua cugina; ella era l’amante del marito, curava la cugina, era la sola persona che la curasse, la sola che avesse interesse in quel delitto. L’altra morì avvelenata; si trovarono tracce di veleno che provavano con evidenza l’avvelenamento. L’imputata, incalzata dal giudice, confessò, diede tutti i particolari, che apparivano assolutamente chiari; dopodiché ritrattò. E fu assolta. Il giudice era sconfortato; mi diceva: « Può darsi che io abbia insistito; ma un giudice istruttore, che volete che faccia? I criminali lo chiamano ‘il curioso’, ma, insomma, egli è curioso per definizione ». Mi diceva ancora: « In ogni caso, in avvenire, voi potete uccidere vostro padre, vostra madre, il vostro fratello, fare qualunque cosa; quando sarete convocato nel mio ufficio, io vi riceverò con urbanità, e dopo un lieve inchino vi dirò, col più soave dei sorrisi: “Signore, avete voi ucciso il padre, la madre, il fratello? Voi mi risponderete: No, signore. E io vi dirò: Perdonatemi, signore, di avervi sospettato. Arrivederla, signore ».

Io non approvo la tortura fisica, né la tortura morale; ma, infine, vi è un giusto mezzo, e questo viene ora oltrepassato dal lato della violenza, in tutti i campi. Quanto all’attualità, per quel disgraziato che è stato ucciso da una guardia a Parigi, la violenza dell’opinione è terribile. Non si dice che era una squadra che sopraggiungeva munita di sbarre di ferro; so bene che la morte era certamente una pena eccessiva, ma infine una guardia può anche perder la testa. Ho letto dei manifesti in cui gli operai ora dicono: non lavoreremo con le pistole puntate alle spalle. Come se gli operai francesi lavorassero con le browning puntate su di loro! Vedete bene la forza e la violenza dell’opinione, vedete la tirannia delle mode in tutti i campi, la violenza che agisce come un elemento distruttore della società. In ispecie nell’orbita sessuale: questa sorta di rovesciamento dell’opinione in certi ambienti, che fa sì che la pressione sociale agisca alla rovescia degli interessi e delle esigenze di una vera società, per una società in preda all’autodistruzione. La nuova morale sessuale, l’anti-morale! C’è da morir dal ridere. Quante volte ho sentito dire da qualche ragazza: « È vero che, se una è vergine a vent’anni, diventa nevrotica? » E arrivano ad abbandonarsi a certi atti non già perché ne abbiano voglia, disgraziate (che sarebbe ancora un’attenuante), ma semplicemente per obbedire agli imperativi della nuova morale!…

Ho sentito, ultimamente, due ragazzetti che discutevano tra di loro. L’una aspettava un bimbo e non lo voleva sopprimere (questo mi sembra giusto); l’altra le diceva: — Sei stata una stupida a non prender la pillola, e ora sei una stupida a tenerti il tuo bimbo. — La prima si sentiva un po’ fuori della società, come una povera ragazza-madre si sarebbe potuta sentire in altri tempi. È la stessa situazione; ed è tanto più grave, questa pressione sociale irrazionale — vorrei mettere sull’avviso i giovani che vivono in simili ambienti — perché una volta, quando si trattava di quel famoso peccato della carne, per così dire, la società era severa verso chi si prendeva certe libertà, lo trattava da scostumato, da birbante, da canaglia e talvolta da strumento del diavolo; ma infine non è poi tanto umiliante d’esser trattato così, e spesso costoro venivano segretamente invidiati perché avevano la faccia tosta di fare quello che gli altri desideravano fare, ma senza osarlo. C’è il Don Giovanni del Rostand, che dice: « Vedi con che occhio scintillante mi detesta la virtù ». Non è sempre falso. Come ho detto spesso, mi sembra, in codesta storia il furore di esser giudice si nutre del dispetto di non essere stato complice. Anche La Rochefoucauld lo ha affermato, dicendo che i vecchi non danno i loro buoni consigli se non per consolarsi di non esser più in grado di dare dei cattivi esempi. In tali casi, si era segretamente ammirati: il peccatore era prestigioso, pagava il suo scotto, sfidava la società; ora, invece, all’opposto, non si dice « sei una canaglia, un birbante », ma si dice « sei uno scemo, un inibito, un complessato, un imbecille ». Ebbene, si preferisce passare per canaglia, piuttosto che per imbecille! Tutti preferiscono destare invidia anziché pietà. È una pressione sociale molto insidiosa, molto grave e molto umiliante, quella che opera in questo campo. Questo capovolgimento di valori, non dico che sia generale, non dico che ci sia dappertutto (ritengo che non esista in nessuna delle famiglie che hanno qui i loro rappresentanti, ma vi assicuro che è abbastanza diffuso); se, dunque, questo capovolgimento di valori distrugge la società, non è certo compiuto per obbedire alla società.

