La proprietà privata è la salvaguardia della libertà

Itinerairesdi Gustave Thibon

(5 settembre 1975)

Il pensiero socialista considera la proprietà privata – e specialmente quella dei mezzi di produzione – come la fonte essenziale dell’oppressione e delle schiavitù: è lei a permettere, ci viene detto, quello « sfruttamento dell’uomo sull’uomo » che è il grande peccato sociale e sarà sufficiente abolirla perché l’umanità sia finalmente libera e felice.
Non neghiamo che come tutte le altre istituzioni umane (potere politico, giustizia, esercito e anche la Chiesa come organismo temporale) la proprietà privata abbia potuto dare luogo, nel corso del tempo, a degli abusi assai gravi. Ma l’abuso non condanna l’uso e noi affermiamo che in linea di principio la proprietà è il primo fondamento della libertà. E questo nei due sensi della parola: indipendenza al riguardo dei poteri esterni e facoltà di realizzarsi come persona.
Diremo anche che il regime della proprietà privata è favorevole non solo ai detentori della proprietà, ma anche agli stessi non proprietari.
Innanzitutto ai proprietari. L’uomo che possiede una casa, delle terre, del denaro ecc. detiene allo stesso tempo delle riserve che, come ha ben visto Marx, assicurano la sua indipendenza e fanno sì che non sia obbligato, come il proletario, ad accettare qualunque lavoro pur di non morire di fame: ha la possibilità di attendere e di scegliere. Può anche esercitare e coltivare la propria libertà modificando la proprietà secondo i propri talenti e le sue preferenze: se alloggiate in una caserma o in una camera d’albergo non potrete cambiare nulla, ma se possedete una casa siete liberi di arredarla e decorarla come gradite.
Oltre a questo, chi dice proprietà privata dice anche responsabilità personale. Quando ad esempio una fabbrica è gestita dal suo proprietario, il padrone è richiamato senza posa dal suo interesse personale che fa una cosa sola con quello dell’impresa. Ora, ciascuno sa che la responsabilità è la migliore scuola della libertà.
Si dirà: e i non proprietari? Anch’essi sono più liberi sotto il regime della proprietà privata. Prima di tutto perché hanno la possibilità di scegliere i loro datori di lavoro, mentre in un sistema di proprietà collettiva (che, nell’attuale situazione del mondo, non può essere che una proprietà dello Stato) dipendono da un padrone unico e onnipotente che detta loro le proprie condizioni e non tollera resistenza e nemmeno dialogo. In più un regime di sana concorrenza, con l’emulazione e la selezione che ne risultano, facilita la loro promozione sociale. Infine, a loro volta hanno sempre la possibilità, attraverso il lavoro e l’economia, di accedere alla proprietà privata.
Al contrario, la proprietà collettiva amministrata dallo Stato sfavorisce i cittadini liberi e attivi a beneficio di alcuni dirigenti politici e di una massa di funzionari irresponsabili e parassiti.
Tutto si riassume in questa frase ammirevole di Proudhon: « la proprietà privata è la più grande forza rivoluzionaria che esista e che possa opporsi al potere ». Occorre prendere qui la parola rivoluzione non nel senso di uno sconvolgimento violento e anarchico, ma in quello di un ritorno all’ordine naturale delle cose che esige non una eguaglianza chimerica tra gli uomini, ma che ognuno lavori liberamente per il maggior bene di tutti, nel posto che conviene alle sue attitudini e ai suoi gusti.

(Articolo originale: La propriété privée est la sauvegarde de la liberté, «Itinéraires», n. 199, gennaio 1976; traduzione redazionale)

© Copyright Henri de Lovinfosse, Waasmunster (Belgique)

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