Gli animali e noi

gth_animauxdi Gustave Thibon

(« Studi Cattolici », n. 297, novembre 1980, pp. 749-750)

L’inchiesta sulla vivisezione con­dotta qualche tempo fa da un importante giornale francese ha ottenuto una notevole maggioranza di risposte contrarie. Non intendo soffermarmi su una que­stione che è stata dibattuta sot­to ogni aspetto e che, d’altra par­te, è soltanto uno dei coefficien­ti del grande problema: dove hanno termine i diritti e dove iniziano i doveri degli uomini verso gli animali?

I diritti? Per quanto si vada in­dietro nella storia, eccezion fat­ta per alcuni animali sacri, l’uo­mo se li è sempre aggiudicati sen­za riserve o scrupoli e non solo per appagare i propri bisogni vi­tali (alimentazione, abbigliamen­to, sfruttamento dell’energia animale ecc.), ma anche per gusta­re i piaceri più artificiali e più inutili come le raffinatezze gastronomiche o dell’abbiglia­mento che comportano sevizie inflitte agli animali (quali il rim­pinzare le oche, il far abortire le pecore), come gli spettacoli crudeli (le corse dei tori o la lotta dei galli).
Poniamo la questione nei suoi precisi termini. L’uomo fa parte di un mondo di animali la cui sussistenza ed equilibrio sono ba­sati su un incessante intreccio di stragi. Come dice il poeta: « L’agnello mangia l’erba, il lupo mangia l’agnello / Il medesi­mo essere diventa a turno vitti­ma e carnefice, / E per il mo­scerino la rondine diventa av­voltoio… ».

Si tratta di una legge naturale e non di un diritto o, per essere aderenti alla parola, il diritto di uccidere equivale alla necessità di sopravvivere. In questo sen­so, l’uomo ha il diritto (imposto dalla necessità) di porre gli animali al proprio servizio, di pro­teggersi da  coloro che possono nuocergli, in una parola di uti­lizzare più che può la natura, non solo per la sopravvivenza biologica ma anche per i biso­gni della civilizzazione.

Il potere dell’uomo

Ma ne ha tutti i diritti? Il pote­re che l’animale esercita sui suoi simili è rigorosamente limitato e programmato una volta per sempre dalla natura; il potere del­l’uomo, invece, non ha pratica­mente limiti, nella sua capacità inventiva. Noi abbiamo il pote­re di sottomettere o di maltratta­re la maggior parte degli animali e perfino (in parte già lo si è fat­to) di distruggere le specie. Ma è lecito pervenire al limite di questo potere? La risposta è recisa: no.

« … Le bestie, le cui anime sono intessute di sogno e di stupore », dice ancora il poeta. È evidente che noi abbiamo abusato di que­sto stupore per trasformare il sogno in un incubo. Un abuso di potere tanto più disgustoso quan­to più facile e senza rischi, dal momento che l’incoscienza degli animali – questa incoscienza che è anche innocenza – li con­segna impietosamente alle crude­li iniziative degli uomini. Noi abbiamo dei diritti assoluti sol­tanto sulle cose. In un eccesso di malumore, io posso schiacciare il mio orologio sotto i piedi: azione stupida e contro il mio interesse, ma non tocco un essere che sente e soffre. Non l’abbiamo creato noi l’animale: esso fa parte come noi della creazio­ne, e la consapevolezza di questa solidarietà cosmica ci ispira il dovere di rispettare la sua na­tura e di non infliggergli sofferen­ze inutili o di dubbia utilità.