Venendo alla conclusione, credo sia opportuno non dimenticare anche, quando vi fanno una certa propaganda in pro della non-violenza come se fosse un prolungamento del Vangelo, che essa può venire oltrepassata sia dal basso, sia dall’alto, e che la non-violenza può essere la maschera della viltà, della debolezza, del rifiuto del cimento, del rifiuto della purificazione, oppure l’ipocrisia di coloro che vogliono favorire uno dei due campi predicando la non-violenza all’uno di essi ed essendo invece estremamente benevoli verso le violenze dell’altro, alle quali partecipano nell’intimo. Lo vediamo dappertutto; certe rivolte vengono approvate da molti non-violenti. Evidentemente essi le biasimano, ma a fior di labbro, mentre la minima violenza esercitata in funzione della conservazione della società e dell’ordine viene condannata immediatamente come un delitto.

Gandhi stesso, del resto, diceva che, se non vi fosse altra scelta che fra la violenza e la viltà, egli non avrebbe esitato a consigliare la violenza.

Abbiamo così il rifiuto del cimento, il rifiuto della purificazione, la ricerca della facilità, assai spesso, in certe non-violenze di un popolo che batte in ritirata. Non so quale gran signore inglese disse: « meglio il comunismo, che la morte »; a questo punto, è chiaro, tutto è perduto. In Russia, invece, ve Io figurate qualcuno permettersi di far propaganda dicendo « piuttosto il capitalismo, che la morte »? È immaginabile? Si vede subito e chiaramente come opera la non-violenza.

Non dimentichiamo neppure un certo mito del benessere. Benessere è una parola tremenda: sono due parole, che forse stridono un poco al trovarsi abbinate giacché, in una certa idolatria del ben-essere, non c’è bene e non c’è molto essere. Non si pratica il bene, e l’essere cala di qualità.

Io credo che la vita umana sarà sempre una lotta; che le virtù guerriere avranno sempre una funzione, giacché il male avrà sempre nuovi volti e nuove maschere. E tante più maschere, in quanto una certa mentalità ipocrita gli vieta sempre più di manifestarsi a viso aperto. Vi sarà sempre un certo impiego per la buona violenza al servizio della forza e della verità.

Non dimentichiamo neppure la menomazione dell’uomo per mezzo della falsa pace. A che potrebbe condurre una sorta di pace della palude? Un ristagno in questa società del consumismo? Io non sono per nulla contro il consumo, ma sono molto contro il consumo imbecille in cui, per l’uomo, l’ideale si limita al consumo. L’uomo che sostituisce la Trinità, come diceva un umorista, con la trilogia: auto-televisione-vacanze. Ed è vero, purtroppo, per tanta gente.

Non dimentichiamo neppure che ogni facilità esterna, che non crea un’esigenza interiore, degrada l’uomo. La conclusione è che il problema della violenza, o della non-violenza, non può venire trattato isolatamente. È un problema che dipende sempre da un contesto psicologico, sociale, politico, religioso.

