Autorità e libertà

convegnofondazionevolpedi Gustave Thibon

(Intervento al Primo Incontro Romano della Fondazione Gioacchino Volpe svoltosi a Roma (9-11 aprile 1973) sul tema « L’autorità quale garanzia di libertà», in Autorità e libertà, Atti del Primo Incontro romano (1973), Volpe, Roma 1974, pp. 267-274)

Signori, preferirei parlarvi in italiano, come mi sa­rebbe stato possibile al tempo della mia lontana gioven­tù, quando abitavo in Italia. Ma amo troppo la vostra bella lingua per storpiarla con i miei limitati mezzi, ora che la gabbia della mia memoria è un po’ rotta.

Le mote cose che sono state dette oggi in questo Congresso mi fanno pensare a quanto Goethe diceva ad Ackermann: che, cioè, se avesse capito meglio tutto ciò che era stato detto prima di lui, si sarebbe trattenuto dall’aggiungere altro. Ebbene, io credo di aver capito tutto quello che è stato detto in questo Congresso e vor­rei solo offrirvi un piccolo dessert, un dessert che spero sia leggero, ma anche nutritivo.

L’autorità e la libertà: problema sul quale sorvo­lerò dato il poco tempo che abbiamo a nostra disposi­zione, limitandomi ad alcune parole atte a darvi degli orientamenti, meglio dei suggerimenti, che voi comple­terete da soli, aggiungendovi tutti i chiaroscuri del caso. Vi dirò immediatamente che autorità e libertà sono due valori che, anziché opporsi, si integrano:

Prima di tutto, cos’è la libertà? La libertà non è la facoltà di fare qualsiasi cosa, perché questo porterebbe molto lontano, ma piuttosto la facoltà di realizzare la propria natura, una natura che noi non abbiamo scelto; ed e anche la facoltà di obbedire alla propria legge, una legge iscritta in noi ma libera da ogni altro vincolo. Dunque la libertà non ha alcun rapporto con l’indipen­denza con la quale si confonde troppo spesso; e quando si parla di liberazione, bisogna sapere da che cosa ci si vuole liberare. Libertà; piuttosto, e un’interdipendenza vitale e vissuta. Se noi parliamo di polmoni, per esem­pio, il fatto di respirare liberamente dipende dalla mi­sura in cui i polmoni sono collegati al resto dell’organi­smo: se fossero indipendenti, invece, si respirerebbe sempre meno; fino a morire.

Dunque, vedete, l’uomo libero non è colui che è indipendente, ma chi può amare ciò da cui dipende e svilup­parsi in questa relazione, in questo collegamento. Poi­ché noi siamo degli esseri relativi ed al limite bisogna poter essere liberi negli ordini di Dio e nell’ubbidienza a Dio, che si realizza nell’ubbidienza ad un’autorità: autorità interiore quando si tratta della coscienza stessa. Ne consegue che la libertà deriva da un’ubbidienza ad un ordine, ordine che è espressione di coerenza e di ar­monia. Vi è, cioè, un ordine che ci impartisce degli or­dini e questo è l’esercizio normale della libertà che è pertanto un’armonia perfetta con l’ubbidienza. Bossuet dice che la libertà non consiste nel fare tutto ciò che si vuole, ma nel volere ciò che si deve volere. Ebbene, se così è a livello individuale, si può dire la stessa cosa per ciò che riguarda la società, poiché l’uomo è un animale politico-sociale.

