Diritti senza doveri

GUSTAVE THIBON, LE TESTAMENT D'UN GRAND PHILOSOPHE.di Gustave Thibon

(« Studi Cattolici », n. 230-231, aprile-maggio 1980, pp. 273-274)

Non passa quasi giorno in cui gli uomini non scoprano e non proclamino nuovi diritti: diritto al benessere materiale, alla sicurezza, alla libertà, alla salute, alla cultura e così via. Non dimentichiamo, per non omettere la nota comica, anche il diritto alla bellezza, come strombazzava una rivista femminile, o il diritto all’intelligenza proclamato ultimamente da un ministro sudamericano.

Per contrasto, mentre apro un libro di Auguste Comte, vi trovo questa asserzione: « L’uomo non ha altro diritto che quello di compiere tutti i propri doveri ». Ma che cos’è un diritto, che cos’è un dovere? Posso definire il diritto come un potere o un vantaggio concesso da una legge civile o morale, oppure da un contratto che ha forza di legge. Così, un impiegato ha diritto a un certo trattamento, alla sicurezza del posto per tutta la vita e alla pensione di vecchiaia. In quanto al dovere, è un obbligo imposto sia dallo stesso contratto, sia dalla stessa legge civile o morale.

Sono due cose inseparabili, giacché non vi sono diritti senza il corrispettivo di doveri. L’impiegato, obbligato per contratto, deve dare il suo lavoro allo Stato che gli garantisce i vantaggi detti sopra. Chi gode della sicurezza sociale deve (giuridicamente) adempiere ai suoi impegni e (moralmente) non fare un uso cattivo dei vantaggi offertigli falle mutue. Il diritto alla libertà e alla proprietà non ha significato se non va unito al rispetto per la libertà e per le proprietà degli altri.

La società più armoniosa è quella in cui l’esercizio dei diritti e l’adempimento dei doveri si fondono nel più rigoroso equilibrio. Ma in questo equilibrio, accettando senza esitazione l’asserzione di Auguste Comte, io do la priorità al dovere. È il dovere che fonda il diritto: il dovere del lavoro, per esempio, precede il diritto di mangiare. « Se uno non vuole lavorare, non deve nemmeno mangiare », scrive risolutamente san Paolo. Se ognuno adempisse a tutti i suoi doveri verso il prossimo, sarebbero garantiti tutti i diritti senza dover essere proclamati e rivendicati. In una impresa ideale, dove dirigenti e lavoratori eseguissero compiutamente tutti i loro obblighi reciproci – da una parte lo scrupolo e l’assiduità nel lavoro, dall’altra la migliore organizzazione e la più alta remunerazione possibile di questo lavoro – non esisterebbe nemmeno la questione dei rispettivi diritti. Altrettanto avverrebbe in uno Stato ideale in cui i cittadini obbedissero spontaneamente alle leggi e il potere emanasse soltanto leggi rispettose della libertà e della dignità dei cittadini.

Proprio in questa ottica si può rivendicare un diritto solo quando sia avvenuta la rottura dell’equilibrio suddetto, quando cioè un individuo o una categoria si sentano vittime di un’ingiustizia, dal momento che la controparte non adempie più agli obblighi stabiliti dalla legge o dal contratto. Ad esempio, uno sciopero proclamato per rivendicazioni insoddisfatte mira a ristabilire un equilibrio che è stato rotto: si sostiene il proprio diritto per richiamare la controparte al proprio dovere.

Si tratta di una reazione normale e legittima, finché rimane nei giusti limiti: oggi invece si allunga e straripa fino a scuotere le basi dell’edificio sociale. Vi è una propaganda demagogica che, penetrando lentamente nel costume, tende a esa­sperare la pretesa dei diritti senza mai parlare dei doveri.

Non so fino a che punto l’ultimo sciopero postale fosse giustificato. Ma non pos­so fare a meno d’inquietarmi dopo aver conversato con una giovane impiegata, alla quale manifestai i fastidi cui deve sottostare la massa degli utenti per la disorganizzazione di un servizio pubblico. « Il diritto allo sciopero è sacro », ri­batte lei. « Lo è altrettanto l’inoltro della corrispondenza » , aggiunsi io timida­mente. La replica fu pronta: « Della corrispondenza me ne infischio! ».

Altrettanto si deve dire di chi “va in mutua” approfittando del minimo males­sere – o addirittura lo inventa, se gli conviene – per concedersi indebitamente giorni di permesso. O anche del medico che moltiplica immotivatamente visite e prescrive analisi ed esami inutili. Non intendo accusare l’intero corpo medico: voglio solo affermare che è vero quanto ho detto e ne ho avuto più volte la prova nel mio ambiente. Chi oserebbe negare che l’attrattiva del guadagno facile ab­bia suscitato, negli ultimi anni, un numero eccessivo di “vocazioni” mediche per cui il richiamo di Pluto, dio della ricchezza, sia prevalso su quello di Escu­lapio, dio della medicina?

E che dire dell’imprenditore, apostolo fanatico del liberalismo in tempo di espansione e provvisto di molta astuzia nel frodare il fisco, e che in tempo di crisi si converte al dirigismo e mendica i sussidi dello Stato? O dello scioperaiolo in­callito che rifiuta il lavoro che gli offrono e pianifica la sua vita in modo da rendere lo sciopero un mestiere che veramente rende poco ma non stanca? Ancora una volta, non condanno la massa degli scioperanti più del corpo me­dico: ripeto che quanto ho detto succede nella realtà.

Il concetto di dovere non sparisce per questo: si sposta soltanto e agisce a senso unico. Infatti, tutti questi vessilliferi del diritto – scioperanti abusivi, falsi ma­lati, cattivi ricchi o scioperanti zelanti – per garantirsi un’esistenza privilegiata si affidano incoscientemente al resto della collettività che lavora in modo corret­to. che fa cioè il suo dovere. Insomma, il comportamento rivendicativo lo si può sintetizzare così: « A me i diritti, agli altri i doveri ».

Ma se questo comportamento si generalizzasse, che cosa ne sarebbe di codesti diritti? La società disorganizzata non riuscirebbe più a mantenere i suoi parassiti. Si avvertono già segnali di allarme in ogni direzione. La sicurezza sociale co­mincia a venir meno per effetto della sproporzione tra spese ed entrate. Il pen­sionamento degli anziani verrà tra non molto reso impossibile se l’egoismo dei giovani rifiuta di acconsentire al cambio delle generazioni. La donna che prende la pillola o abortisce fa assegnamento sui figli degli altri per evitare di essere abbandonata nella sua vecchiaia. Ma che cosa avverrebbe se la maggior parte delle altre donne facesse altrettanto?

Tutto ciò mi ricorda la battuta d’un amico: « La democrazia consiste nel diritto di non aver nessun dovere ». Questo è il sistema più sicuro e rapido per non soddisfare nessun diritto. Penso alle tessere che durante l’ultima guerra davano “il diritto” a X grammi di pane o di carne: ma quando i magazzini erano vuoti, questi scarsi diritti rimanevano lettera morta.

Il modo di vivere del parassita è possibile e proficuo solo per un certo periodo e per un numero limitato di individui o di gruppi, perché quando l’ospite si è esaurito, anche il suo parassita muore. Di qui l’urgenza di un riaggiustamento d’ordine morale, in mancanza del quale una dittatura, richiamata necessaria­mente dalla rilassatezza generale, ci imporrà un riequilibrio opposto, come quel­lo di allargare fuori di ogni misura la sfera dei doveri, restringendo fino ad an­nullarla quella dei diritti.

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