Non dimentichiamo nemmeno che tutti i peccati, anche nelle forme in apparenza più tenui, più lievi, restano violenze fatte all’uomo e a Dio nell’uomo. Dato che tutto dipende da tale contesto, bisogna lavorare a modificarlo col contatto umano, con la carità, con felici istituzioni. Bisogna lavorare a modificare la società in maniera che il ricorrere alla violenza, in qualsiasi forma (fisica o morale) sia sempre meno indispensabile. E perciò modificare anzitutto questo clima in noi stessi, giacché occorre cominciare dall’individuo, distruggendo il più possibile le radici, evidenti o segrete, della violenza. E poi, a cominciare da noi stessi, tale clima potrà diffondersi nella vita. Ma non ci facciamo neppure illusioni! Aver molto coraggio e nessuna illusione. È difficile esser coraggiosi quando si è lucidi; ma, quando non si è lucidi, non si resta a lungo coraggiosi, ci si perde presto d’animo.

Non ci facciamo illusioni. Finché il male esisterà, il bene non potrà mai difendersi senza un minimo di violenza.

Ancora una volta, è una situazione ambigua, incomoda: come la condizione umana, quella tremenda condizione umana in cui ogni azione temporale, ogni azione politica, in ispecie, porta a negare parzialmente – dico parzialmente e non totalmente, che sarebbe la fine di tutto – nell’ordine dei mezzi, ciò che affermiamo nell’ordine dei fini. Per noialtri cristiani, l’ordine dei fini è la Città divina, la Città di Dio; e la violenza nega la libertà assoluta, la nega nell’ordine dei mezzi, ma per attuare tuttavia il fine, quanto meno male sia possibile. Tale è l’ambiguità della condizione umana, tale la tragicità della nostra condizione. E la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, è irrealizzabile integralmente in questo mondo. Ciò nonostante, quella visione del mondo ideale deve egualmente restare la guida, la stella polare che deve dirigere il nostro cammino, anche quando sembriamo volgerle le spalle, cioè quando la forza delle cose (dico bene: la forza delle cose; dico bene: le cose, giacché il peccato trasforma in certo qual modo l’essere in una cosa, la « reifica », come dicono i filosofi, sopprime la sua libertà) – quando la forza delle cose ci costringe alla violenza. Noi andiamo infatti verso l’eternità per le vie del tempo, e il fine non dispensa dai meandri e dalle incertezze del cammino., Non si colgono le stelle sulle strade terrestri. Ma non è questa una ragione per dimenticarci di guardarle; non è una ragione per non camminare verso di esse. Solo che non bisogna confondere la strada con la mèta; non bisogna collocare la meta nella strada, se no questa rimane senz’altro senza sbocco.

Concludiamo con un detto di Simone Weil, che è tanto bello e si applica ai cristiani. Quando Cristo ci dice: « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste », egli sa benissimo che ciò non sarà mai per la totalità degli umani e forse neanche per alcun santo quaggiù, giacché, se raccogliamo la testimonianza dei santi, nessuno si crede perfetto. Dio solo è buono, come dice Cristo, ma bisogna tendere ad esso.
La parola di Simone Weil è ammirevole, quando ella ci dice che dobbiamo tener sempre fissa la nostra attenzione sull’impossibile bene puro, senza velarci con alcuna menzogna né l’attrattiva né l’impossibilità del puro bene.
Pensiero che trovo ammirevole, perché tanta gente stende un velo sull’attrattiva del bene puro, della Città ideale, vivendo in tutta tranquillità nella palude, senza più occuparsi dell’ideale.
Oppure c’è chi non ne vede l’impossibilità e pretende di realizzare il paradiso in terra, a breve scadenza: è il tipo di una certa mentalità rivoluzionaria. Ciò diventa la catastrofe assoluta, perché a questo punto – come è stato detto – la società diventa un inferno in quella misura in cui se ne vuol fare un paradiso.

Bisogna tenere fisso lo sguardo su questa cosa non realizzabile quaggiù nella sua pienezza, nella sua assoluta purezza, ma che dobbiamo nondimeno perseguire continuamente, con la maggior vigilanza possibile. Tale è il destino dell’uomo. E nel mondo superiore (il regno di Cristo non è di questo mondo) avremo tale perfezione: l’impossibile diventerà evidente. È questa combinazione, che deve caratterizzare la coscienza cristiana e la condotta del cristiano. Altrimenti si vive nella mediocrità e non si è veramente uomini, né veramente cristiani.

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