Ogni uomo, qualunque sia il ruolo o la responsabili­tà che ricopra, rappresenta una realtà che lo trascende. Questo è, infatti, il rapporto tra la famiglia e il suo ca­po; tra la cultura e chi la insegna; tra l’impresa e il pro­prietario; tra lo Stato e il Principe; tra la religione e il sacerdote. In una società bene ordinata il subordinato ubbidisce nella misura in cui egli sente che il capo è sottomesso anch’egli ad una necessità superiore. È in questa prospettiva che acquistano senso i privilegi i quali sono semplicemente il riflesso della diversità degli esseri umani e sono al servizio del bene comune. Ed è attraverso di essi che noi constatiamo l’assurdità dell’idea di uguaglianza trasferita sul terreno sociale po­litico-democratico. Victor Hugo, che fra tante sciocchezze ha detto anche qualche cosa giusta, fa discutere in uno dei suoi romanzi due personaggi, l’uno ugualitario accanito e l’altro no. Quest’ultimo dice al primo: al di là dell’equità vi è l’armonia, al di là dell’equilibrio vi è la differenza: infatti la bilancia chiede che i pesi siano ugua­li, mentre nella lira ogni corda dà un suono specifico ed è, appunto, la fusione di questi suoni che crea l’ar­monia, la musica. Credo che questo sia vero in tutte le forme della società: colui che comanda, è colui che ob­bedisce di più. Napoleone, per esempio, diceva: mi dichiaro il più schiavo degli uomini, il mio padrone è la natura delle case e questo padrone non ha i precordi. È un peccato che Napoleone abbia finito col disubbidire e che il maestro si sia dimostrato senza precordi.

Questa possibilità di collaborare tra gli uomini non dovrebbe implicate alcun obbligo esterno. Oggi si con­fonde l’autorità con la tirannia, con l’imposizione. È un gravissimo errore. Il disordine comincia, infatti, quando l’autorità s’impone arbitrariamente e trova la propria fine in se stessa. A questo proposito la lingua corrente è molto significativa perché la parola autorita­rismo ha acquistato un significato peggiorativo: in fon­do, si è autoritari per mancanza di autorità, per mancanza di vera e autentica autorità. L’autorità è un servizio.

Cosi l’ubbidienza non è servilismo, ma un modo di orientarsi e di favorire il bene comune, una predispo­sizione interiore al consenso. Si deve essere, quindi, pronti al servizio, ma non servili. Del resto, come si ricorderà, il Papa si definisce Servo dei servi di Dio, Servus Servorum Dei, e non potrebbe definirsi meglio. Al tempo stesso il diavolo ci tenta alla ribellione, a non servire.

È ovvio che la rivolta può essere anche legittima quando essa costituisce un’ubbidienza all’ordine umano o divino violato dal tiranno: è il caso di Antigone che si difende contro Creonte, di colei che difende le leggi non scritte e negate da Creonte. Debbo dire che ciò è piuttosto raro, e che oggi non vedo casi di questo genere. La rivolta si manifesta assai spesso come la negazione pura e semplice dell’autorità in nome di una libertà degradata e smarrita,

Oggi si parla motto di liberazione. Confesso che que­sta parola ml fa paura. Ogni volta che si parla di libe­razione io penso alla servitù correlativa e la cerco e la trovo, per esempio, in tutti i movimenti per la « libe­razione delta donna »: quand’è che le donne diventano schiave? È proprio quando sono « liberate » dai loro compiti, « liberate » dai doveri domestici, « liberate » dall’aver bambini, dall’allevare bambini e via dicendo. Le vedremo praticare l’aborto, impegnate in professioni che le sviliscono, oppure le vedremo schiave della mo­da e di tutti i miti che vengono loro propinati.

Dunque, è dimostrato che le rivolte contemporanee generano schiavitù e sono nemiche irriducibili della di­gnità dell’uomo. Occorre, quindi, meditare sul signifi­cato di parole come ubbidienza e libertà. Bossuet parla di un albero agitato dal vento le cui foglie si muovono in tutti i sensi. È questa una manifestazione di libertà? No. Questa libertà non viene dall’albero, ma dai soffi esterni del vento. Anche l’uomo è agitato da soffi ester­ni. Sono questi soffi a provocare la rivolta contro l’auto­rità nell’ordine familiare e sociale. Si tratta di rivolte irrazionali prima che immotivate. Mi diverte molto, per esempio, vedere dei giovani che non accettano Platone, ma che nello stesso tempo adorano Marcuse.