La fondazione relativamente re­cente della Società protettrice de­gli animali e le leggi da essa ispirate, l’istituzione di riserve per animali e i tanti movimenti d’opinione a favore dei “diritti dell’animale”, intesi a limitare quelli degli uomini, rappresenta­no già un reale progresso in que­sto senso. Ma anche qui come dappertutto, per via della triste legge della “elisione dei contrari”, si passa troppo facilmente da un eccesso all’altro, si finisce cioè in una affettazione di senti­mento che concede all’animale un’attenzione e cure che all’uo­mo si rifiutano. Ci si indigna giu­stamente dinanzi all’ubriacone che scarica il suo complesso di uomo fallito e di colpa infieren­do su un cane innocente e indi­feso, oppure alla visione di que­gli altri cani abbandonati per le strade o buttati in un fiume quan­do si deve partire per le vacan­ze. Ma che dire del “cocco di mamma” rimpinzato di cibo scelto e vezzeggiato dall’alba al tramonto come se al mondo non ci fosse che lui?

Si vogliono esempi? Entro in una macelleria dove mi hanno preceduto due clienti, entrambe abbastanza avanti con gli anni. La prima, elegantemente vestita, sfoggia quell’aspetto imbellettato di bambola tipico delle donne che si rifiutano d’invecchiare e si porta dietro una specie di mostriciattolo (di cane). « Vorrei del fegato di vitello molto buono per questo mio caro: quello della settimana scorsa, non l’ha proprio gradito », affer­ma rivolta al macellaio. Dopo aver ricevuto la merce e averla pagata profumatamente, tocca alla seconda donna, assai povera mente vestita che, con la voce sommessa della gente di umile condizione, chiede “un bel pezzo, non troppo caro”. Con gran­de sforzo sono riuscito a raf­freddare la voglia furiosa di in­giuriare la “mammetta” e di da re una pedata al suo cagnolo.

C’è di peggio. Si era nel 1934. Avevo cercato di moderare l’entusiasmo di un amico tedesco per l’ideologia hitleriana, allora in piena espansione. Per giusti­ficare la sua adesione al nazismo, mi spiegò che il Führer era un uomo di gran cuore e come prova mi addusse una recente legge che proibiva la vivisezione. Hitler fu davvero sempre molto tenero verso gli animali, ma ciò non gli impedì più tardi di pro­muovere la vivisezione degli es­seri umani. « Cuore coriaceo e trippa delicata », come diceva Bernanos.

E non parliamo delle concezioni del tutto utopistiche di certa gen­te illuminata, più naturista della stessa natura, che giudica un delitto uccidere un animale e mangiarne la carne. « L’uomo può vivere nutrendosi soltanto di verdura, frutta, latte e formaggio », mi assicurava un vegetariano fanatico; perché allora non sarà possibile lasciar crescere e vivere in pace tutti gli animali? ». Al che risposi: « Se ac­cettate il latte e i suoi prodotti,­ giustificate nel contempo l’allevamento degli animali che lo producono. Ora, dato che tra questi ultimi nascono pressapoco tanti maschi quante femmine, a­vrete delle mandrie in cui i tori saranno numerosi come le vac­che, i becchi come le capre, i montoni come le pecore. È mai possibile? ».

Non si tratta di sognare l’impos­sibile, ma di trovare un equi­librio tra l’indifferenza e la sen­sibilità esagerata, tra la durezza della natura selvaggia e la dolcezza dell’uomo incivilito, tra il concepire l’animale come materia bruta su cui infierire senza scrupolo e il trattarlo come gio­cattolo di lusso, bimbo viziato o idolo. Ci è stato detto e ripetuto che l’uomo è il re della creazione. Un re che non regna sui pro­pri simili, ma che tuttavia ha dei doveri verso i suoi inferiori e che deve evitare il più possibile di diventare un cieco tiranno e un carnefice crudele. Il riconosci­mento dei diritti dell’animale appare un imperativo tanto più ge­neroso in quanto proviene soltan­to dall’uomo. E anche in quanto le bestie – e qui parlo degli animali superiori, non già degli insetti, né tanto meno dei microrganismi le cui capacita di resistenza e di rivalsa restano in gran parte imprevedibili – han­no delle difese irrisorie contro la forza e l’astuzia umane: non ri­vendicano alcun diritto, non si coalizzano in leghe, né in sinda­cati, né in gruppi di pressione al fine di contrapporre potere a po­tere; infine, non faranno.mai una rivoluzione per spodestare il lo­ro tiranno.

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