Poco tempo fa leggevo un piccolo testo che parlava male di Seneca. Certo, questo filosofo aveva delle debo­lezze e delle lacune che egli stesso riconosceva, poiché ammetteva di essere un abisso di vizi; e l’autore con­clude il suo lavoro esprimendo la sua soddisfazione per essere riuscito a demistificare Seneca. Va bene, sia pu­re. Ma guardiamo ai miti di oggi. Al marchese de Sade, che diventa il maestro del pensiero di una certa pseudo­elite intellettuale (ma sugli intellettuali torneremo più tardi), e poi a tutti i nuovi miti creati dalla stampa: miti che durano un giorno e vengono sostituiti da altri, non meno corruttori; miti che sono « prodotti di consumo » e che nulla hanno a vedere con la cultura. Così le rivolte di oggi portano al trionfo dei miti, alla tirannia dei miti.

Il mito della liberta sessuale, per esempio. Libertà che deve permettere tutto, anche quel che prima era proi­bito. Libertà che giunge fino a giustificare l’aborto. E spesso vessilliferi di tali libertà sono uomini di Chiesa.

Ma se noi andiamo a vedere bene ci accorgiamo che questa libertà porta ad una servitù umiliante; una ser­vitù che finisce per schiacciare la persona.

Ogni giorno, dunque, ci vengono imposti dei miti: quelli della psicanalisi, dell’evoluzionismo, della conte­stazione globale… e ci si induce ad abbandonare i vec­chi principi, i vecchi valori. Sotto i nostri occhi, in realtà, si sta svolgendo un terribile processo di degradazione della libertà.

Se ora noi vogliamo analizzare le cause di questa degradazione e corruzione delta liberta, ne troveremo molte ed è difficile dire quale sia la causa essenziale.

Quella che ha preceduto le altre è la perdita del senso religioso, del senso del sacro, che ha condotto al rifiuto del sacrificio e al culto dell’edonismo: un edonismo, a dire il vero, piuttosto miope, che è caratteristico della nostra civiltà. Un edonismo che impedisce di vedere il fine della vita, di avere il giusto concetto di Dio. Edo­nismo di cui si fanno assertori entusiasti gli intellettuali con la loro « nevrosi egualitaria » che è la negazione più assoluta della libertà.

La degenerazione della libertà consiste, appunto, in questa azione tendente a livellare tutti, a predicate il di­sprezzo per la qualità, il merito, la competenza. Siamo colpiti da un’ondata di irresponsabilità che travolge mi­lioni di uomini. In nome dell’uguaglianza si vogliono rompere tutti i legami vitali tra gli uomini, si tende ad annullare le comunità organiche nelle quali la persona umana alimenta il proprio spirito e trova la sua giusta dislocazione.

Non c’è da sorprendersi, perciò, se lo Stato di oggi è senza forza e prestigio, senza spina dorsale, e lascia li­bero corso a tutte le licenze, alla corruzione, alla specu­lazione e ai molti sovvertitori che attentano alle li­bertà essenziali dell’uomo: come, per citarne qualcuna, l’educazione dei figli e la proprietà privata. Ai nostri giorni un genitore non può educare i figli secondo gli stessi principi che furono alla base della sua formazio­ne. E la scuola è diventata uno strumento di diseduca­zione, di inciviltà.

Valéry dice che la politica è l’arte di impedire agli uomini di pensare. Ebbene io credo che l’odierna deca­denza non sarebbe così avanzata senza questo straordinario progresso tecnico, senza questa economia del be­nessere che ne deriva e che permette agli uomini di com­portarsi da parassiti, dedicandosi alla sovversione. Il progresso tecnico ha finito per togliere all’uomo lo spi­rito d’iniziativa e lo ha reso abulico. E questa è la condi­zione ideale per l’affermazione del totalitarismo più as­soluto, della tirannia più spietata. Il cesarismo di oggi e rappresentato dalla tecnocrazia che impedisce all’uomo di operare e di realizzarsi.

Come rimediare a tale situazione? Non ho ricette precise né programmi. Comunque ci sono tre punti sui quali noi dobbiamo basarci, senza farci soverchie illusioni e senza sottovalutare le difficoltà che ci si pre­sentano.

Innanzitutto, bisogna ristabilire in noi la gerarchia interna, vale a dire salvare la libertà obbedendo all’ap­pello di quello che vi è di meglio in noi. La vera rivoluzione comincia da noi stessi, non ce ne dimentichia­mo. C’è una pagina di Simone Weil illuminante in que­sto senso. Il disordine sociale è una conseguenza del di­sordine che è in ognuno di noi.

Successivamente, dobbiamo compiere un’opera di re­staurazione della famiglia e dell’impresa, i due centri do­ve l’uomo esplica la sua personalità e in cui deve trovare, pertanto, un clima spirituale favorevole. Restaurare la famiglia e l’impresa significa evitare quelle desolanti con­dizioni di solitudine in cui versano tante creature del nostro tempo. Mai come in questo momento, in cui si parla tanto e con tanta ipocrisia di « solidarietà plane­taria », è apparso così insopportabile lo scandalo della solitudine. Occorre, quindi, come è stato già detto nel corso di questo Congresso, create piccoli gruppi in cui gli uomini si ritrovino e si riconoscano. Bisogna scio­gliere le masse che ci stanno schiacciando e mettere dei piccoli gruppi al loro posto. Le masse sono un fatto bru­tale, disumano.

Infine, il terzo dovere consiste nell’agire per rimet­tere lo Stato al suo posto e per dare un giusto orienta­mento alla libertà. Lo Stato deve tornare ad essere elemento di sicurezza e di equilibrio, perciò deve riacqui­stare forza e severità. Uno Stato che compia il suo do­vere chiedendo e ottenendo che tutti compiano il pro­prio.

In altre parole tutto può riassumersi brevemente cosi: No alla democrazia e sì al popolo; al popolo reale che è oppresso dalla democrazia, da quella democrazia di cui si e parlato tanto a lungo. Péguy ha detto che vi è uria sola maniera di non essere democratici ed è quella di essere popolo. Questa verità andrebbe medi­tata a lungo.

Come avrete notato, non è un programma che vi ho esposto. Ho tracciato soltanto alcune linee lungo le quali sarebbe opportune muoversi. Ricordiamoci in ogni caso che non possiamo salvare lo libertà se non le diamo uno scopo degno di lei. E la libertà per vivere, per svi­lupparsi, ha bisogno non della nutrizione artificiale che offre il progresso, ma del cibo schietto dell’anima. La tecnocrazia si è rilevata un ostacolo per la libertà. Il seme della libertà deve essere coltivato da ognuno di noi. Noi dobbiamo sentire che ne siamo responsabili in tutti i settori, ad ogni livello; noi dobbiamo essere dei portatori di questo seme e non lasciarci addormentare dalla vita artificiale che ci viene imposta. Concluderò con un apologo. Non è nemmeno un apologo, è una sto­ria. La racconto sempre perché è impressionante. Delle faraone erano state allevate artificialmente. Non camminavano mai, non volavano mai, perché non ne ave­vano bisogno; si dava loro un cibo speciale, molto ben, preparato e dosato in modo che le povere bestie non sentissero la fame. Il cibo arrivava ogni giorno con un camion. La neve impedì al camion per un certo periodo di portare i rifornimenti cosicché, per non farle morire di fame, si tento di nutrirle tradizionalmente con gra­no, orzo, granturco. Ebbene, queste faraone – è una storia vera – abituate al nutrimento artificiale, hanno rifiutato il grano e sono morte di fame davanti alle grep­pie piene. Possiamo dichiararle martiri del progresso.

Io credo che la specie umana debba trarre da questo un grande insegnamento. Si è perso il gusto della liber­ta e dell’ubbidienza come si è perduto il gusto dei cibi genuini. Questa è disgrazia grave.

Quel che è stato detto, affermato nel nostro convegno costituisce un sano nutrimento per lo spirito. L’au­gurio è che tale nutrimento ci ridia quell’energia neces­saria per realizzare l’opera che intendiamo svolgere.

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